Mediterranean Blues

ghiaino

Michele Cecchini

MEDITERRANEAN BLUES

Mio figlio era con la testa fuori dell’acqua. ‘Salvati!’, gli gridai.
‘Sì papà!’, mi rispose il piccino.
Ma un flutto d’acqua me lo portò lontano dagli occhi e da quel momento non lo vidi più.

No, non è il racconto di una scena avvenuta a largo delle acque di Lampedusa. Si tratta della testimonianza riportata su ‘La Domenica del Corriere’ di uno dei sopravvissuti del naufragio del Sirio, o di chissà quale altro bastimento che portava gli italiani nel Nuovo Mondo all’inizio del secolo scorso. Ne morirono tanti, nei naufragi. E tanti altri morivano sulle navi del reimpatrio. Perché l’America – anzi, la Merica – non li aveva voluti e loro a casa così, da sconfitti, mai e poi mai sarebbero rientrati.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Tanti né inghiottì il Grande Luciano (i nostri connazionali nemmeno riuscivano a pronunciarla, la parola ‘Oceano’), tanti ne inghiotte oggi un mare che fino a qualche secolo addietro non avevamo esitazione a definire ‘nostrum’.
Quello delle migrazioni è uno dei temi che ho affrontato nel mio ultimo romanzo. Eppure, con quelle 360 pagine credo di aver fatto ben poca chiarezza. Di risposte non ne avevo e non ne ho. Non ho ricette e non ho soluzioni. Del resto, non credo che sia questo il compito di un romanzo. A me basta avere posto delle questioni, avere suggerito spunti di riflessione, avere creato degli spazi facendo emergere le inevitabili zone di grigio. Perché il tema è complesso e ricco di sfumature e no, non credo lo si possa ridurre talmente ai minimi termini da poterne scriverne, che ne so, su una felpa.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Ecco, se proprio devo individuare una civiltà cui sento di appartenere, credo che sia quella mediterranea. ‘Nostra’, appunto. E una volta si diceva che nella miseria, nella disgrazia le persone si sentono più vicine.

Da sempre c’è un mare da attraversare perché da sempre abitiamo una terra di mezzo.
Dalla terra da cui provengo, tanti partirono. Tanti davvero. Non avendo più niente, tentavano la fortuna. Prima di partire, c’era una cosa da fare: visitare il Volto Santo, all’interno della cattedrale. Quella visita era di buon auspicio per il viaggio. Se la partenza avveniva di notte, si dava un’occhiata al Volto Santo attraverso uno spioncino su uno dei lati esterni della cattedrale.
Il Volto Santo è il crocifisso simbolo della città ed ha il compito di proteggerla. A lungo si è creduto che fosse un crocifisso di cedro del Libano, perché il Cristo è scuro. Per questo viene definito ‘il Cristo nero dei Lucchesi’.
Secondo la leggenda, dalla città Palestina ‘il Cristo nero’ fu caricato su una nave senza equipaggio. Attraversò il Mediterraneo e approdò miracolosamente sulle nostre coste. Poi, ebbe il compito di proteggere chi appunto era in procinto di abbandonarle, quelle coste.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Facciamo pace con questa cosa.

