Luci della città

city_lightsAntonio aveva stima di Lorenzo,
che divenne Lawrence
ma rimase Ferlinghetti.

Lawrence Ferlinghetti e Peter Martin (cognome quanto mai esplicativo pure questo) fondarono la City Lights nel 1953 nel quartiere italiano di North Beach.
Presso quella libreria/casa editrice si ritrovavano i poeti della Beat Generation, supportati dallo stesso Ferlinghetti. È citata in Big Sur di Jack Kerouac. Famosissima è la collana Pocket Poets Series. Tra questi: Howl & Other Poems di Allen Ginsberg.

Meet the author…

freccia_pibctv … and his book “Per il bene che ti voglio”.

In the late Twenties, Antonio Bevilacqua leaves the environs of Lucca in hopes of an acting career in the off-Broadway theatres of San Francisco. There he comes into contact with the art world which centres on such figures as Lawrence Ferlinghetti. Elegant and degraded, frigid and solar, welcoming and cruel, San Francisco exalts and disappoints its children and step-children – including the Dagos, Italian immigrants. For a time Antonio moves to Hollywood, where he is employed as a stand-in for Chaplin, taking his place on the set to facilitate the arrangement of the scenes. He seems, therefore, to have found his ‘Merica’ of the ‘muvinpicce’ – a term derived from the English ‘moving picture’ in the awkward yet somehow poetic half-English half-Italian pidgin used by the Dagos. In language as in life, Antonio Bevilacqua, transformed in the meantime into ‘Tony Drinkwater’ (the literal translation of his name), inhabits a no-man’s land between what he once was and what he has not yet become.

Michele Cecchini was born in Lucca in 1972. He teaches literature and lives in Livorno. In 2014 he and Ettore Borzacchini created and presented the radio programme “Aperte Virgolette” – from 2015, “Saccadé” in an italian radio station. In 2010 he published Dall’aprile a shantih with Erasmo publishers. Per il bene che ti voglio is his second novel.

Irish Coffee

1942, Irlanda. Aeroporto di Shannon. Notte fonda e maltempo. Un gruppo di passeggeri vede rinviato il proprio volo. Stremati, si dirigono al bar dell’aeroporto. Lì lavora Joe Sheridan, che prepara loro del caffè molto forte, a cui aggiunge zucchero, whisky e panna. “Caffé al’irlandese”, dice.

Tempo dopo un corrispondente del San Francisco Chronicle, atterrato a Shannon, apprezzò talmente la bevanda che decise di dedicarle un articolo.
Allora nei bar di San Francisco si cominciò a preparare l’Irish Coffee.

Questo, almeno, è quello che dicono.

ponce

Lawrence Ferlinghetti and the Romance of City Lights

Un articolo sulla storica libreria al 261 di Columbus Avenue, nel quartiere italiano di North Beach, a San Francisco.
Oltre alla libreria, passata alla storia come ritrovo della Beat Generation, qui avevano sede le omonime casa editrice – fondata dal 1953 da Lawrence Ferlinghetti e Peter Martin –  e rivista di cnema e cultura, fondata dallo stesso Martin.
La pubblicazione, nel 1956, di Howl and Other Poems di Allen Ginsberg, costò allo stesso Ferlinghetti – l’editore – l’arresto, con l’accusa di dffusione di oscenità.

