Duemilacinquecento

ghiaino

Michele Cecchini

DUEMILACINQUECENTO

3000. No vabbé. Non esageriamo. Facciamo 2500.
Tempo fa insieme a un mio amico abbiamo fatto il calcolo di quanti libri grosso modo si ha tempo di leggere nell’arco di una vita.
Abbiamo cercato di starci larghi: se si inizia a 15 anni e si legge fino agli 80, con una media di un libro per settimana, cioé 4 al mese cioé 48 all’anno, si arriva grosso modo a 3000. Per l’esatezza, 3120. Ora, tenendo conto che una media del genere è appunto fin troppo ottimistica, ci siamo assestati sulla più ragionevole cifra di 2500 e forse saremmo dovuti scendere ancora.
Insomma, nel corso della propria vita un lettore accanito (e longevo) mette insieme 2500 volumi.A me pare pochissimo. Se poi non ci si limita alla narrativa degli ultimi anni ma si allarga lo spettro ai classici e alla poesia, alla saggistica e alla letteratura straniera e ad altro ancora, 2500 è una cifra davvero irrisoria.
Giorni fa, ripensando a questa cosa, ho traslato la cifra dei libri alle persone. Si può dire di arrivare a conoscere un minimo, per non dire frequentare 2500 persone nella vita? Forse sì.
Se così fosse, significa che possiamo dedicare a ciascuno qualche ora nell’arco di una sola settimana. Come per la lettura di un libro. Questa cosa mi ha fatto pensare.

Etimologica

ghiaino

Michele Cecchini

ETIMOLOGICA

Le parole sono un prodigio. Ogni parola, nessuna esclusa. E sono più quelle da ascoltare che quelle da dire. La parola nomina le cose e così facendo le costituisce, le crea.
Dietro quelle anche apparentemente più sgangherate e goffe, si nasconde un mondo.

Nuvoloni. Così venivano chiamati i francesi nel corso delle prime occupazioni napoleoniche a Livorno. Il termine deriva dalla storpiatura di Nous voulons… Nous voulons… che scandiva la lettura in piazza degli editti con cui i francesi stabilivano le regole esigendone il rispetto. Ovviamente i livornesi  non potevano che manifestare insofferenza verso le imposizioni. A partire proprio da quel ‘Nuvoloni’, espressione che racchiude in sé tutta l’irrisione nei confronti dell’autorità.

Sciabigotto è un termine popolare lucchese, tuttora in uso. Sinonimo di ‘buono a nulla’, ‘incapace’, potrebbe essere di matrice versiliese, poi importato. In questo caso, farebbe riferimento alla rete sciabica utilizzata dal pescatore che, ormai non più in grado di andare per mare aperto, è costretto a rimanere nelel acque basse. Oppure il termine potrebbe derivare dalla commistione di ‘sciapito’ e ‘bigotto’. Un’altra ipotesi ancora chiama in causa gli ufficiali dell’esercito napoleonico, che avrebbero apostrofato i cittadini lucchesi come chiens bigots (ovvero: ‘cani bigotti’), poiché restii ad applicare le norme dell’Editto di Saint Cloud.
Nuvoloni e sciabigotti. Dominatori e dominati. Oltraggiosi e vilipesi. Comunque sia, c’è un luogo ribelle e allergico alle regole che contesta l’autorità. È la funzione creatrice della parola.

Dago non lascia spazio all’insubordinazione. Perché cambia il contesto, fondamentale per le parole. Non è più quello italiano ma americano. Eppure ‘Dagos’ fa riferimento agli italiani o, meglio, è uno dei tanti epiteti insultanti cui gli americani ricorrevano per indicare gli italiani.
Di ‘Dago’ si registrano diverse varianti: ‘Black Dago’, ‘Dago Red’, ‘Chianti Dago’ e così via. Chi ha letto i romanzi di John Fante, si è imbattutoin questo termine. L’etimologia anche per ‘Dago’ è incerta ma qualsiasi ipotesi è illuminante circa il ruolo degli italiani oltreoceano e la loro condizione. Il termine potrebbe derivare da ‘They go’, ad indicare gente che va e viene, che si sposta di continuo. Oppure da ‘Dingo’, il cane selvatico australiano.Altra ipotesi: dall’espressione ‘Until the DAY GOES’, cioé: ‘finché dura il giorno’. Figuriamoci se un datore di lavoro se la sentiva di assumere un italiano in pianta stabile. Meglio prenderlo con un contratto a brevissimo termine: a giornata – ‘finché dura il giorno’, appunto.

