Etimologica

ghiaino

Michele Cecchini

ETIMOLOGICA

Se, come diceva Menandro, la parola sia rimedio ai mali umani, questo proprio non lo so. Mi piacerebbe pensare di sì, così come penso che siano sempre pù numerose le parole da ascoltare rispetto a quelle da dire.
La parola è consolatoria forse proprio per la sua spinta creativa: la parola nomina le cose e così facendo le costituisce, le crea.
Proprio in virtù della loro funzione evocativa e creatrice, dietro le parole, anche quelle apparentemente più sgangherate e goffe, si nasconde un mondo.
Vorrei fare qui tre piccoli esempi.
Nuvoloni. Così venivano chiamati i francesi nel corso delle prime occupazioni napoleoniche a Livorno. Il termine deriva dalla storpiatura di “Nous voulons… Nous voulons…” che scandiva la lettura in piazza degli editti con cui i francesi stabilivano le regole esigendone il rispetto. Ovviamente i livornesi, autarchici e sfrontati, verso le imposizioni non potevano che manifestare insofferenza. A partire proprio da quel ‘Nuvoloni’, espressione che racchiude in sé tutta l’irrisione nei confronti dell’autorità.
Sciabigotto è un termine popolare lucchese, tuttora in uso. Sinonimo di ‘buono a nulla’, ‘incapace’, potrebbe essere di matrice versiliese, poi importato. In questo caso, farebbe riferimento alla rete sciabica utilizzata dal pescatore che, ormai non più in grado di andare per mare aperto, è costretto a rimanere nelel acque basse. Oppure il termine potrebbe derivare dalla commistione di ‘sciapito’ e ‘bigotto’. Un’altra ipotesi ancora chiama di nuovo in causa gli ufficiali dell’esercito napoleonico, che avrebbero apostrofato i cittadini lucchesi come ‘chiens bigots’ (ovvero: ‘cani bigotti’), poiché restii ad applicare le norme dell’Editto di Saint Cloud.
Nuvoloni e sciabigotti. Dominatori e dominati. Oltraggiosi e vilipesi. Comunque sia, c’è un luogo ribelle e allergico alle regole che contesta l’autorità. È la funzione creatrice della parola.
Dago non lascia spazio all’insubordinazione. Perché cambia il contesto, fondamentale per le parole. Non è più quello italiano ma americano. Eppure ‘Dagos’ fa riferimento agli italiani, o meglio è uno degli oltre trecento epiteti insultanti cui gli americani ricorrono per indicare gli italiani.
Di ‘Dago’ si registrano diverse varianti: ‘Black Dago’, ‘Dago Red’, ‘Chianti Dago’ e così via. Se qualcuno ha letto i romanzi di John Fante, si è imbattuto di sicuro in questo termine. L’etimologia anche in questo caso è incerta ma qualsiasi ipotesi è illuminante circa il ruolo degli italiani oltreoceano e la loro condizione. Il termine ‘Dago’ potrebbe derivare da ‘They go’, ad indicare gente che va e viene, che si sposta di continuo. ‘Dingo’ però è anche il cane selvatico australiano. Infine, ‘Dago’ potrebbe derivare dall’espressione ‘Until the DAY GOES’, cioé: ‘finché dura il giorno’. Figuriamoci se un datore di lavoro se la sentiva di assumere un italiano in pianta stabile. Meglio prenderlo con un contratto a brevissimo termine: a giornata – ‘finché dura il giorno’, appunto.

