Incipit vita nova

ghiaino

Michele Cecchini

INCIPIT VITA NOVA

Lo dico subito: a dispetto del titolo, questo post non consiste in un elenco di buoni propositi per il nuovo anno. Anzi, direi che è esattamente il contrario: si tratta di una riflessione su tutto ciò che desidererei mantenere intorno a me e che necessariamente, per un motivo o per un altro, passa e va perduto.
Quando dico “intorno a me” mi riferisco ai legami affettivi, ovviamente. Non mi addentro qui sulle persone, consapevole del fatto che non aggiungerei niente di niente: ciascuno coltiva i propri legami e tanto basta.
Piuttosto, intendo qui soffermarmi su una modalità di manifestazione dell’affetto circa la quale ho potuto riscontrare divergenze rispetto ad altre persone.
Mi riferisco al rapporto con gli oggetti e con gli ambienti.
Quando mi accorgo che un oggetto che ho adoperato per anni si rompe o comunque non svolge più la sua funzione e dunque va buttato, mi dispiace. Mi torna in mente la prima volta che dovetti destinare alla spazzatura l’astuccio che mia madre mi comprò per la prima elementare: sì, quegli astucci grandi (allora parevano enormi) con lo zip laterale, che si aprivano in due mostrando orgogliosamente tutta la batteria di matite e pennarelli, incastonati ciascuno nell’elastico e vicino, a corredo, l’appuntalapis, la gomma, le penne.
Mi dispiace anche quando arriva il momento di fare fuori una camicia o un maglione che sono stati tra i miei preferiti o che ricollego a momenti particolari: la camicia con cui andavo a dare gli esami all’università.
E’ come se gli oggetti, gli abiti in questione fossero in qualche modo partecipi degli eventi cui hanno assistito, dunque avessero almeno in parte trattenuto la carica emotiva correlata a quegli stessi eventi. Vedo un oggetto e immediatamente lo riconduco a un ricordo. E “ricordare”, etimologicamente, significa più o meno “richiamare al cuore”. Non si scappa.
Ciò vale anche al presente: difficilmente, ad esempio, cambierei un regalo che mi è stato fatto. “Se non ti piace lo cambi” è una frase che non ho quasi mai preso in considerazione. Mi pare altrimenti di violare il tempo che è stato impiegato per sceglierlo, il giudizio per cui lo si è ritenuto idoneo a me. Se è vero che un regalo è un simbolo e una manifestazione di affetto o, come diceva un poeta, un augurio di felicità.
Anche gli ambienti, dicevo.
Recentemente mi è capitato di chiacchierare con un paio di persone, ciascuna delle quali era impegnata in un trasloco. La conversazione è proceduta, grosso modo, su analoghi binari: la casa nuova, i lavori che non finiscono mai, la fatica di portarsi via le proprie cose che non sembra ma se ne accumulano davvero tante. A un certo punto ho buttato lì la medesima considerazione, in entrambi i casi, riferendomi al dispiacere che si prova a lasciare comunque una casa in cui si è vissuto. Con uno dei due in particolare credevo di avere azzeccato la frase perfetta, perché si tratta di una persona che ha addirittura assistito alla costruzione di quella casa, è andato a vivere lì appena sposato, lì ha avuto un figlio, lì lo ha cresciuto finché, dopo la laurea, il figlio è partito per trasferirsi in un’altra città.
Invece, in questo caso e pure nell’altro, la risposta che ho ricevuto è stata piuttosto sbrigativa: “Mi dispiace? No. Macché mi dispiace…”. Insomma, le mie erano fisime. Sia chiaro: non ho la minima intenzione di giudicare. Solo, registro una diversità.