Una forza del passato

ghiaino

Michele Cecchini

UNA FORZA DEL PASSATO

Ogni giorno, da una ventina di giorni a questa parte, puntualmente si presenta in biblioteca a metà pomeriggio un’anziana signora.
Si mette sempre a sedere al solito posto, proprio quello di fronte al mio.
Ogni giorno, dietro sua richiesta, le viene recapitato dalla bibliotecaria un enorme fascicolo, molto consistente e con la copertina rigida.
Il fascicolo raccoglie l’annata del 1938 del Tirreno che all’epoca – apprendo leggendo sulla costola – si chiamava Il telegrafo del mattino.
L’anziana signora si immerge nella lettura di quelle paginone giallognole scritte fitte fitte, senza nemmeno una fotografia e con i caratteri talmente piccoli da costringerla a strizzare gli occhi o a farle mettere gli occhiali proprio sulla punta del naso.
Ogni tanto mi fisso a guardarla, lei se ne accorge, allora solleva lo sguardo per un attimo e mi sorride. Poi torna alla lettura. Intuisco un po’ di complicità in quello sguardo, o almeno a me piace pensare così.
Ieri pomeriggio ho notato che leggeva un articolo sulla pagina sportiva riguardante l’organizzazione di un treno per una trasferta dei tifosi a Bologna. Boh.
Poi intorno alle 19, anzi alle 19 in punto, compie un rispettoso rituale di commiato da quelle pagine e da quel luogo: ripone gli occhiali nella custodia e quindi nella borsa, indossa il soprabito rosso, rimette la sedia al suo posto facendo combaciare per bene lo schienale contro il bordo del tavolo, infine augura sottovoce la buonasera a me e agli altri eventuali presenti al tavolo e se ne va con i suoi passettini piccoli piccoli, scanditi dal rumore del tacco delle scarpe.
Io rimango lì a guardare per un po’ il fascicolo rimasto sul tavolo, che raccoglie i numeri del Telegrafo del mattino – anno 1938 ma non oso aprirlo. Rimane un po’ lì, finché la bibliotecaria provvede a rimetterlo al suo posto chissà dove.
Mi chiedo il motivo di quella silenziosa ma implacabile attività quotidiana. Cosa vada cercando lì, dentro le pagine giallastre di un quotidiano di tanti anni fa, quella anziana signora. Forse vuole conoscere meglio un periodo nel quale, magari, è stata costretta a stare lontana dalla sua città. Oppure, ma tenderei a escluderlo, sta facendo una qualche ricerca. È indubbio che stia recuperando qualcosa del passato: riviverlo attraverso gli eventi di quando era ragazza e che magari tornano a suonarle nuovi perché se ne è dimenticata, oppure strofinare quei fogli, percorrere quelle righe ha una valenza affettiva, perché quelle sono le righe percorse dagli occhi e strofinate dalle dita di suo padre e quelle erano le notizie che suo padre leggeva e lei probabilmente prova ad immaginare le reazioni che in lui avranno provocato.
I suoi occhi di adesso, tanto affaticati, hanno goduto della vista di una settantina di anni di immagini, di notizie, di dettagli, di volti che non possono non averla resa diversa da ciò che era all’epoca, eppure in quelle due ore l’anziana signora forse ha la sensazione di tornare a quei tempi, a quei luoghi, di accompagnarsi di nuovo alle persone con cui ha condiviso l’infanzia.
Provo una smisurata tenerezza per quell’anziana signora e adoro il modo in cui sprofonda pesanemente, direi quasi violentemente, nella sua lettura.

Incipit vita nova

ghiaino

Michele Cecchini

INCIPIT VITA NOVA

Quando mi accorgo che un oggetto che ho adoperato per anni si rompe o comunque non svolge più la sua funzione e dunque va buttato, mi dispiace. Mi ricordo ancora la prima volta che dovetti buttare nella spazzatura l’astuccio che mia madre mi comprò per la prima elementare: quegli astucci grandi con lo zip laterale, che si aprivano in due mostrando orgogliosamente tutta la batteria di matite e pennarelli, incastonati ciascuno nell’elastico e vicino, l’appuntalapis, la gomma, le penne. Fu una specie di rituale dolorosissimo.
Gli oggetti, gli abiti sono in qualche modo partecipi degli eventi cui hanno assistito. Uno vede un oggetto che non ha avuto sottomano da un po’ e immediatamente lo riconduce a un ricordo.
Chi si affeziona alle cose, agli ambienti, vive a rilento, forse con l’illusione di percepire di più e meglio. O forse rimane solo invischiato. Chissà.