Etimologica

ghiaino

Michele Cecchini

ETIMOLOGICA

Se, come diceva Menandro, la parola sia rimedio ai mali umani, questo proprio non lo so. Mi piacerebbe pensare di sì, così come penso che siano sempre pù numerose le parole da ascoltare rispetto a quelle da dire.
La parola è consolatoria forse proprio per la sua spinta creativa: la parola nomina le cose e così facendo le costituisce, le crea.
Proprio in virtù della loro funzione evocativa e creatrice, dietro le parole, anche quelle apparentemente più sgangherate e goffe, si nasconde un mondo.
Vorrei fare qui tre piccoli esempi.
Nuvoloni. Così venivano chiamati i francesi nel corso delle prime occupazioni napoleoniche a Livorno. Il termine deriva dalla storpiatura di “Nous voulons… Nous voulons…” che scandiva la lettura in piazza degli editti con cui i francesi stabilivano le regole esigendone il rispetto. Ovviamente i livornesi, autarchici e sfrontati, verso le imposizioni non potevano che manifestare insofferenza. A partire proprio da quel ‘Nuvoloni’, espressione che racchiude in sé tutta l’irrisione nei confronti dell’autorità.
Sciabigotto è un termine popolare lucchese, tuttora in uso. Sinonimo di ‘buono a nulla’, ‘incapace’, potrebbe essere di matrice versiliese, poi importato. In questo caso, farebbe riferimento alla rete sciabica utilizzata dal pescatore che, ormai non più in grado di andare per mare aperto, è costretto a rimanere nelel acque basse. Oppure il termine potrebbe derivare dalla commistione di ‘sciapito’ e ‘bigotto’. Un’altra ipotesi ancora chiama di nuovo in causa gli ufficiali dell’esercito napoleonico, che avrebbero apostrofato i cittadini lucchesi come ‘chiens bigots’ (ovvero: ‘cani bigotti’), poiché restii ad applicare le norme dell’Editto di Saint Cloud.
Nuvoloni e sciabigotti. Dominatori e dominati. Oltraggiosi e vilipesi. Comunque sia, c’è un luogo ribelle e allergico alle regole che contesta l’autorità. È la funzione creatrice della parola.
Dago non lascia spazio all’insubordinazione. Perché cambia il contesto, fondamentale per le parole. Non è più quello italiano ma americano. Eppure ‘Dagos’ fa riferimento agli italiani, o meglio è uno degli oltre trecento epiteti insultanti cui gli americani ricorrono per indicare gli italiani.
Di ‘Dago’ si registrano diverse varianti: ‘Black Dago’, ‘Dago Red’, ‘Chianti Dago’ e così via. Se qualcuno ha letto i romanzi di John Fante, si è imbattuto di sicuro in questo termine. L’etimologia anche in questo caso è incerta ma qualsiasi ipotesi è illuminante circa il ruolo degli italiani oltreoceano e la loro condizione. Il termine ‘Dago’ potrebbe derivare da ‘They go’, ad indicare gente che va e viene, che si sposta di continuo. ‘Dingo’ però è anche il cane selvatico australiano. Infine, ‘Dago’ potrebbe derivare dall’espressione ‘Until the DAY GOES’, cioé: ‘finché dura il giorno’. Figuriamoci se un datore di lavoro se la sentiva di assumere un italiano in pianta stabile. Meglio prenderlo con un contratto a brevissimo termine: a giornata – ‘finché dura il giorno’, appunto.

Guardala negli occhi

ghiaino

Michele Cecchini

GUARDALA NEGLI OCCHI

Che avesse talento da vendere me lo avevano detto ed era proprio così.
Quando me la presentarono, mi parve parecchio diversa. Più bassa, magrolina. Si era tolta il cappello di lana e notai subito l’attaccatura dei capelli sulla fronte, prima che questi le piovessero sugli occhi. Erano occhi vivaci, sorridenti.
Sorrideva spesso di un sorriso contagioso e questa cosa la rendeva necessariamente docile. Sorrideva nel salutare qualcuno o nelle azioni più banali: mentre camminava, mentre qualcuno le parlava, mentre aspettava la corriera che la riportava a casa.
Era un sorriso semplice quello, di chi va incontro alla vita con delicatezza, eppure tradiva un briciolo di rassegnazione, come se quel sorriso dicesse che tutto sommato va bene così e più di tanto non è lecito chiedere.
Sorrideva così puntualmente che finivi per dubitare dello stato d’animo di cui quello stesso sorriso sarebbe dovuto essere il segno e ti rimaneva il dubbio che si trattasse piuttosto di un tic, di un vezzo.
Vero è che il sorriso, su quella faccia, gli cambiava radicalmente i connotati. Gli angoli della bocca si sollevavano e scoprivano i denti. La parte inferiore del viso pareva comprimere quella superiore: le mascelle si facevano più consistenti, gli occhi si chiudevano, la fronte si increspava. La sua faccia pareva disegnare tutta la gamma di sentimenti lì sopra e la loro progressione non si capiva se era il segno della sua trasparenza, della sua disponibilità a mettersi in gioco oppure no.
Era proprio così. Era capace di slanci e di confidenze buttate lì come per vedere l’effetto che facevano, con quella sua esuberanza che a volte presupponeva, anzi imponeva un’intimità a cui non potevi resistere. Perché quando gli girava, si buttava a capofitto sulle persone e sulle cose: fondamentali per lei, dovevano esserlo per tutti. Era il suo modo di esserci. Allora prendevi coraggio e ti avvicinavi.
Ma era un attimo, perché di colpo aveva ristabilito le distanze. Aveva deciso così, senza un perché. Si incupiva e lo sentivi subito che eri una presenza ingombrante. Il suo essere un animale solitario emergeva, a dispetto di quel suo fare ingenuamente inclusivo.
Sì, lo sapevo che la sua vita era altro dalla mia. Lo avevo imparato subito. Me lo aveva fatto capire ma lo avevo già capito da me. Una volta raccolta una confidenza, non c’era da farsi troppe illusioni e ci stava di dover ricominciare da capo.
Raccontò parecchio del suo paese. Era orgogliosa dei suoi posti. Per me, stare lì con lei fu come affacciarsi per un attimo, un attimo solo, su un mondo a cui noi non solo non avevo accesso, ma che nemmeno mi ero sognato che potesse esistere.

