Una forza del passato

ghiaino

Michele Cecchini

UNA FORZA DEL PASSATO

Ogni giorno, da una ventina di giorni a questa parte, puntualmente si presenta in biblioteca a metà pomeriggio un’anziana signora.
Si mette sempre a sedere al solito posto, proprio quello di fronte al mio.
Ogni giorno, dietro sua richiesta, le viene recapitato dalla bibliotecaria un enorme fascicolo, molto consistente e con la copertina rigida.
Il fascicolo raccoglie l’annata del 1938 del Tirreno che all’epoca – apprendo leggendo sulla costola – si chiamava Il telegrafo del mattino.
L’anziana signora si immerge nella lettura di quelle paginone giallognole scritte fitte fitte, senza nemmeno una fotografia e con i caratteri talmente piccoli da costringerla a strizzare gli occhi o a farle mettere gli occhiali proprio sulla punta del naso.
Ogni tanto mi fisso a guardarla, lei se ne accorge, allora solleva lo sguardo per un attimo e mi sorride. Poi torna alla lettura. Intuisco un po’ di complicità in quello sguardo, o almeno a me piace pensare così.
Ieri pomeriggio ho notato che leggeva un articolo sulla pagina sportiva riguardante l’organizzazione di un treno per una trasferta dei tifosi a Bologna. Boh.
Poi intorno alle 19, anzi alle 19 in punto, compie un rispettoso rituale di commiato da quelle pagine e da quel luogo: ripone gli occhiali nella custodia e quindi nella borsa, indossa il soprabito rosso, rimette la sedia al suo posto facendo combaciare per bene lo schienale contro il bordo del tavolo, infine augura sottovoce la buonasera a me e agli altri eventuali presenti al tavolo e se ne va con i suoi passettini piccoli piccoli, scanditi dal rumore del tacco delle scarpe.
Io rimango lì a guardare per un po’ il fascicolo rimasto sul tavolo, che raccoglie i numeri del Telegrafo del mattino – anno 1938 ma non oso aprirlo. Rimane un po’ lì, finché la bibliotecaria provvede a rimetterlo al suo posto chissà dove.
Mi chiedo il motivo di quella silenziosa ma implacabile attività quotidiana. Cosa vada cercando lì, dentro le pagine giallastre di un quotidiano di tanti anni fa, quella anziana signora. Forse vuole conoscere meglio un periodo nel quale, magari, è stata costretta a stare lontana dalla sua città. Oppure, ma tenderei a escluderlo, sta facendo una qualche ricerca. È indubbio che stia recuperando qualcosa del passato: riviverlo attraverso gli eventi di quando era ragazza e che magari tornano a suonarle nuovi perché se ne è dimenticata, oppure strofinare quei fogli, percorrere quelle righe ha una valenza affettiva, perché quelle sono le righe percorse dagli occhi e strofinate dalle dita di suo padre e quelle erano le notizie che suo padre leggeva e lei probabilmente prova ad immaginare le reazioni che in lui avranno provocato.
I suoi occhi di adesso, tanto affaticati, hanno goduto della vista di una settantina di anni di immagini, di notizie, di dettagli, di volti che non possono non averla resa diversa da ciò che era all’epoca, eppure in quelle due ore l’anziana signora forse ha la sensazione di tornare a quei tempi, a quei luoghi, di accompagnarsi di nuovo alle persone con cui ha condiviso l’infanzia.
Provo una smisurata tenerezza per quell’anziana signora e adoro il modo in cui sprofonda pesanemente, direi quasi violentemente, nella sua lettura.

Incipit vita nova

ghiaino

Michele Cecchini

INCIPIT VITA NOVA

Quando mi accorgo che un oggetto che ho adoperato per anni si rompe o comunque non svolge più la sua funzione e dunque va buttato, mi dispiace. Mi ricordo ancora la prima volta che dovetti buttare nella spazzatura l’astuccio che mia madre mi comprò per la prima elementare: quegli astucci grandi con lo zip laterale, che si aprivano in due mostrando orgogliosamente tutta la batteria di matite e pennarelli, incastonati ciascuno nell’elastico e vicino, l’appuntalapis, la gomma, le penne. Fu una specie di rituale dolorosissimo.
Gli oggetti, gli abiti sono in qualche modo partecipi degli eventi cui hanno assistito. Uno vede un oggetto che non ha avuto sottomano da un po’ e immediatamente lo riconduce a un ricordo.
Chi si affeziona alle cose, agli ambienti, vive a rilento, forse con l’illusione di percepire di più e meglio. O forse rimane solo invischiato. Chissà.

