Caducità

ghiaino

Michele Cecchini

CADUCITÀ

“Indossava ancora l’abito di scena. Aveva chiuso l’ultimo intermezzo con un frac. Nel taschino aveva una pansè, sotto una giacca il gilet bordò, ai piedi i mocassini. Pensò che, se lo avessero fatto fuori, avrebbe voluto morire vestito così”.

Alcuni personaggi dei romanzi fanno dei pensieri davvero strani, specialmente nei momenti meno opportuni. Oppure è l’anomalia del “momento meno opportuno” a suscitare delle riflessioni inaspettate.
Forse è proprio così: dai momenti cruciali scaturiscono pensieri strampalati, perché la mente ha bisogno di una via di fuga.
E allora può capitare di andare incontro alla situazione con leggerezza, forse per l’ebrezza di essere, in un certo senso, arrivati al dunque.
E questa leggerezza risulta un’anomalia.

Il pensiero della morte è dominante. Il pensiero della morte in sé, intendo, che è cosa diversa dai motivi che la provocheranno, dalla sofferenza e dal distacco dagli affetti che comporterà o dalla forma di conoscenza che apporterà – se la apporterà.
Ricordo che capitava di parlare della morte, da ragazzi. Lo facevamo con leggerezza, anche qui. Era la leggerezza dei ragazzi. Allora veniva da chiedersi di quale libro la morte avrebbe costretto a interrompere la lettura e chissà chi sarebbe stata l’ultima donna, anche se di donne non ne avevamo ancora conosciute. Qualcuno ricordo che si divertiva a elaborare la colonna sonora del proprio funerale.
Da ragazzi a volte sembravamo già tutti proiettati a ritroso, impegnati a recuperare un passato che ancora non avevamo vissuto ma che andava preservato, perché solo così avrebbe poi acquistato un senso.
A volte però questo pensiero era capace di aprire degli squarci enormi, come affacciarsi su un abisso gigantesco, da cui subito scappare via con le vertigini.

Più che alla fugacità della vita, dirottavamo il pensiero al modo in cui avremmo potuto sopravvivere negli altri. Dando per scontato che, in un modo o nell’altro, ci saremmo riusciti. Ognuno di noi penso avesse una porzione di una qualche verità da trasmettere e senz’altro avrebbe colto nel segno. Anzi, la morte era forse il modo per gridare più forte, o meglio.
In un saggio di Freud che si chiama “Caducità” si racconta di una gita sulle Dolomiti fatta dallo stesso Freud in compagnia di due amici e delle diverse reazioni suscitate in loro dalla riflessione che tutta quella bellezza era destinata a svanire con il sopraggiungere dell’inverno. In uno di loro prevale l’angoscia, un altro ritiene che la bellezza sia tale proprio perché caduca, infine il terzo, il più giovane non a caso, pensa che la bellezza, per definirsi tale, non possa che essere eterna.
Il pensiero della morte non paralizza i ragazzi, non fa calare il buio dentro di loro.
“We shall no longer hear the little cry / Of our sad hearts, that may not live nor die”. Sono versi di Yeates.

Ciao Borz! 7 settembre 14

ghiaino

Michele Cecchini

CIAO BORZ!

Abbiamo passato insieme così tanti momenti.
Ricordo una sera, lo scorso inverno, quando venni a trovarti al tuo studio di Pieve San Paolo. Mi misi subito a ridere della targa che avevi messo all’esterno: “Nobis sega interest”.
Era una sera fredda e umida e ricordo che al caldo di quella stanza parlammo per ore dei nostri progetti, delle cose da fare insieme e ciascuno per conto proprio. Scrivere il pezzo per il quotidiano, mi dicevi, ti costava sempre più fatica ma il gusto di rileggerlo ti ripagava. Mi dicevi che avevi un mezzo romanzo nel cassetto, parlava di America e ti sarebbe piaciuto portarlo a termine.
Ci dicemmo che è bello scrivere e chi se ne frega di ottenere onori quando si prova gusto nel rileggere una pagina, perché quella è la vera soddisfazione. Fu bello e imparai molto, quel pomeriggio.