Sono morto e non lo so

ghiaino

Michele Cecchini

SONO MORTO E NON LO SO

È successo tutto troppo in fretta.
Se solo avessi saputo prima.
Non dico tanto prima, sarebbe bastato un poco di anticipo. Il fatto è che nessuno si preoccupa di avvisarti e tu proprio non hai modo di accorgertene.
È successo all’improvviso, anche se io ci ho messo un bel po’ a capire: quando ho cominciato a fare mente locale. Ma lì per lì non mi sono accorto di niente.
Ora so che la vita è una serie sgangherata di finali e la morte è solo uno dei tanti.

Per tutta la vita io mi sono occupato degli altri: li ho osservati, li ho ascoltati, me ne sono preso cura, ho cercato di dare un senso a quello che hanno detto e fatto. In altre parole, ho provato a decifrare, a interpretare o, come dicono quelli di noi che vogliono darsi un tono, a fornire una chiave di lettura.
Chi pensa che il mestiere di critico letterario sia poco impegnativo, piglia un granchio. Lo metterei volentieri di fronte alle varianti d’autore, alla parafrasi, alla cronologia che non torna, alle edizioni e alle riedizioni, a tutta la fatica boia che comporta la rognosissima decodifica di un testo, la sua “lettura” con tanto di chiave. Una vita fatta di silenzi, di note a margine, di postille, di distinguo, della disperata ricerca di una logica, non solo in ciò che è ma anche in ciò che non è. Perché non basta rendere conto di quello che un autore dice, si deve anche spiegare perché non dice. Motivare i vuoti e i silenzi è il mestiere più difficile, c’è da diventare matti. A furia di stare nella testa degli altri, si rischia di perdere la propria. Perché “si” e perché “no”.

Quando sono andato in pensione, quello è stato un finale. Uno dei tanti. Ma mica ho smesso, anzi. Ho pensato che fosse il momento buono per avvicinarmi ancora di più ai miei testi, ai miei autori, allora ho continuato per conto mio e mi è andata bene.
Mi è andata sempre bene, tutto sommato. Perché mi sono dato da fare, ho azzeccato le mosse, ho frequentato le persone giuste e gli ambienti che contano, mettendo sempre davanti a me i miei progetti. Tutta la mia vita è stata funzionale a quelli.
Le mie letture, quelle con le virgolette, hanno riscosso successo. Il mio metodo, diciamo pure il mio sguardo, è stato portato a esempio. Anche se c’è chi accusa che fare così, cioè lavorare sulle cose altrui, equivale a campare di rendita. Fatto sta che nell’ambiente sono uno che gode di considerazione.

Tutt’a un tratto, invece, è finita lì. Ce ne ho messo di tempo, ma ho capito che non era più come prima. Quando me ne sono reso conto, doveva essere accaduto da un po’.
Più o meno quello che è successo con mia moglie, dopo una vita insieme, o con i miei figli, che non mi hanno mai capito e, secondo me, nemmeno ci hanno mai provato. Forse per loro non sono mai stato un soggetto interessante. Io qualche tentativo, da ultimo, credo pure di averlo fatto. E mi è servito a capire che la distanza tra noi era davvero incolmabile perché nessuno aveva davvero interesse a colmarla. Eccolo, un altro finale.