Tante volte ho ripensato alla casa di via Guinigi dove vivevano i miei nonni e dove ho trascorso tanti giorni dlela mia infanzia. Ho cercato spesso di immaginare come è adesso, dopo il lavori di ristrutturazione fatti dagli acquirenti che sono subentrati. Mi sono chiesto anche che fine abbiano fatto certi oggetti che si trovavano lì e che ogni tanto riaffiorano alla mente: la poltrona dove sprofondava mio nonno, la ciotola di porcellana dove stavano le caramelle mou, il centrotavola fatto all’uncinetto. Ricordo ancora perfettamente il rumore che facevano le stufe a gas nelle varie stanze. Passando lungo via Guinigi, mi viene da cercare con lo sguardo i gerani che mia nonna aveva messo nei vasi appesi lungo il davanzale delle finestre.
Ci si affeziona agli ambienti come agli oggetti, per lo stesso motivo: per la portata emotiva che detengono, essendo intrisi di ricordi.
Tempo fa in un negozio ho visto una sedia – di paglia, con un design tipicamente anni ’70 – identica a quelle che i miei genitori avevano nella sala da pranzo quando ero piccolo. Ho fatto una foto e l’ho mandata a mia sorella.
Pur nell’entusiasmo della nuova destinazione, ogni volta ho abbandonato con dolore le case dove ho vissuto anche per un tempo relativamente breve: il bilocale di Lucca, quello di Vinci, quello di Livorno.
Uscire dal Liceo dove ho studiato per cinque anni ricordo fu traumatico, gli ultimi giorni di scuola dell’ultimo anno continuavo a riflettere sul fatto che non avrei più rivisto quei luoghi: i corridoi, la palestra, le aule e le scale. Significava che la piccola comunità che eravamo, di lì a poco si sarebbe sciolta.
Anni dopo, quando tornai in quell’edificio per sostenere un concorso, provai una profonda emozione. Molte cose erano cambiate lì dentro, ma il luogo era quello.
Oggi, a distanza di parecchi mesi, ancora non ho trovato il coraggio di rimettere piede nella scuola dove ho insegnato per una decina di anni.
Non lo so, per certi versi invidio chi ha lo scatto di reni attraverso cui riesce a cambiare davvero, lasciandosi tutto alle spalle, definitivamente, per ricominciare da capo sentendosi una persona nuova.
Io non ci riesco. Ogni tanto, pur nella frenesia degli impegni, ho l’impressione di vivere come a rilento. Mi affeziono alle cose, agli ambienti e questo comporta un minore dinamismo. Probabilmente così facendo ho l’illusione di percepire di più e meglio, invece ci sta che l’effetto sia solo quello di rimanere invischiato in cose che non ci sono più.
Forse dovrei traslocare sulla luna, dove Ariosto nel “Furioso” immaginava andasse a finire tutto ciò che va perduto sulla Terra. Sulla luna, del resto, gli astronauti camminano molto lentamente: la gravità stenta a richiamarli all’ordine e loro se se stanno lì che quasi pare galleggino.
Rileggendo queste righe, noto che abbondano i “forse” e i “non lo so”. Volutamente, li lascio tutti. A mo’ di elogio del dubbio. Mi piace avere dubbi e mi piacciono le persone che li manifestano. Nutro una certa diffidenza verso chi non è mai minimamente sfiorato dall’incertezza e in ogni circostanza ha qualcosa da dire e è pure convinto di dire la cosa migliore.
Allora quando sento un disarmante quanto si vuole: “Ah boh, Miche.. io di questo proprio non ho idea..” mi sento rinfrancato perché riconosco un affinità in parole che mi pare detengano onestà e coraggio.