Ogni volta che sei intervenuto a qualche incontro e sapevi che ero presente, non hai mai tralasciato di indicarmi tra il pubblico, mentre io divorato dall’imbarazzo mi ripiegavo e mi nascondevo e pregavo perché tu la smettessi. Una volta mi raccontasti che una lettrice aveva ravvisato una parentela tra la mia scrittura e la tua. Me lo dicesti con soddisfazione, la cosa ti aveva fatto piacere. Io ti risposi che potevi andare per avvocati e chiederle i danni.
Alla radio ci siamo esibiti, come tu dicevi, in “apocalittiche profezie e indecorosi luoghi comuni, sempre cercando di non sfigurare, noi e le nostre famiglie”. Nonostante le precarie condizioni di salute, non hai mai voluto mancare. Anche per telefono, durante una degenza in ospedale – “io dego”, esordisti.
Eri sempre il più vivace, il più intenso, il più vitale, mentre zoppicavi verso la postazione di fronte alla mia. Ancora ti vedo poggiare la tua pila di volumi sul tavolo e con le tue mani lunghe lunghe che un po’ tremolavano cercare la pagina da leggere, nel frattempo alzando lo sguardo per pigliarmi un po’ per il culo prima di cominciare. E quando cominciavamo, eri un leone: arguto, pronto, capace di giostrare la conversazione su più livelli, ribaltandola di continuo, con quella capacità tutta tua di dosare raffinatezze e espressioni gergali da “vecchia troia del linguaggio popolare”, come stamattina stessa mi hai scritto, in un messaggio che chi se lo immaginava fosse l’ultimo.
Il giorno dopo ogni trasmissione, mi scrivevi con entusiasmo di bimbo che continuavi a divertirti “come una merda” (sic) oppure che sembravamo aver cazzeggiato insieme da una vita. Avevi la rarissima virtù di chi adopera la parolaccia con quella grazia che la riscatta dalla volgarità e le attribuisce senso e pregnanza.
Hai sempre avuto tanti gesti d’affetto per me, tante righe e tante parole gentili, mi hai sempre incoraggiato. Ma non è di questo che voglio ringraziarti perché sarebbe un elenco troppo lungo.

Con te ho condiviso l’amore per la parola, quella parola che ti sfugge dalle dita e che è un po’ stronza, perché ti affascina e nello stesso tempo ti frega, accoltellandoti alle spalle. Dicevi così, più o meno.
Da te ho imparato che la forma è sostanza, nella scrittura e in tutto il resto: i tuoi modi eleganti sottintendevano la curiosità e l’amore per la vita di chi si accosta agli altri con gentilezza ed ha la capacità di ascoltare. Avevi la faccia tosta, ma non hai mai frequentato lo snobismo. Anzi, eri accogliente e invitavi alla chiacchiera. Una volta ti dissi che fare il Fillungo con te era come andare in processione: ti fermavi di continuo perché avevi una parola per tutti.
Ho apprezzato la tua goliardia soffusa che lasciava sempre aperto uno spiraglio al dubbio, al sospetto del paradosso e della presa di culo. Perché gli altri non dovevano mai capire se scherzavi o se dicevi sul serio. Era il tuo modo di comunicare che si può andare in profondità e nello stesso tempo ridere di tutto, e il fatto di non prendersi mai sul serio è un rimedio ai mali umani. Come quando mi raccontasti affranto dell’operazione in cui ti venne amputato il dito del piede e ti rammaricavi di non poter più indossare le infradito.
Ho sempre apprezzato e imparato dal tuo sguardo che andava oltre quello che si vede e credo che sia questa una delle cose più preziose che hai lasciato. Oltre alle parole, oltre ai libri a cui tenevi tanto.
Avrei di nuovo voluto ringraziarti per il truccheggiato che ci siamo bevuti l’altro giorno quando ci siamo fatti questo “serfi incazzato”. Ma non c’è stato tempo.

Se ne vanno i padri e ci si sente davvero soli.
“Rompere il cazzo è un talento che va esercitato quotidianamente”, mi hai detto una volta. Ecco, io proseguo. Ciao amico mio.

io_borz

Nel porto delle illusioni

ghiaino

Michele Cecchini

NEL PORTO DELLE ILLUSIONI
Parole all’alba di una domenica a Livorno

E all’alba di una domenica mi ritrovo in giro per le strade di una Livorno grigia grigia.
Non ho un posto da raggiungere, magari un caffé ma più tardi. Ascolto il silenzio di una città assopita, abbandonata anche lei alla sua solitudine.
Non è una sensazione dolorosa ma dolce. C’è un filo di pioggia sottile che mi tiene compagnia.
Ogni tanto incontro un ragazzo senegalese che vende ombrelli. Allora mi guarda e mi dice: “Ombrello, capo?”, io faccio cenno di no e abbozzo un sorriso.
Questo è il posto dove mi ritrovo e questi sono i momenti in cui mi riconosco, ma non saprei spiegare perché.
Livorno è bella così, quando riversa sulla tua anima tutta la malinconia, allora tu fai spazio e ti lasci attraversare.

livorno3

Mi ci scrivi qualcosa?

ghiaino

firmeUn mio amico scrittore mi ha raccontato che una volta, al termine di una presentazione, una ragazza gli si è presentata con un suo libro, per la firma. Lui lo ha aperto e ha visto che già c’era una dedica: A Mario, fatta dallo stesso scrittore. A quel punto ha chiesto spiegazioni alal ragazza, la quale ha detto di avere acquistato il libro a una bancarella di libri usati.
A quel punto, il mio amico ha fatto la dedica e poi ha aggiunto un PS: Mario, sei uno stronzo!