Insomma, quello che è successo è molto semplice: è successo che i miei testi, i miei autori hanno smesso di parlarmi. Tutti insieme e all’improvviso si sono girati dall’altra parte, come se ce l’avessero con me. Sono diventati muti, inaccessibili, gelidi. Non mi dicono più niente, nemmeno qualcosa di semplice, di banale, di elementare… Niente. E io non ho più niente da dare a loro. “A cura di”, “con il contributo di” sono espressioni vuote, che per me non valgono più. Non ci sono più cure o contributi per parte mia. Chi l’avrebbe detto.
Eppure io sono sempre lo stesso, soprattutto le cose che mi circondano sono sempre le stesse. Sono quelle che mi hanno accompagnato da sempre. Un tempo i testi erano foreste di segni, così intricate da non sapere in quale direzione andare e da perdercisi subito, alle prime righe o ai primi versi.
Oggi quei testi che ho così a lungo studiato, spiegato, interpretato sono diventate carte insulse, senza colore, senza suono, senza anima. Non c’è niente da fare, non mi rispondono.
Perché sia successo, non lo so. So che non è colpa loro. Non sono loro che invecchiano. I testi sono lì, nella loro gigantesca immobilità. Quelli sono e quelli saranno. È il mio sguardo che è cambiato, che non vede più: non coglie più i segnali, non vede tra le righe, non distingue e non associa.

Per molto tempo non mi sono reso conto. Sono andato avanti, cocciuto, a campare di rendita appunto. Quando ho capito, non mi sono arreso. Ho pensato a inghippi momentanei, a difficoltà transitorie, poi mi sono fatto coraggio e ho dedotto che si trattava di una svolta, di un momento cruciale da cui sarei ripartito. Niente, le cose non stavano così. Allora mi sono detto che dipendeva tutto da me e soltanto da me. E allora sì che è arrivata la mazzata.

Evidentemente, avevo dato quello che ero capace di dare, avevo detto quello che c’era da dire. Semplice. Può bastare così, inutile accanirsi in operazioni che già in questo momento, chissà, appariranno datate, superate, esattamente come all’epoca avevo giudicato quanto mi aveva preceduto. Il mio sforzo l’ho fatto, ora tocca ad altri portare avanti il tutto. Per andare dove, non lo so e sinceramente non mi interessa neppure più.
Tuttavia, ho l’impressione di avere lasciato le cose a metà. È il mio unico rimpianto. per il resto non ne ho. Nemmeno quello di aver sacrificato gli affetti o il tempo. Mi sono tolto le mie soddisfazioni. Era quello che volevo e tanto basti. Eppure, mi rimane la sensazione di avere lasciato le cose incompiute, come se non avessi chiuso il cerchio. Questa pensiero mi lima dentro e mi disturba.

Ora la mattina mi alzo e rimango seduto sul letto a lungo. Devo aspettare che il mio corpo e il mio sistema nervoso si abituino al risveglio. Se mi alzo di fretta, sono colto da terribili giramenti di testa.
Faccio colazione con un po’ di latte macchiato e due fette biscottate due, mentre passano le notizie del radiogiornale. Mi faccio la barba, indosso il mio abito scuro e qualche volta pure la cravatta. Poi niente, mi metto lì buono buono seduto sul divano. Guardo nel vuoto o sfoglio qualche rivista. Aspetto che mia moglie torni da fare la spesa. La accompagno di rado perché non mi va. Quando rientra, le vado incontro e la aiuto a mettere a posto il contenuto delle buste. Io mi occupo della dispensa, lei del frigo.
Poi la guardo mentre prepara da mangiare. Per me cuoce dodici tortellini. Non ci diciamo mai niente, un po’ perché tra noi non c’è mai stato chissà quale dialogo, un po’ perché, in effetti, non c’è bisogno di dirsi niente.
Dopo pranzo esco e, a piedi, percorro la stradina che porta in piazza Sant’Anselmo. Mi siedo sempre sulla solita panchina. Già, sempre la stessa. Mi chiedo il perché di questo privilegio: la trovo sempre libera e pare che aspetti proprio me. Eppure la piazza è frequentata. Non molto, per la verità, però ci sono bambini che giocano, persone che entrano in chiesa, qualcuno che posteggia l’auto.

Se mi capita a tiro qualcuno che conosco – circostanza per la verità assai improbabile – in segno di saluto mi limito a toccare la tesa del cappello. Evito accuratamente di sorridere, perché spesso dimentico di mettere la dentiera. Poi mi rannicchio nel mio cappotto e rimango lì.
Guardo le persone di fronte a me ma con il disincanto di chi ne ha viste fin troppe. Non cerco più di capire. Per anni ho messo il naso nelle faccende altrui, nelle loro azioni e nei loro pensieri, ne ho condiviso le angosce e l’ansia di esprimerle, ho accostato con circospezione i loro scritti, cercando di individuare un ordine, una logica che desse conto del loro operato e delle loro idee. Ora non più. Quella curiosità morbosa che mi costringeva a rovistare nelle faccende degli altri, ora non c’è più. Mi limito a osservare ma non vedo un granché. Rimango sulla mia panchina fino a che il sole la illumina, in modo da scaldare le mie quattro ossa. Quando arriva l’ombra, me ne vado. Non mi fermo un attimo di più. Rientro subito a casa. Ogni giorno con un paio di minuti di anticipo.
Dicono che, vedendomi così, trasmetto serenità. Io sinceramente non lo so. Non credo. Se anche succede, non lo faccio di proposito. La serenità degli altri non è un problema mio. Non ho mai avuto tempo per queste cose.