Guardala negli occhi

ghiaino

Michele Cecchini

GUARDALA NEGLI OCCHI

Che avesse talento da vendere me lo avevano detto ed era proprio così.
Quando me la presentarono, mi parve parecchio diversa. Più bassa, magrolina. Si era tolta il cappello di lana e notai subito l’attaccatura dei capelli sulla fronte, prima che questi le piovessero sugli occhi. Erano occhi vivaci, sorridenti.
Sorrideva spesso di un sorriso contagioso e questa cosa la rendeva necessariamente simpatica. Sorrideva nel salutare qualcuno o nelle azioni più banali: mentre camminava, mentre qualcuno le parlava, mentre aspettava la corriera che la riportava a casa.
Era un sorriso semplice quello, di chi va incontro alla vita con delicatezza, eppure tradiva un briciolo di rassegnazione, come se quel sorriso dicesse che tutto sommato va bene così e più di tanto non è lecito chiedere.
Sorrideva così puntualmente che finivi per dubitare dello stato d’animo di cui quello stesso sorriso sarebbe dovuto essere il segno e ti rimaneva il dubbio che si trattasse piuttosto di un tic, di un vezzo.
Vero è che il sorriso, su quella faccia, gli cambiava radicalmente i connotati. Gli angoli della bocca si sollevavano e scoprivano i denti. Le mascelle si facevano più consistenti, gli occhi si chiudevano, la fronte si increspava. La sua faccia pareva disegnare tutta la gamma di sentimenti lì sopra e la loro progressione non si capiva se era il segno della sua trasparenza, della sua disponibilità a mettersi in gioco, oppure il contrario.
Era proprio così. Era capace di slanci e di confidenze buttate lì come per vedere l’effetto, con quella sua esuberanza che a volte presupponeva, anzi imponeva un’intimità a cui non potevi resistere. Perché quando gli girava, si buttava a capofitto sulle persone e sulle cose: fondamentali per lei, dovevano esserlo per tutti. Era il suo modo di esserci. Allora prendevi coraggio e ti avvicinavi.
Ma era un attimo, perché di colpo aveva ristabilito le distanze. Aveva deciso così, senza un perché. Si incupiva e lo sentivi subito che eri ingombrante. Il suo essere un animale solitario emergeva, a dispetto di quel suo fare.
Sì, lo sapevo che la sua vita era altro dalla mia. Lo avevo imparato subito. Me lo aveva fatto capire ma lo avevo già capito da me. Una volta raccolta una confidenza, non c’era da farsi troppe illusioni e ci stava di dover ricominciare da capo.
Raccontò parecchio del suo paese. Era orgogliosa dei suoi posti. Per me, stare lì con lei fu come affacciarsi per un attimo, un attimo solo, su un mondo a cui noi non solo non avevo accesso, ma che nemmeno mi ero sognato che potesse esistere.