Duemilacinquecento

ghiaino

Michele Cecchini

DUEMILACINQUECENTO

3000. No vabbé, non esageriamo. Facciamo 2500.
Tempo fa, insieme a un mio amico, Fabio, abbiamo fatto il calcolo di quanti libri grosso modo si ha tempo di leggere nell’arco di una vita.
Abbiamo cercato di starci larghi: se si inizia a 15 anni e si legge fino agli 80, con una media di un libro per settimana, cioé 4 al mese cioé 48 all’anno, si arriva grosso modo a 3000. Per l’esatezza, 3120. Ora, tenendo conto che una media del genere è appunto fin troppo ottimistica, ci siamo assestati sulla più ragionevole cifra di 2500 e forse saremmo dovuti scendere ancora.
Insomma, nel corso della propria vita un lettore accanito (e longevo) mette insieme 2500 volumi. Poco o tanto? A me è parso pochissimo, specie se confrontato con i titoli che escono ogni anno nel nostro Paese. Se poi non ci si limita alla narrativa degli ultimi anni ma si allarga lo spettro ai classici e alla poesia, alla saggistica e alla letteratura straniera e ad altro ancora, ecco che 2500 diventa una cifra davvero irrisoria.
Giorni fa, ripensando a questa cosa, ho traslato la cifra dei libri alle persone. Si può dire di arrivare a conoscere un minimo, per non dire frequentare 2500 persone nella vita? Forse sì.
Se così fosse, significa che possiamo dedicare a ciascuno qualche ora nell’arco di una sola settimana. Come per la lettura di un libro. Questa cosa mi ha fatto pensare.
Innanzitutto, è evidente che occorre scremare. Per scremare bisogna essere capaci di scegliere e ciò non è cosa da poco. Io, per esempio, non ne sono capace, anche per circostanze molto più banali: al supermercato posso rimanere anche venti minuti inchiodato al reparto dei detersivi senza venirne a capo.
Per i libri qualche criterio di scelta può essere utilizzato, certamente: gli autori, i generi, le epoche. Per le persone, le cose si complicano e non poco. Perché si possono adottare tutti i parametri del mondo, ma questi vanno a farsi benedire quando c’è di mezzo, ad esempio, l’affetto: un sentimento capace di sovvertire qualsiasi scala di valori. Per cui si dice: “Vabbé, Tizio è un po’ così ma gli voglio bene…” oppure: “Vabbé, Tizio è un po’ così ma ci conosciamo da una vita…”.
Selezionare è difficile e forse, nell’ambito delle relazioni umane, impossibile. Non mi addentro in analisi antropologiche né sociologiche perché non mi competono e non mi interessano. Ciascuno applica i propri criteri di scelta, basandosi sull’istinto e giudicando ora sulla comunanza di gusti e di passioni, ora sulla brillantezza della conversazione, ora sul carisma e su tutto il resto che inevitabilmente ci avvicina ad alcuni e ci allontana da altri.
Sì, le 2500 persone che ci circondano comportano delle scelte, o forse sarebbe pure legittimo e anche più agevole concludere che le nostre relazioni e la qualità di esse siano governate dal caso: è lui a guidarci verso gli altri o a metterceli sulla nostra strada. E alla fine noi non scegliamo un bel niente o, se facoltà di scelta c’è, si rivela piuttosto ridotta.
Tuttavia io credo che le affinità esistano e può darsi benissimo che si generino casualmente: le persone con cui condividiamo qualcosa non le scegliamo, ma ce le ritroviamo accanto improvvisamente. Può darsi. Come un libro che ti metti a leggere e nemmeno sai come ti è capitato tra le mani. Sta di fatto che queste affinità esistono: affinità nel sentire e nel vedere le cose del mondo. Sono piccoli miracoli che accadono ed è bene tenerseli stretti.
Io non so se posso dire di avere vissuto davvero momenti di profonda, intima, totale condivisione tra le mie potenziali 2500 amicizie. Del resto nessuno credo possa affermarlo con certezza. Quando ci sono andato più vicino è stato forse in concomitanza di un dolore: il quale, probabilmente, si presta ad essere condiviso più della gioia.
C’è una scritta sul lungomare qui a Livorno che dice: “La felicità non è ben vista. Se sei felice non lo dire a nessuno”.