Io mi sento ormai escluso da quello che mi circonda e del resto, se ne facessi parte, sarebbe un privilegio immeritato. Dunque, va bene così. Ma se c’è una cosa che mi rode, è questa terribile, infame sensazione di avere lasciato tutto a metà.

Ciao Borz! 7 settembre 14

ghiaino

Michele Cecchini

CIAO BORZ!

Abbiamo passato insieme così tanti momenti.
Ricordo una sera, lo scorso inverno, quando venni a trovarti al tuo studio di Pieve San Paolo. Mi misi subito a ridere della targa che avevi messo all’esterno: “Nobis sega interest”.
Era una sera fredda e umida di novembre e ricordo che al caldo di quella stanza parlammo per ore dei nostri progetti, delle cose da fare insieme e ciascuno per conto proprio. Scrivere il pezzo per il quotidiano, mi dicevi, ti costava sempre più fatica ma il gusto di rileggerlo ti ripagava. Mi dicevi che avevi un mezzo romanzo nel cassetto, parlava di America e ti sarebbe piaciuto portarlo a termine.
Ci dicemmo che è bello scrivere e chi se ne frega di ottenere visibilità e onori quando si prova gusto nel rileggere una pagina, perché quella è la vera soddisfazione. Fu bello e imparai molto, quel pomeriggio.

Ogni volta che sei intervenuto a qualche incontro e sapevi che ero presente, non hai mai tralasciato di indicarmi tra il pubblico, dicendo che ero uno di talento e promettente, mentre io divorato dall’imbarazzo mi ripiegavo e mi nascondevo e pregavo perché tu la smettessi. Una volta mi raccontasti che una lettrice aveva ravvisato una parentela tra la mia scrittura e la tua. Me lo dicesti con soddisfazione, la cosa ti aveva fatto piacere. Io ti risposi che potevi andare per avvocati e chiederle i danni.
Alla radio ci siamo esibiti, come tu dicevi, in “apocalittiche profezie e indecorosi luoghi comuni, sempre cercando di non sfigurare, noi e le nostre famiglie”. Nonostante le precarie condizioni di salute, non hai mai voluto mancare. Anche per telefono, durante una degenza in ospedale – “io dego”, esordisti.
Eri sempre il più vivace, il più intenso, il più vitale, mentre zoppicavi verso la postazione di fronte alla mia. Ancora ti vedo poggiare la tua pila di volumi sul tavolo e con le tue mani lunghe lunghe che un po’ tremolavano cercare la pagina da leggere, nel frattempo alzando lo sguardo per pigliarmi un po’ per il culo prima di cominciare. E quando cominciavamo, eri un leone: arguto, pronto, capace di giostrare la conversazione su più livelli, ribaltandola di continuo, con quella capacità tutta tua di dosare raffinatezze e espressioni gergali da “vecchia troia del linguaggio popolare”, come stamattina stessa mi hai scritto, in un messaggio che chi se lo immaginava fosse l’ultimo.
Il giorno dopo ogni trasmissione, mi scrivevi con entusiasmo di bimbo che continuavi a divertirti “come una merda” (sic) oppure che sembravamo aver cazzeggiato insieme da una vita. Avevi la rarissima virtù di chi adopera la parolaccia con quella grazia che la riscatta dalla volgarità e le attribuisce senso e pregnanza.
Hai sempre avuto tanti gesti d’affetto per me, tante righe e tante parole gentili, mi hai sempre incoraggiato. Ma non è di questo che voglio ringraziarti perché sarebbe un elenco troppo lungo.