Biblioteca

Nei prossimi giorni, quando avrò un po’ più di tempo, non vedo l’ora di rintanarmi in biblioteca. Mi porterò dietro libri che so che non leggerò e appunti per cose che non mi serviranno, ma stare in una biblioteca mi piace tremendamente. L’atmosfera che si respira in una biblioteca è decisamente rassicurante. Innanzitutto perché si è circondati dai libri, e stare in mezzo ai libri fa bene. E poi la biblioteca è un luogo appartato, silenzioso, che impone la concentrazione. In biblioteca il tempo è sospeso, l’atmosfera ha un che di metafisico: non ci si può “fare un salto”, perché la biblioteca richiede tutto il tempo e ha il suo ritmo inevitabilmente lentissimo, dilatato.
In biblioteca è bello anche guardarsi intorno: ai tavoli sono seduti ragazzi alle prese con gli ultimi appelli prima dell’estate, qualcuno viene a leggere il giornale, altri hanno di fronte a sé pile di volumi, altri ancora sono chini su enormi raccoglitori dei giornali d’epoca. In biblioteca si parla sottovoce, quel poco che si parla. In biblioteca ognuno è un artigiano che affina il mestiere e rende a poco a poco più sensibili i propri strumenti. Ognuno coltiva anche i propri rituali: qualcuno appunta una matita prima di iniziare, altri sciorinano tutto il campionario di evidenziatori, altri ancora tengono gli occhiali nell’astuccio e li estraggono solo al momento opportuno. Capita che sfugga un sorriso complice tra due persone, magari di generazioni differenti, allo stesso tavolo. Le energie impiegate e il tempo trascorso in una biblioteca sono sempre ben spesi. Non si va ma via con la sensazione di avere impiegato male quelle ore.

Palo Alto Adult School

IMG_20160325_141317 La sera del 24 marzo 2016 sono stato accolto dagli allievi del Corso di Italiano di Livello Avanzato presso la Palo Alto Adult School, su invito della docente, Stefania Filigheddu. Si è parlato di linguaggio, di identità, di mondi apparentemente lontani eppure così vicini, che si nascondono dietro le parole.
Un paio d’ore davvero piacevoli, durante le quali ho scoperto che gli impiegati nelle nuove aziende (social, tecnologiche e altro) che hanno sede a Palo Alto, al termine dell’orario di lavoro frequentavano i corsi di Yoga. Da un po’ di tempo, invece, un’attività assai di moda sono i corsi di italiano.
Io stesso ho scoperto nel corso della serata che la platea a cui savo parlando non era composta da persone di origine italiana, che magari frequentavano il corso alla ricerca e riscoperta, anche tramite la lingua, delle proprie radici. No, c’erano anche persone che con l’Italia non avevano a che fare: semplicemente, innamorate della nostra lingua, del suo suono. È accaduto più volte di sentirmi chiedere: “Mi dici qualcosa in italiano, per favore?”

About the novel

manifmiche2_redThe novel Per il bene che ti voglio is a story about italian immigration to the States during the 30’s.

Now in its fourth printing, the novel speaks of the bittersweet experiences of the protagonist Antonio Bevilacqua as he emigrates from Lucca, Italy to San Francisco.
Some parts of the novel are written in ITALIESE: this is a hybrid of English and Italian. Italian immigrants adapted English words and phrases into their spoken Italian with results both curious and amusing. The book includes a dictionary which gives definitions of Italiese words used.

The novel has reported a considerable interest: the author presented the book all over Italy, invited by several bookshops, institutes of culture, museums of emigration.

Translation of a short part: Antonio in Hollywood

Tony was summoned by United Artists for an audition. On that morning he expected to be asked to dance and sing, or to be given a script for a few lines. But he wasn’t. He had to stand in a square in front of a shed, where a rough  small set for the audition had been quickly set up. They told him to do nothing but come along and stay still. A couple of lights on tripods shot him in the face. Two men turned around him with a measuring tape. They measured his chest circumference, the length of his arms, his shoulders, the distance between his chin and the camera placed in front of him.
They said “Good, good” and told him to go and change his clothes. They showed him in a tiny cubbyhole that was supposed to be the dressing room. He put on a pair of baggy pants. If He tied them with a rope. He booted huge crude clogs.
They looked like the ones he used to wear when he acted in the “Maggi”: all worn out, dance after dance. But he had to wear these ones Only that these here told him to wear them the wrong way – the right foot on the left shoe, the left on the right –  and keep them loose. Then he put on a skinny frock coat. The buttons almost did not come to the buttonhole. When he came out,he was given a flexible stick, a bowler hat on the head and mustache whittled up to make a little black square under his nose.
These seven or eight guys looked him for a while, turning around him. Then they left and stood aside watching him and muttering, with their arms crossed. They brought him in front of the video camera. They told him to smile, and – while smiling – to raise the left eyebrow and shrug. Yes, the dimpled in his cheeks made “the comma”. Everything matched perfectly. It was a small miracle, one of those that happen so often in the world
of cinema. He was exactly what they were looking for. “So good”, They said again.
So, Antonio was hired by United Artists as a stand-in for Charlie Chaplin.