Però io a quelle affinità ci credo e non ho nessuna intenzione di cedere allo sconforto di chi finisce per detestare il genere umano, affermando che i propri simili sono irrimediabilmente sbagliati.
Arrivo così al punto. Oltre alla ricerca di questa affinità, ho pensato che ciò che muove ciascuno verso le sue 2500 persone – al contrario dei libri, sono davvero tante -, è la curiosità.
Intendo quella sincera e disinteressata che induce a cercare l’altro e ad ascoltarne la storia. Un po’ come quando cominci ad appassionarti a un libro o a un film e vuoi sapere come va avanti e come va a finire. È una curiosità sana, perché è quella del bambino quando formula tutte le domande del “perché”. E la curiosità e l’incanto che lo animano non lo conducono a un giudizio, ma a guardare tutto come a un dato di fatto: bassezze, schifezze, miserie e contraddizioni incluse.
Chi scrive non può non essere curioso, anche se questo comporta una buona dose di fatica. È la fatica della curiosità: perché è facile perdere interesse verso le cose e perché spesso quello che l’altro ha da dire neppure è interessante. In fin dei conti ogni volta che ciascuno parla di sé in realtà sta parlando di “noi”, le emozioni di ciascuno somigliano a quelle degli altri, le riflessioni individuali fanno parte di un pensiero condiviso, tutto ciò che si può affermare come “mio” appartiene in realtà a tutti: percezioni, speranze, desideri, preoccupazioni. Anche il dolore: che, se diviene un fatto collettivo, si fa più lieve.
Non so, probabilmente tutto questo potrà apparire consolatorio, ma sicuramente la consapevolezza che bene o male rimestiamo tutti nello stesso tegame (absit iniuria verbis) può generare un po’ di indulgenza. Verso se stessi e soprattutto verso gli altri 2500. Molte delle storie dei quali, a ben guardare e sforzandoci un po’, acquistano a poco a poco un loro colore, si rivelano come il frutto di sguardi anomali ed eccentrici, denotano sprazzi di insospettabile originalità: come la calligrafia o le rughe sul viso. Basta avere un po’ di pazienza e qualche volta si arriva ad alzare le sopracciglia per la sorpresa. Questo vale anche per la scrittura: si racconta una-storia-una, si parla di un personaggio o di una serie di personaggi ben definiti dalle loro vicende e dalle loro peculiarità, si possono anche scegliere l’ambientazione più esotica e l’epoca più remota, ma inevitabilmente si finisce per dare validità generale, vorrei dire universale, a quel che si scrive.
E poi, non da ultimo, ritengo che in quel novero dei 2500 ci siano persone migliori di me. E’ un pensiero che mi fa bene: mi riconcilia con l’umanità tutta e riconduce il mio punto di vista a una corretta dimensione. E’ un pensiero che mi pare renda più sottile lo spessore della campana di vetro di cui ci si sente prigionieri. Sì, ci sono persone di gran lunga migliori di me, capaci, che ne so, di fare cose per le quali non riuscirei ad essere animato dalla stessa motivazione e da analogo spirito di sacrificio. Tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente e che mi ha colpito: tempo fa una mia amica mi ha detto che suo padre, dopo che si fa un culo così per tutta la settimana sul lavoro, ogni sabato notte come volontario svolge il servizio di soccorso sugli elicotteri, per le emergenze dei dispersi o dei feriti in montagna.
Forse questa nota è un po’ troppo intrisa di ottimismo rispetto al mio standard, dunque cedo alla tentazione di sporcarla un po’. Questo mio invito a non rinunciare a guardarsi intorno, a leggerseli proprio tutti quei 2500 libri, a mantenere viva la curiosità e dritte le antenne, ad ascoltare le storie degli altri, questo mio invito, dicevo, ha da fare i conti con una frase di Thomas Mann che mi piace molto, che sento mia e, per le considerazioni cui accennavo prima, magari si adegua bene a molti se non a tutti noi: “E io ti dico che sono stufo di ritrarre la natura umana senza parteciparvi”.