 

Il piacere della conoscenza

ghiaino

Michele Cecchini

IL PIACERE DELLA CONOSCENZA

L’altra sera ho avuto il piacere di partecipare a Lucca alla cena promossa ogni anno dall’associazione “Lucchesi nel mondo” per i concittadini che, in occasione della Festa di Santa Croce, arrivano in città da ogni continente.

E in effetti, gironzolando per il locale tra una portata e l’altra, ti accorgevi che era proprio così. Sui vari tavoli delle circa 350 (350!) persone che affollavano il ristorante, campeggiavano le indicazioni della provenienza di ciascun gruppo. C’era il tavolo di Chicago, quello di Washington, di San Francisco (ovviamente), quello del Brasile, dell’Irlanda, dell’Australia, della Francia e tanti altri posti. Tra un tavolo e l’altro viaggiavano i tortelli al ragù, dentro enormi vasconi faticosamente trasportati dai camerieri.

Non nascondo che partecipare a questo evento mi ha parecchio emozionato. Perché un conto è sapere di concittadini sparpagliati in ogni angolo del globo, un conto è trovarseli davanti e guardarli in faccia.
La sensazione che ne ho ricavato è stata quella di trovarmi davvero di fronte a gente ‘di frontiera’, a dei sopravvissuti, a degli individui a metà. Quasi tutti anziani, nei loro volti e nel portamento non si sarebbe potuta individuare una reale identità: non più italiani, non ancora forestieri a tutti gli effetti. Una sorta di marziani, perfettamente consapevoli però di dove si trovassero e con il profondo piacere di trovarsi proprio lì.
Mi sono avvicinato al tavolo di San Francisco e mi è stata presentata un’anziana signora. A 89 anni suonati ha preso l’aereo ed è arrivata a Lucca per l’occasione, rammaricandosi, tra l’altro, del fatto che mancava a questo raduno da cinque anni. “Ora per gli anni prossimi vedrò come fare”, ha aggiunto. Mi ha raccontato di essere partita da Lammari a 22 anni. Quando ci siamo salutati, mi ha rivolto un meraviglioso: “Piacere della conoscenza!”, che sa di italiese, o insomma di anglosassone, non so, ma si sente che è qualcosa di ibrido.
Ma l’esempio più gustoso di italiese – il miscuglio di italiano e inglese parlato dai nostri emigranti di prima generazione nel Nord America – l’ho avuto quando sono andato al bagno. Ero in coda. Il tipo che è prima di me esce ed è il mio turno. Il tizio però si ferma un momento sulla porta e mi avvisa del mancato funzionamento dello sciacquone. Indicando la tazza, dice: “Stai attento, perché l’acqua non lavora”.
Non credo, ma se mai dovessi scrivere qualcos’altro sull’italiese, l’acqua non lavorerà di sicuro.

Mediterranean Blues

ghiaino

Michele Cecchini

MEDITERRANEAN BLUES

Mio figlio era con la testa fuori dell’acqua. ‘Salvati!’, gli gridai.
‘Sì papà!’, mi rispose il piccino.
Ma un flutto d’acqua me lo portò lontano dagli occhi e da quel momento non lo vidi più.

No, non è il racconto di una scena avvenuta a largo delle acque di Lampedusa. Si tratta della testimonianza riportata su La Domenica del Corriere di uno dei sopravvissuti del naufragio del Sirio, o di chissà quale altro bastimento che portava gli italiani nel Nuovo Mondo all’inizio del secolo scorso. Ne morirono tanti, nei naufragi. E tanti altri morivano sulle navi del reimpatrio. Perché l’America – anzi, la ‘Merica’ – non li aveva voluti e loro a casa così, da sconfitti, non ci volevano tornare.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Tanti ne inghiottì il Grande Luciano (i nostri connazionali nemmeno riuscivano a pronunciarla, la parola ‘Oceano’), tanti ne inghiotte oggi un mare che fino a qualche secolo addietro non avevamo esitazione a definire ‘nostrum’.
Quello delle migrazioni è uno dei temi che ho affrontato nel mio ultimo romanzo. Temo però di aver fatto ben poca chiarezza, nel mio piccolo. Di risposte non ne avevo e non ne ho. Non ho ricette e non mi interessano le soluzioni: non credo che sia questo il compito di un romanzo. A me basta avere posto delle questioni, avere suggerito spunti di riflessione, avere creato degli spazi facendo emergere le inevitabili zone di grigio. Perché il tema è complesso e ricco di sfumature e no, non credo lo si possa ridurre talmente ai minimi termini da poterne scriverne, che ne so, su una felpa.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Ecco, se proprio devo individuare una civiltà cui sento di appartenere, credo che sia quella mediterranea. ‘Nostra’, appunto. E una volta si diceva che nella miseria, nella disgrazia le persone si sentono più vicine.