Con te ho condiviso l’amore per la parola, quella parola che ti sfugge dalle dita e che è un po’ stronza, perché ti affascina e nello stesso tempo ti frega, accoltellandoti alle spalle. Dicevi così, più o meno.
Da te ho imparato che la forma è sostanza, nella scrittura e in tutto il resto: i tuoi modi eleganti sottintendevano la curiosità e l’amore per la vita di chi si accosta agli altri con gentilezza ed ha la capacità di ascoltare. Avevi la facciatosta, ma non hai mai frequentato lo snobismo. Anzi, eri accogliente e invitavi alla chiacchiera. Una volta ti dissi che fare il Fillungo con te era come andare in processione: ti fermavi di continuo perché avevi una parola per tutti.
Ho apprezzato la tua goliardia soffusa che lasciava sempre aperto uno spiraglio al dubbio, al sospetto del paradosso e della presa di culo sottintesa. Perché gli altri non dovevano mai capire se scherzavi o se dicevi sul serio. Era il tuo modo di comunicare che si può andare in profondità e nello stesso tempo ridere di tutto, e il fatto di non prendersi mai sul serio è un rimedio ai mali umani. Come quando mi raccontasti affranto dell’operazione in cui ti venne amputato il dito del piede e concludesti rammaricandoti di non poter più indossare le infradito.
Ho sempre apprezzato e imparato dal tuo sguardo che andava oltre quello che si vede e credo che sia questa una delle cose più preziose che hai lasciato. Oltre alle parole, oltre ai libri a cui tenevi tanto.
Avrei di nuovo voluto ringraziarti per il truccheggiato, che ci siamo bevuti l’altro giorno quando ci siamo fatti questo “serfi incazzato”. Ma non c’è stato tempo.

Se ne vanno i padri e ci si sente davvero soli.
“Rompere il cazzo è un talento che va esercitato quotidianamente”, mi hai detto una volta. Ecco, io proseguo. Ciao amico mio.

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Nel porto delle illusioni

ghiaino

Michele Cecchini

NEL PORTO DELLE ILLUSIONI
Parole all’alba di una domenica a Livorno

E all’alba di una domenica mi ritrovo in giro per le strade di una Livorno grigia grigia.
Non ho un posto da raggiungere, magari un caffé ma più tardi. Ora ascolto il silenzio di una città assopita, che pare abbandonata anche lei alla sua solitudine.
Non è una sensazione dolorosa ma dolce, a tratti rassicurante. C’è un filo di pioggia sottile che mi bagna e mi tiene compagnia.
Le strade sono deserte, ogni tanto incontro un ragazzo senegalese che vende ombrelli. Allora mi guarda e mi dice: “Ombrello, capo?”, io faccio cenno di no e abbozzo un sorriso.
Questo è il posto dove mi ritrovo e questi sono i momenti in cui mi riconosco, ma non saprei spiegare perché.
Livorno è bella così, quando riversa sulla tua anima tutta la malinconia, allora tu fai spazio e ti lasci attraversare.

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Grandi aspettative

ghiaino

Michele Cecchini

GRANDI ASPETTATIVE
Ragionamenti in forma di racconto breve relativi alla scrittura