La palla che avevo lanciato

ghiaino

Michele Cecchini

LA PALLA CHE AVEVO LANCIATO

The ball I threw while playing in the park
Has not yet reached the ground.

Sono versi di Dylan Thomas. Sono versi celebri e significano più o meno: la palla che ho lanciato giocando nel parco non è ancora caduta a terra. Cioé: la palla che ho lanciato è ancora in volo. Cioé, fuori di metafora: ancora riesco ad entusiasmarmi, ad emozionarmi, sono capace di provare stupore. Sono ancora un bambino, sì, uno di quei bambini che senza una ragione, per parafrasare un altro poeta, corrono dietro agli aquiloni.
In questi ultimi tempi una serie di coincidenze mi ha posto di fronte al dilemma se la palla che ho lanciato sia caduta o meno a terra.
Me lo sono chiesto ieri, quando ho assisitito all’ultima proiezione – l’ultima – all’interno di un cinema che insieme ad altri – soprattutto per merito degli altri – avevamo provveduto a rilanciare una quindicina di anni fa, curandone la programmazione per un paio di giorni la settimana: prime visioni, retrospettive, incontri con gli autori, cose così. Adesso quello stabile chiuderà, probabilmente diventerà qualcos’altro, ma io ieri sera la domanda se la palla fosse caduta a terra me la sono posta eccome. E non riguardava la città – che soffre comunque della penuria di offerta culturale – né l’associazione – che andrà a svolgere la propria attività altrove: la domanda era rivolta a me, proprio a me.
E’ la stessa domanda cui mi sono trovato di fronte svariate volte nel corso degli ultimi anni, quando ho constatato che ciò a cui mi ero dedicato aveva esaurito il proprio corso, fisiologicamente, e non sarebbe tornato più. Allora, drammatizzando, si dice che si chiude un’era, che finisce un’epoca. Come quando venne chiuso il Circolo che era il punto di ritrovo fisso un po’ di anni fa. E quella medesima domanda si è presentata anche per circostanze molto più banali, come la chiusura di una storica bettola dietro casa dei miei – quelle bettole di paese che prosperavano negli anni ’50, servendo piatti caldi e piantonate dalla mattina alla sera da una nutrita schiera di vecchietti che leggono il giornale, fumano e giocano a carte.
Mi sono chiesto se la palla fosse caduta definitivamente a terra quando ho ottenuto il trasferimento: avrei lavorato nella mia città, ma ciò comportava lasciare – definitivamente, irrevocabilmente – gli affetti coltivati lungo il corso di tanti anni e che rendevano quel posto di lavoro qualcosa di ben diverso da tutto ciò che comunemente si associa al concetto di “posto di lavoro”.
Sinceramente, alla domanda relativa a the ball I threw io non so rispondere. Credo però che si tratti di uno di quei pochi casi in cui la domanda è molto più importante della risposta. Perché la risposta presuppone un atteggiamento analitico e se si comincia a sviscerare in questioni del genere, allora vuol dire che la palla è caduta davvero, e definitivamente.
Chiedersi se la palla sia caduta o sia ancora in volo è più importante della risposta anche perché impone, a chi è portato come me a soffrire maledettamente di nostalgia, la percezione dello scorrere del tempo e la necessità di preservare del passato ciò che vale davvero la pena non vada perduto.
Ovviamente mi piacerebbe pensare che la palla non fosse ancora caduta, oppure che mi siano consentiti altri lanci. Tuttavia, preferisco sostituire l’immagine della palla con quella del palloncino. Di quelli che ci compravano le nostre mamme da piccoli in piazza – si poteva scegliere tra quelli o lo zucchero filato – e che ora hanno le forme e i colori più svariati, sono fatti di carta lucida o di plastica. I nostri no, i nostri erano semplici, forse anche un bel po’ tristi: erano di gomma e di un solo colore ma avevano una magia che per un bimbo è tutto. Se ne stavano in alto, quei palloncini, e non bisognava lanciarli, piuttosto impedire che volassero via, stringendo stretto stretto nelle dita il filo che avevano legato al nodo. Poi non resistevi e, vinto dalla curiosità, lasciavi andare quel filo. You threw the ball playing, insomma. E allora la domanda da porsi è un’altra, possibilmente con la stessa dose di stupore di allora: “Dove vanno a finirei palloncini?”.

