A guardia del barile di spuma

15391247_549739595218771_1148127985894248163_o Nei giorni scorsi ho avuto l’onore di presentare insieme a Federico Sardelli il Carteggio Borzacchini – Sardelli (1996-2014) edito da Erasmo. I due erano soliti scambiarsi frequentemente messaggi attraverso i più svariati strumenti. Dopo la scomparsa di Giorgio Marchetti, Federico ha deciso di raccogliere e dare ordine a questo materiale vasto ed 15288567_10211113982836148_1074363527755841946_oeterogeneo, che racconta di un’amicizia intensa e, fortunatamente per noi lettori, feconda. Son cose meravigliose che meriterebbero un libriccino. Perché non lo scriviamo io e te [o Te ed io] a due mani, riportando briciole, raccontini, ricordi e bozzetti di tutta la nostra æpopea? Secondo me si pubblica subito e darebbe gioia a tanti.

Insieme a noi, nella due giorni Lucca – Livorno (11 e 12 dicembre), si sono alternati amici e membri del Sodalizio Muschiato.

 

 

Guardala negli occhi

ghiaino

Michele Cecchini

GUARDALA NEGLI OCCHI

Che avesse talento da vendere me lo avevano detto ed era proprio così.
Quando me la presentarono, mi parve parecchio diversa. Più bassa, magrolina. Si era tolta il cappello di lana e notai subito l’attaccatura dei capelli sulla fronte, prima che questi le piovessero sugli occhi. Erano occhi vivaci, sorridenti.
Sorrideva spesso di un sorriso contagioso e questa cosa la rendeva necessariamente simpatica. Sorrideva nel salutare qualcuno o nelle azioni più banali: mentre camminava, mentre qualcuno le parlava, mentre aspettava la corriera che la riportava a casa.
Era un sorriso semplice quello, di chi va incontro alla vita con delicatezza, eppure tradiva un briciolo di rassegnazione, come se quel sorriso dicesse che tutto sommato va bene così e più di tanto non è lecito chiedere.
Sorrideva così puntualmente che finivi per dubitare dello stato d’animo di cui quello stesso sorriso sarebbe dovuto essere il segno e ti rimaneva il dubbio che si trattasse piuttosto di un tic, di un vezzo.
Vero è che il sorriso, su quella faccia, gli cambiava radicalmente i connotati. Gli angoli della bocca si sollevavano e scoprivano i denti. Le mascelle si facevano più consistenti, gli occhi si chiudevano, la fronte si increspava. La sua faccia pareva disegnare tutta la gamma di sentimenti lì sopra e la loro progressione non si capiva se era il segno della sua trasparenza, della sua disponibilità a mettersi in gioco, oppure il contrario.
Era proprio così. Era capace di slanci e di confidenze buttate lì come per vedere l’effetto, con quella sua esuberanza che a volte presupponeva, anzi imponeva un’intimità a cui non potevi resistere. Perché quando gli girava, si buttava a capofitto sulle persone e sulle cose: fondamentali per lei, dovevano esserlo per tutti. Era il suo modo di esserci. Allora prendevi coraggio e ti avvicinavi.
Ma era un attimo, perché di colpo aveva ristabilito le distanze. Aveva deciso così, senza un perché. Si incupiva e lo sentivi subito che eri ingombrante. Il suo essere un animale solitario emergeva, a dispetto di quel suo fare.
Sì, lo sapevo che la sua vita era altro dalla mia. Lo avevo imparato subito. Me lo aveva fatto capire ma lo avevo già capito da me. Una volta raccolta una confidenza, non c’era da farsi troppe illusioni e ci stava di dover ricominciare da capo.
Raccontò parecchio del suo paese. Era orgogliosa dei suoi posti. Per me, stare lì con lei fu come affacciarsi per un attimo, un attimo solo, su un mondo a cui noi non solo non avevo accesso, ma che nemmeno mi ero sognato che potesse esistere.

La lettrice scomparsa

ghiaino Fabio, trovo finalmente il tempo di mandarti due righe circa il romanzo, come promesso. Ho terminato diversi giorni fa la lettura e mi è rimasto parecchio impresso. Innanzitutto, l’ambientazione: la Roma che i tuoi personaggi attraversano è intima, straniante, e la osservi con uno sguardo “forte” e poetico al tempo stesso. Anche la trama tiene e avvince, secondo me. Hai saputo dosare con equilibrio l’espediente della cura attraverso i libri, inscrivendolo in un giallo che si dipana piano piano e che, guarda caso, proprio grazie ai libri si risolve. Mi pare un bell’atto d’amore per la letteratura e per la lettura, mi è venuto in mente Truffaut a più riprese.
fabioCirca le “trappole” cui mi accennavi, e gli stereotipi: non direi. Ogni “visita” che il protagnista riceve è per il lettore un pretesto per conoscerlo più in profondità. Lui, che dovrebbe procedere ad analisi, finisce di fatto per subirle. Ed è un aspetto che lo contraddistingue e lo umanizza: il tuo personaggio dovrebbe avere le idee ben chiare perché si propone di dare consigli, in realtà appare spaesato e ciò che cerca è destinato inevitabilmente a sfuggirgli: su tutti, la faccenda dell’invio delle cartoline, davvero poetica ed efficace. Da questo punto di vista, poi, la commistione tra la trama e le riflessioni sulla letteratura offrono una miriade di spunti e soprattutto di letture a più livelli, che tu qualche volta suggerisci e qualche altra lasci impliciti, dando la possibilità al lettore di muoversi atuonomamente.
Insomma, un gran bel lavoro.

Biblioteca

Nei prossimi giorni, quando avrò un po’ più di tempo, non vedo l’ora di rintanarmi in biblioteca. Mi porterò dietro libri che so che non leggerò e appunti per cose che non mi serviranno, ma stare in una biblioteca mi piace tremendamente. L’atmosfera che si respira in una biblioteca è decisamente rassicurante. Innanzitutto perché si è circondati dai libri, e stare in mezzo ai libri fa bene. E poi la biblioteca è un luogo appartato, silenzioso, che impone la concentrazione. In biblioteca il tempo è sospeso, l’atmosfera ha un che di metafisico: non ci si può “fare un salto”, perché la biblioteca richiede tutto il tempo e ha il suo ritmo inevitabilmente lentissimo, dilatato.
In biblioteca è bello anche guardarsi intorno: ai tavoli sono seduti ragazzi alle prese con gli ultimi appelli prima dell’estate, qualcuno viene a leggere il giornale, altri hanno di fronte a sé pile di volumi, altri ancora sono chini su enormi raccoglitori dei giornali d’epoca. In biblioteca si parla sottovoce, quel poco che si parla. In biblioteca ognuno è un artigiano che affina il mestiere e rende a poco a poco più sensibili i propri strumenti. Ognuno coltiva anche i propri rituali: qualcuno appunta una matita prima di iniziare, altri sciorinano tutto il campionario di evidenziatori, altri ancora tengono gli occhiali nell’astuccio e li estraggono solo al momento opportuno. Capita che sfugga un sorriso complice tra due persone, magari di generazioni differenti, allo stesso tavolo. Le energie impiegate e il tempo trascorso in una biblioteca sono sempre ben spesi. Non si va ma via con la sensazione di avere impiegato male quelle ore.