“I primi giorni sono quelli più duri, non ti devi preoccupare”, continuava a ripetermi.
Il nostro incontro avvenne in modo del tutto casuale e forse anche sbagliato.
All’epoca io avevo già cominciato a scrivere e scrivevo forsennatamente, di tutto. Qualcuno mi conosceva perché ero la curatrice di una rubrica di gastronomia su una rivista all’epoca molto importante, alcuni miei articoli erano apparsi sul quotidiano cittadino, per il quale mi occupavo pure degli annunci degli oggetti smarriti.
Ci avvicinammo e iniziammo a parlare niente affatto come se fosse la cosa più naturale, ma come se le nostre parole fossero rimaste lì in sospeso per parecchio tempo, incapaci di sedimentare e adesso, finalmente, avessimo avuto modo di recuperarle. Senza peraltro alcuna garanzia di arrivare a una qualche conclusione.
Fu questa l’interpretazione che detti al suo accanimento, a tratti insopportabile, di puntualizzare e precisare.
“I primi giorni sono i più duri e tu lo sai. Ma il problema è quando la strada ti sembra in discesa: è allora che il pericolo è dietro l’angolo”.
Insisteva a parlarmi dei suoi tentativi – che io già sapevo imminenti, ripetuti e andati a vuoto – di smettere di bere.
Anche quella sera andò che finì per ubriacarsi ma io forse nemmeno ci feci caso, appunto come se si trattasse di una delle tante cose lasciate a metà.
Io lo ascoltavo perché avevo bisogno di una spinta, di una scintilla, anche di uno schiaffo magari, e sapevo che da lui qualcosa prima o poi avrei ricavato.
Io mi sentivo bene, ero pronta alla vita, sapevo che era il momento giusto e c’erano le condizioni ma mancava ancora qualcosa: il decollo non iniziava e io rimanevo inchiodata a terra.
Era quello il motivo per cui rimanevo lì in ascolto. Cercavo nelle sue parole qualcosa di compiuto, che finalmente avrebbe reso le mie sensazioni una sequenza coerente e articolata di pensieri. Continuavo a fare i conti con un desiderio ora divenuto necessario.
Mentre lui insisteva nel ripetermi che i primi tempi sono i più duri. Nonostante io avessi smesso di bere da diversi anni e non avessi la minima intenzione di riattaccare. Lui proseguiva il monologo e io provavo a traslare le sue parole ai miei casi.
Difficile dire, all’interno di una conversazione, chi abbia davvero un ruolo attivo, se chi parla o chi ascolta.
Io rimanevo in ascolto e mai gli dissi il motivo, nel timore di alterare questo nostro patto tacito. In base al quale anche io dovevo essergli utile a qualcosa, ma ne ignoravo parimenti gli effetti.
Rimanevo in ascolto, intenta nella mia ricerca. Già, perché io in realtà non aspettavo niente, sapevo che lui non sarebbe stato capace di folgorazioni. Non ho mai creduto in ciò che ti coglie all’improvviso, tanto fatale e micidiale da illuminare una porzione della vita. Ero io che dovevo cercare, leggere tra le righe, decifrare, solo che questa operazione si era fatta spasmodica, disperata.
Circa la sua propensione all’alcol, perché su questo lui proseguiva, sono pronta a dubitare. Il ricorso all’alcol era troppo esibito, troppo esasperato perché fosse un’esigenza reale. Probabilmente, era funzionale alla sua vita di relazione, un espediente per vincere la timidezza e fargli assumere una posa, per farlo aderire al cliché dell’artista sregolato che gli piaceva molto.
Non so se tutto questo rientri a pieno titolo tra le forme di dipendenza e neppure saprei dare una definizione di dipendenza, in fondo.
Anch’io, pensai, continuavo ad assumere pose, standomene lì zitta zitta in ascolto. Finivo per adeguarmi alle aspettative, per pronunciare le parole che gli altri avrebbero voluto sentirsi dire, per esternare quelle sensazioni che era opportuno trasmettere. In realtà, più facevo così e più mi nascondevo.
Tuttavia è proprio in questo modo che funziona: prendo di tutto, divoro di tutto fino a sentire dolore e solo allora vomito fuori quel che riesco. Non quel che viene, ma quel che voglio che sia, quello che preferisco che sia. Per fare questo, ho bisogno di nascondermi, di percepire la solitudine più profonda, allora guai se qualcuno mi vede.
Continuavamo a parlare tenendoci a distanza, ognuno procedendo per conto suo, mentre le parole assumevano per ciascuno un proprio ordine di significato.
Il tentativo di giungere a un compromesso era ciò che ci teneva avvinti e nello stesso tempo ci imponeva un doveroso distacco.
Quando eravamo insieme ciascuno era solo e soffrivamo di una solitudine inquieta, direi quasi tragica, ma che permetteva di riconoscerci.
Solo con le lacrime a fior di pelle, cioè con una visione più liquida, i contorni tra noi si definivano.
Sì, sono i primi giorni, quelli dopo la fine di qualcosa e all’inizio di qualcos’altro, ad essere i più duri. Ma non è una vertigine di libertà, è solo un esercizio di riconoscimento. Perché ogni inizio è generato dalla fine di qualcos’altro. Pensandoci bene, tutto in fondo è costituito da una lunga, infinita teoria di finali, ciascuno dei quali comporta e racchiude un nuovo inizio.
Iniziare non è partire da zero ma riprendere da dove si è lasciato, ricominciare dalla conclusione cui si era giunti. Ogni riga proviene da ciò che sta sopra o, forse, sotto di lei.

Caducità

ghiaino

Michele Cecchini

CADUCITÀ

“Indossava ancora l’abito di scena. Aveva chiuso l’ultimo intermezzo con un frac. Nel taschino aveva una pansè, sotto una giacca il gilet bordò, ai piedi i mocassini. Pensò che, se lo avessero fatto fuori, avrebbe voluto morire vestito così”.

