Considerazioni minime su una domenica mattina al cinema

Michele Cecchini

Qualche domenica fa insieme a mio figlio ho partecipato all’iniziativa del “Cinema a colazione” presso il Centro artistico Il Grattacielo. In programma c’era una pietra miliare: Miracolo a Milano, film di Vittorio De Sica datato 1951.
La proiezione di domenica ha avuto un esito particolare, anomalo. È accaduto qualcosa di importante e sento il bisogno di condividerlo.
Il film, come noto, racconta la storia di un gruppo di senzatetto che, in maniera pacifica, occupa abusivamente un terreno alla periferia di Milano dove costruisce una baraccopoli. Parafrasando il testo della canzone che accompagna questa loro impresa, per credere nel domani basta loro una capanna. Poi, per vari motivi circa i quali rimango volutamente sul vago, sul terreno si accaniscono gli speculatori, che mandano la polizia a sgomberare gli occupanti abusivi.
Fin qui la trama.
Il fatto anomalo di domenica è accaduto al termine della proiezione. La sala, dopo i titoli di coda, si è ritrovata dentro a un silenzio raggelante. Non c’era traccia del brusio che di solito accompagna l’uscita. Le persone non solo stavano in silenzio ma si erano commosse. Piangevano.
Mi sono interrogato a lungo su queste lacrime e sulla sorprendente capacità di emozionare da parte di una pellicola datata 1951. Un pianto catartico? Liberatorio?
Innanzitutto, si è trattato di un fatto collettivo. Non ci siamo sentiti toccati come singolo, ma in quanto comunità estemporanea, fugace, ma comunque un insieme di persone accomunate quanto meno dal fatto di assistere allo stesso film e, probabilmente, dal fatto di condividerne pure i presupposti.
Sul senso di comunità il film insiste assai e l’effetto che ne deriva è l’avere avvicinato ulteriormente gli spettatori, naturalmente già predisposti ad affratellarsi in un sentimento condiviso, data la natura stessa dell’esperienza della visione al cinema.
In secondo luogo, ho capito che un’opera cinematografica agisce sull’emotività indipendentemente dal numero di visioni. Nel mio caso, Miracolo a Milano sarà stata minimo la ventesima volta. Eppure.
Evidentemente, entrano in gioco fattori non correlati alla novità, alla sorpresa, al “rapimento” dello spettatore inconsapevole. Come per una miriade di altre cose, anche qui credo valga la formula: dipende dal contesto. Miracolo a Milano tocca sì corde profonde, ma stavolta pure nervi scoperti indirettamente legati alla contemporaneità
Nel film si parla di occupazioni abusive, di intervento della polizia, di violenze ma attraverso uno sguardo dichiaratamente fiabesco: si inizia con “C’era una volta”, il protagonista nasce sotto un cavolo, gli scontri stessi tra chi occupa e la polizia non denotano caratteri di drammaticità, di tragicità ma sfociano nel ridicolo. In qualche sequenza si brandiscono bastoni ma contro gli idranti prevale la magia della moltiplicazione degli ombrelli, tanto per fare un esempio. Né trapela nei confronti degli abitanti della baraccopoli pietismo o sdolcinata compassione, in virtù dell’ironia e del tono favolistico stesso.

Allora le lacrime di domenica dipendono dal film e dal contesto. Il nervo scoperto che Miracolo a Milano è riuscito a intercettare credo sia quello della progressiva perdita di umanità, del mancato riconoscimento dell’altro come proprio simile, della perdita di valore della vita umana di per sé. Per cui, alla fine, gli sguardi che in veste di pubblico ci siamo rivolti corrispondevano a una sorta di messa a nudo. Una presa di coscienza che coincideva con la più triste delle constatazioni: “In che stato ci siamo ridotti”.
“Miracolo a Milano” ha fatto presente, nella sua lirica ed acre semplicità, che un naso è un naso. Una semplicità che nel film spiazza l’ipocrisia e l’arroganza del potere, e negli spettatori la condizione non solo silente ma anestetizzati. Isolarsi, chiudersi a riccio come forma di difesa dallo smarrimento e dal disorientamento profondo generati da questi tempi di buio evidentemente funziona fino a un certo punto. Perché arrivano dal passato Zavattini o De Sica ad assestarci uno schiaffone che ci riporta a contatto con la realtà e con la vita. Un vecchio amico di mio nonno, quando andavamo a trovarlo, ci teneva arginati nell’ingresso per una chiacchiera modesta che riguardava esclusivamente i suoi malanni. Se azzardavi un come va, ti guardava torvo: Non lo vedi in che stato sono? Fargli coraggio, d’altra parte, gli sminuiva il patimento.

Insomma, il film insiste sulla necessità di una dimensione collettiva che non potevamo eludere. Eravamo insieme, tutti insieme, in una sala piena zeppa. Per inciso: il fatto che alle 10 del mattino di una domenica qualsiasi, la sala fosse strapiena per un film del 1951 visto e rivisto, penso si tratti di un Miracolo anche questo.
Grazie alla condivisione i protagonisti (al plurale, appunto) acquisiscono un atteggiamento costruttivo: è lì che sta la loro pienezza, è lì che trovano senso e paiono urlarlo in faccia al miserevole tentativo di svicolare, di non sentirsi parte integrante di niente, quindi inermi.
Totò il buono e tutti gli altri inducono lo spettatore a sognare comunque e con tenacia un altrove: solidale, autentico, “dove buongiorno vuole dire veramente buongiorno”. Mentre lo fanno, ci presentano il conto. E voi? Cosa sognate? Soprattutto: sognate?
Lo schiaffone a diritto e rovescio di Zavattini e De Sica mi ha costretto, come ogni grandiosa opera d’arte esige, a guardarmi intorno. A farmi domande. A lasciar perdere. Ripartire dal senso di comunità. Dai territori. Dagli incontri che siano per davvero incontri. Certo, dipende dal contesto.