Da sempre c’è un mare da attraversare perché da sempre abitiamo una terra di mezzo.
Dalla terra da cui provengo, tanti partirono. Non avendo più niente, tentarono la fortuna. Prima di partire, c’era una cosa da fare: visitare il Volto Santo, all’interno della cattedrale. Quella visita era di buon auspicio per il viaggio. Se la partenza avveniva di notte, si dava un’occhiata al Volto Santo attraverso uno spioncino su uno dei lati esterni della cattedrale.
Il Volto Santo è il crocifisso simbolo della città ed ha il compito di proteggerla. A lungo si è creduto che fosse un crocifisso di cedro del Libano, perché il Cristo è scuro. Per questo viene definito ‘il Cristo nero dei Lucchesi’.
Secondo la leggenda, dalla città Palestina ‘il Cristo nero’ fu caricato su una nave senza equipaggio. Attraversò il Mediterraneo e approdò miracolosamente sulle nostre coste. Poi, ebbe il compito di proteggere chi appunto era in procinto di abbandonarle, quelle coste.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Facciamo pace con questa cosa.

Grandi aspettative

ghiaino

Michele Cecchini

GRANDI ASPETTATIVE
La scrittura in forma di racconto breve

“I primi giorni sono quelli più duri, non ti devi preoccupare”, continuava a ripetermi.
Il nostro incontro avvenne in modo del tutto casuale e forse anche sbagliato.
All’epoca io avevo già cominciato a scrivere e scrivevo forsennatamente, di tutto. Qualcuno mi conosceva perché ero la curatrice di una rubrica di gastronomia su una rivista all’epoca molto importante, alcuni miei articoli erano apparsi sul quotidiano cittadino, per il quale mi occupavo pure degli annunci degli oggetti smarriti.
Ci avvicinammo e iniziammo a parlare niente affatto come se fosse la cosa più naturale, ma come se le nostre parole fossero rimaste lì in sospeso per parecchio tempo, incapaci di sedimentare e adesso, finalmente, avessimo avuto modo di recuperarle e dirle.
Il suo accanimento di puntualizzare e precisare era a tratti insopportabile.
“I primi giorni sono i più duri e tu lo sai. Ma il problema è quando la strada ti sembra in discesa: è allora che il pericolo è dietro l’angolo”.
Insisteva a parlarmi dei suoi tentativi – che io già sapevo imminenti, ripetuti e andati a vuoto – di smettere di bere.
Anche quella sera andò che finì per ubriacarsi ma io forse nemmeno ci feci caso, appunto come se si trattasse di una delle tante cose lasciate a metà.
Io lo ascoltavo perché avevo bisogno di una spinta, di una scintilla, anche di uno schiaffo magari, e sapevo che da lui qualcosa avrei ricavato.
Io mi sentivo bene, ero pronta alla vita, sapevo che era il momento giusto e c’erano le condizioni ma mancava ancora qualcosa, perché di fatto rimanevo inchiodata a terra.
Era quello il motivo per cui stavo in ascolto. Cercavo nelle sue parole qualcosa di compiuto, che finalmente avrebbe reso le mie sensazioni una sequenza coerente e articolata.
Mentre lui insisteva nel ripetermi che i primi tempi sono i più duri. Nonostante io avessi smesso di bere da diversi anni e non avessi la minima intenzione di riattaccare. Lui proseguiva e io provavo a mettere le sue parole dentro ai miei casi.
Difficile dire, all’interno di una conversazione, chi parla e chi ascolta.
Io rimanevo lì e mai gli dissi il motivo, per non alterare questo nostro patto tacito. In base al quale anche io dovevo essergli utile a qualcosa, probabilmente.
Rimanevo in ascolto. Non ho mai creduto in ciò che ti coglie all’improvviso, tanto fatale e micidiale da illuminare una porzione della vita, per cui dovevo cercare, leggere tra le righe, decifrare.
Circa la sua propensione all’alcol, perché su questo lui proseguiva, sono pronta a dubitare. Il ricorso all’alcol era troppo esibito, troppo esasperato perché fosse autentico. Probabilmente, era funzionale alla sua vita di relazione, un espediente per fargli assumere una posa, il cliché dell’artista sregolato che gli piaceva molto.
Non so se tutto questo rientri a pieno titolo tra le forme di dipendenza e neppure saprei dare una definizione di dipendenza, in fondo.
Anch’io, pensai, continuavo ad assumere pose, standomene lì zitta zitta in ascolto. Finivo per pronunciare le parole che gli altri avrebbero voluto sentirsi dire, mostrare quelle sensazioni che era opportuno trasmettere.
Tuttavia è proprio in questo modo che funziona: prendo di tutto, divoro di tutto fino a sentire dolore e solo allora vomito fuori quel che riesco. Non quel che viene, ma quel che voglio che sia, quel che preferisco che sia. Per fare questo, ho bisogno di nascondermi, di percepire la solitudine più profonda: guai se qualcuno mi vede.