Alcuni personaggi dei romanzi fanno dei pensieri davvero strani, specialmente nei momenti meno opportuni. Oppure è l’anomalia del “momento meno opportuno” a suscitare delle riflessioni inaspettate.
Forse è proprio così: dai momenti cruciali scaturiscono pensieri strampalati. Per l’eccessiva tensione, la mente si crea una via di fuga.
E allora può capitare di andare incontro alla situazione con leggerezza, forse per l’ebrezza di essere, in un certo senso, arrivati al dunque. Ecco, ci siamo.
E anche questa leggerezza risulta un’anomalia.
Può capitare che tutto quanto si presumeva terrificante, una volta materializzatosi di fronte a noi, induca a una insospettata serenità.

La morte è per tutti, per larga parte della vita, il pensiero dominante.
Epicuro sostiene che è il male che più ci spaventa ma che non è nulla per noi, che non ci riguarda, perché se siamo vivi lei non c’è, e viceversa. Frase ipercitata. Ma basta guardare agli altri per smentire Epicuro: la morte di un nostro simile pone di fronte al problema, altro che.

Il pensiero della morte è dominante. Il pensiero della morte in sé, intendo, che è cosa diversa dai motivi che la provocheranno, dalla sofferenza e dal distacco dagli affetti che comporterà o dalla forma di conoscenza che apporterà – se la apporterà.
Ricordo che capitava di parlare della morte, da ragazzi. Lo facevamo con leggerezza, anche qui. Era la leggerezza di chi è inconsapevole, la leggerezza dei ragazzi. Per cui non mancavano le anomalie nell’approccio a un argomento che non era ancora così delicato, perché probabilmente ancora non ce lo eravamo posti davvero. Allora veniva da chiedersi di quale libro la morte avrebbe costretto a interrompere la lettura e chissà chi sarebbe stata l’ultima donna. “Se non è bella fa niente”, canta Paolo Conte in proposito. Anche se di donne non ne avevamo ancora conosciute, per giunta. Qualcuno ricordo che si divertiva a elaborare la colonna sonora del proprio funerale.
Da ragazzi a volte sembravamo già tutti proiettati a ritroso, impegnati a recuperare un passato che ancora non avevamo vissuto ma che andava preservato, perché solo così avrebbe acquistato un senso.
A volte però questo pensiero era capace di aprire degli squarci enormi, come affacciarsi su un abisso gigantesco, da cui subito allontanarsi per non rimanere preda delle vertigini.

Ecco che, più che alla fugacità della vita, dirottavamo il pensiero al modo in cui avremmo potuto sopravvivere negli altri. Dando per scontato che, in un modo o nell’altro, ci saremmo riusciti. Ognuno di noi penso avesse una specie di messaggio da veicolare, una porzione di una qualche verità da trasmettere e senz’altro avrebbe colto nel segno. Anzi, la morte era forse il modo per gridare più forte, o meglio.
In un saggio di Freud che si chiama “Caducità” si racconta di una gita sulle Dolomiti fatta dallo stesso Freud in compagnia di due amici e delle diverse reazioni suscitate in loro dalla riflessione che tutta quella bellezza era destinata a svanire con il sopraggiungere dell’inverno. In uno di loro prevale l’angoscia, un altro ritiene che la bellezza sia tale proprio perché caduca, infine il terzo, il più giovane non a caso, pensa che la bellezza, per definirsi tale, non possa che essere eterna.
Il pensiero della morte non paralizza i ragazzi, non fa calare il buio dentro di loro.

Mi chiedo se i ragazzi oggi si pongano la questione, oppure questa sia a poco a poco divenuta un tabù o semplicemente lo considerino un problema che ancora non li riguarda. Davvero è una domanda a cui non saprei rispondere, eppure ho a che fare con loro tutti i giorni. E qualche volta li vedo sgranare gli occhi se, leggendo una poesia, capita di toccare l’argomento.
Svicolo volentieri dalla facile scorciatoia che li vuole preda in un contesto che li costringe a porsi poche domande, a essere poco attenti o poco critici, perché spesso mi sono accorto che non è così.
Rimane il fatto che a questa domanda non so rispondere, e forse una risposta non c’è, proprio perché quando si è ragazzi si è convinti che tutto, in un modo o nell’altro, perdurerà.
“We shall no longer hear the little cry / Of our sad hearts, that may not live nor die”. Sono versi di Yeates.