Goggio Lecture in Toronto (part 3)

Goggio Lecture in Toronto (University of Toronto, march 17, 2016)

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Giovedì 17 marzo 2016. University of Toronto. Department of Italian Studies.
Ho presentato il romanzo anche attraverso una serie di immagini, soprattutto relative ai luoghi di origine del mio personaggio: la Garfagnana, Fabbriche di Careggine, il lago. Al termine del mio discorso, è seguito un dibattito con i presenti. Soprattutto si è parlato di italiese, visto che, all’interno del Dipartimento di Italian Studies

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dell’Università di Toronto figura il Frank Iacobucci Centre for Italian Canadian Studies, che si è occupato proprio di questa “lingua della sopravvivenza”.
Il Dipartimento di Italian Studies ha realizzato il “G.P. Clivio online Dictionary of Italiese”.

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Qui con il Direttore del Dipartimento, Prof. Salvatore Bancheri (Emilio Goggio Chair in Italian Studies, University of Toronto)

Synopsis

bayareaIn the late Twenties, Antonio Bevilacqua leaves the environs of Lucca, in hopes of an acting career in the off-Broadway theatres of San Francisco.
He comes from Fabbriche di Careggine, a little village in Garfagnana, the mountain region of Lucchesia (Tuscany).
Now Fabbriche di Careggine lies on the bottom of a lake after the construction of a dam. The dam has dammed the waters of the Edron river, creating an artificial lake. The town was evacuated. Every ten years the lake is drained for maintenance works on the dam. The ghost town emerges from the water.

In San Francisco Antonio comes into contact with the art world which centres on such figures as Ferlinghetti.
He is a DAGO, a CHIANTI, an ITHAKER.

For a time Antonio moves to Hollywood, where he is employed as a stand-in for Charlie Chaplin.
In the meantime, Antonio transformed himself into ‘Tony Drinkwater’ (the literal translation of his name)
He seems, therefore, to have found his ‘Merica’ of the ‘muvinpicce’ – a term derived from the English ‘moving picture’.
Tony speaks ITALIESE, an awkward yet somehow poetic half-English half-Italian pidgin used by the Dagos. For example, he says “giobbo” (from job), “stritta” (street), “corno” (corner), “sciumecca” (shoes maker).

In language as in life, Antonio Bevilacqua inhabits a no-man’s land between what he once was and what he has not yet become.
When Antonio goes back in Garfagnana, he is seen by villagers as an “american monster”. A reintegration is not possible anymore.

Raptors vs Bulls

blog_4Sicuramente è un modo diverso di concepire lo sport. Al netto dell’agonismo e del fatto atletico, che non mancano di certo e su cui non si discute, è il contesto che cambia radicalmente, perché il fatto sportivo consiste in un vero e proprio “Show”, soprattutto nella gestione delle pause, nelle forme di intrattenimento, nei servizi offerti (per dirne una: c’è una app, da scaricare sul telefonino, grazie alla quale bibite e panini vengono recapitati direttamente alla propria poltroncina – comodissima, tra l’altro). Di conseguenza, anche la fruizione dell’evento sportivo è profondamente diversa da quanto accade in Italia, dove la visione è sacra, il pathos non permette di girottolare e la tensione è spesso molto alta. Non una fruizione migliore o peggiore: diversa. Un altro mondo.
Con un punto però indubbiamente a favore: la partita è stata decisa da un paio di decisioni arbitrali dubbie. Fischi, grida e poi tutto è finito lì.