Continuavamo a parlare tenendoci a distanza, ognuno per conto suo, mentre le parole assumevano per ciascuno un proprio significato.
Il tentativo di giungere a un compromesso era ciò che ci teneva avvinti e nello stesso tempo ci imponeva di starcene alla larga.
Quando eravamo insieme ciascuno era solo e soffrivamo di una solitudine inquieta, ma che permetteva di riconoscerci.
Solo con le lacrime a fior di pelle, cioè con una visione più liquida, i contorni tra noi si definivano.
Ogni inizio è generato dalla fine di qualcos’altro. Pensandoci bene, tutto in fondo è costituito da una lunga, infinita teoria di finali, ciascuno dei quali comporta e racchiude un nuovo inizio.
Iniziare non è partire da zero ma riprendere da dove si è lasciato, ricominciare dalla conclusione cui si era giunti. Ogni riga proviene da ciò che sta sopra o, forse, sotto di lei.

La palla che avevo lanciato

ghiaino

Michele Cecchini

LA PALLA CHE AVEVO LANCIATO

The ball I threw while playing in the park
Has not yet reached the ground.

Sono versi di Dylan Thomas. Sono versi celebri e significano più o meno: la palla che ho lanciato giocando nel parco non è ancora caduta a terra. Cioé: la palla che ho lanciato è ancora in volo. Cioè: ancora riesco ad entusiasmarmi, ad emozionarmi, sono capace di provare stupore verso le cose del mondo. Sono ancora un bambino, sì.
In questi ultimi tempi una serie di coincidenze mi ha posto di fronte al dilemma se la palla che ho lanciato sia caduta o meno a terra.
Me lo sono chiesto ieri, quando ho assisitito all’ultima proiezione – l’ultima – all’interno di un cinema che insieme ad altri – soprattutto per merito degli altri – avevamo provveduto a rilanciare una quindicina di anni fa, curandone la programmazione per un paio di giorni la settimana: prime visioni, retrospettive, incontri con gli autori, cose così. Adesso quello stabile chiuderà, probabilmente diventerà qualcos’altro, ma io ieri sera la domanda se la palla fosse caduta a terra me la sono posta. E non riguardava la città né l’associazione – che andrà a svolgere la propria attività altrove.
È la stessa domanda cui mi sono trovato di fronte svariate volte nel corso degli ultimi anni, quando ho constatato che ciò a cui mi ero dedicato aveva esaurito il proprio corso, fisiologicamente, e non sarebbe tornato più. Allora, drammatizzando, si dice che si chiude un’era, che finisce un’epoca. Come per la chiusura di una storica bettola dietro casa dei miei – quelle bettole di paese che prosperavano negli anni ’50, servendo piatti caldi e piantonate dalla mattina alla sera da una nutrita schiera di vecchietti che leggono il giornale, fumano e giocano a carte con la televisione sempre accesa.
Credo però che si tratti di uno di quei pochi casi in cui la domanda è molto più importante della risposta.
Da piccoli, in piazza, tutte le mamme comprano i pallonicini. Ora hanno le forme e i colori più svariati, sono fatti di carta lucida o di plastica. I nostri no, erano semplici, forse anche un po’ tristi: erano di gomma e di un solo colore ma avevano una magia che per un bimbo è tutto. Se ne stavano in alto, quei palloncini, e non bisognava lanciarli, piuttosto impedire che volassero via, stringendo stretto stretto nelle dita il filo. Ma non si poteva resistere e prima o poi quel filo veniva lasciato andare. You threw the ball playing, insomma. E allora ce n’è un’altra, di domande: “Dove vanno a finirei palloncini?”.