Una forza del passato

ghiaino

Michele Cecchini

UNA FORZA DEL PASSATO

Ogni giorno, da una ventina di giorni a questa parte, puntualmente si presenta in biblioteca a metà pomeriggio un’anziana signora.
Si mette sempre a sedere al solito posto, proprio quello di fronte al mio.
Ogni giorno, dietro sua richiesta, le viene recapitato dalla bibliotecaria un enorme fascicolo, molto consistente e con una grande copertina rigida.
Il fascicolo raccoglie l’annata del 1938 del Tirreno che all’epoca – apprendo leggendo sulla costola – si chiamava “Il telegrafo del mattino”.
L’anziana signora si immerge nella lettura di quelle paginone giallognole scritte fitte fitte, senza nemmeno una fotografia e con i caratteri talmente piccoli da costringerla ad aumentare in modo consistente la distanza tra i suoi occhi e quei fogli o, in alternativa, a farle collocare gli occhiali proprio sulla punta del naso.
Ogni tanto mi fisso a guardarla, lei se ne accorge, allora solleva lo sguardo per un attimo e mi sorride. Poi torna alla sua lettura. Intuisco un po’ di complicità in quello sguardo, o almeno a me piace pensare così.
Ieri pomeriggio ho aguzzato un po’ la vista e ho notato che leggeva un articolo sulla pagina sportiva riguardante l’organizzazione di un treno per una trasferta dei tifosi a Bologna.
Intorno alle 19, anzi alle 19 in punto, compie un rispettoso rituale di commiato da quelle pagine e da quel luogo: ripone gli occhiali nella custodia e quindi nella borsa, indossa il soprabito rosso, rimette la sedia al suo posto facendo combaciare lo schienale contro il bordo del tavolo, infine augura sottovoce la buonasera a me e agli altri eventuali presenti al tavolo e se ne va con i suoi passettini piccoli piccoli, scanditi dal rumore del tacco delle scarpe.
Io rimango lì a guardare per un po’ il fascicolo rimasto sul tavolo, che raccoglie i numeri del “Telegrafo del mattino” dell’anno 1938 ma non oso aprirlo. Rimane un po’ lì, finché la bibliotecaria provvede a rimetterlo al suo posto chissà dove.
Mi chiedo il motivo di quella silenziosa ma implacabile attività quotidiana. Cerco di immaginare cosa vada cercando lì, dentro le pagine giallastre di un quotidiano di tanti anni fa, quella anziana signora. Le ipotesi che mi vengono da formulare non sono particolarmente originali: forse vuole fare chiarezza, conoscere meglio un periodo nel quale, magari, è stata costretta a stare lontana dalla sua città. Oppure, banalmente, anche se tenderei ad escluderlo, sta facendo una qualche ricerca. In ogni caso, è indubbio che il suo intento sia quello di recuperare il passato: riviverlo attraverso gli eventi di quando era ragazza e che magari tornano a suonarle nuovi perché se ne è dimenticata, oppure strofinare quei fogli, percorrere quelle righe ha una valenza affettiva, perché quelle sono le righe percorse dagli occhi e strofinate dalle dita di suo padre e quelle erano le notizie che suo padre leggeva e lei probabilmente prova ad immaginare le reazioni – di stupore, di curiosità, di indignazione – che via via in lui quelle stesse notizie avranno provocato.
Recuperare il passato, quindi. I suoi occhi di adesso, tanto affaticati, sono diversi, hanno goduto della vista di una settantina di anni di immagini, di notizie, di dettagli, di volti che non possono non averla resa diversa da ciò che era all’epoca, eppure in quelle due ore l’anziana signora ha la sensazione di tornare a quei tempi, a quei luoghi, di accompagnarsi di nuovo alle persone con cui ha condiviso l’infanzia.
Allora mi vengono in mente i versi di Pasolini: “Io sono una forza del passato./ Solo nella tradizione è il mio amore./ Vengo dai ruderi, dalle chiese, /dalle pale d’altare” e, aggiungerei io a questo punto, dal “Telegrafo del mattino” del 1938.
Ecco, io provo una smisurata tenerezza per quell’anziana signora e adoro il modo in cui sprofonda pesanemente, direi quasi violentemente, nella sua lettura. Perché nel suo gesto, del tutto inutile, vedo non una fuga, ma un intenso atto d’amore per la vita.

La cruna del lago

ghiaino Pier Dario Marzi è un grande critico cinematografico, che scrive con passione e rara competenza. Recentemente ha deciso di mettere on line, a disposizione di tutti, il materiale che ha elaborato in tanti e tanti anni di studio, di incontri, di conferenze, di corsi e di serate che ha tenuto un po’ in giro per la Toscana. E’ nato così un blog, La cruna del lago, che è una vera e propria miniera per gli amanti del cinema. Dario infatti si discosta dalle abituali pubblicazioni perché le sue non sono recensioni ma vere e proprie “letture” del testo cinematografico, condotte con un taglio analitico molto approfondito. I film oggetto delle sue indagini svariano dai classici alle ultime uscite. Da seguire e mettere tra i Preferiti.