Guardala negli occhi

ghiaino

Michele Cecchini

GUARDALA NEGLI OCCHI

Che avesse talento da vendere me lo avevano detto ed era proprio così.
Quando me la presentarono, mi parve parecchio diversa. Più bassa, magrolina. Si era tolta il cappello di lana e notai subito l’attaccatura dei capelli sulla fronte, prima che questi le piovessero sugli occhi. Erano occhi vivaci, sorridenti.
Sorrideva spesso di un sorriso contagioso e questa cosa la rendeva necessariamente docile. Sorrideva nel salutare qualcuno o nelle azioni più banali: mentre camminava, mentre qualcuno le parlava, mentre aspettava la corriera che la riportava a casa.
Era un sorriso semplice quello, di chi va incontro alla vita con delicatezza, eppure tradiva un briciolo di rassegnazione, come se quel sorriso dicesse che tutto sommato va bene così e più di tanto non è lecito chiedere.
Sorrideva così puntualmente che finivi per dubitare dello stato d’animo di cui quello stesso sorriso sarebbe dovuto essere il segno e ti rimaneva il dubbio che si trattasse piuttosto di un tic, di un vezzo.
Vero è che il sorriso, su quella faccia, gli cambiava radicalmente i connotati. Gli angoli della bocca si sollevavano e scoprivano i denti. La parte inferiore del viso pareva comprimere quella superiore: le mascelle si facevano più consistenti, gli occhi si chiudevano, la fronte si increspava. La sua faccia pareva disegnare tutta la gamma di sentimenti lì sopra e la loro progressione non si capiva se era il segno della sua trasparenza, della sua disponibilità a mettersi in gioco oppure no.
Era proprio così. Era capace di slanci e di confidenze buttate lì come per vedere l’effetto che facevano, con quella sua esuberanza che a volte presupponeva, anzi imponeva un’intimità a cui non potevi resistere. Perché quando gli girava, si buttava a capofitto sulle persone e sulle cose: fondamentali per lei, dovevano esserlo per tutti. Era il suo modo di esserci. Allora prendevi coraggio e ti avvicinavi.
Ma era un attimo, perché di colpo aveva ristabilito le distanze. Aveva deciso così, senza un perché. Si incupiva e lo sentivi subito che eri una presenza ingombrante. Il suo essere un animale solitario emergeva, a dispetto di quel suo fare ingenuamente inclusivo.
Sì, lo sapevo che la sua vita era altro dalla mia. Lo avevo imparato subito. Me lo aveva fatto capire ma lo avevo già capito da me. Una volta raccolta una confidenza, non c’era da farsi troppe illusioni e ci stava di dover ricominciare da capo.
Raccontò parecchio del suo paese. Era orgogliosa dei suoi posti. Per me, stare lì con lei fu come affacciarsi per un attimo, un attimo solo, su un mondo a cui noi non solo non avevo accesso, ma che nemmeno mi ero sognato che potesse esistere.

Sono morto e non lo so

ghiaino

Michele Cecchini

SONO MORTO E NON LO SO

È successo tutto troppo in fretta.
Se solo avessi saputo prima.
Non dico tanto prima, sarebbe bastato un poco di anticipo. Il fatto è che nessuno si preoccupa di avvisarti e tu proprio non hai modo di accorgertene.
È successo all’improvviso, anche se io ci ho messo un bel po’ a capire: quando ho cominciato a fare mente locale. Ma lì per lì non mi sono accorto di niente.
Ora so che la vita è una serie sgangherata di finali e la morte è solo uno dei tanti.

Per tutta la vita io mi sono occupato degli altri: li ho osservati, li ho ascoltati, me ne sono preso cura, ho cercato di dare un senso a quello che hanno detto e fatto. In altre parole, ho provato a decifrare, a interpretare o, come dicono quelli di noi che vogliono darsi un tono, a fornire una chiave di lettura.
Chi pensa che il mestiere di critico letterario sia poco impegnativo, piglia un granchio. Lo metterei volentieri di fronte alle varianti d’autore, alla parafrasi, alla cronologia che non torna, alle edizioni e alle riedizioni, a tutta la fatica boia che comporta la rognosissima decodifica di un testo, la sua “lettura” con tanto di chiave. Una vita fatta di silenzi, di note a margine, di postille, di distinguo, della disperata ricerca di una logica, non solo in ciò che è ma anche in ciò che non è. Perché non basta rendere conto di quello che un autore dice, si deve anche spiegare perché non dice. Motivare i vuoti e i silenzi è il mestiere più difficile, c’è da diventare matti. A furia di stare nella testa degli altri, si rischia di perdere la propria. Perché “si” e perché “no”.

Quando sono andato in pensione, quello è stato un finale. Uno dei tanti. Ma mica ho smesso, anzi. Ho pensato che fosse il momento buono per avvicinarmi ancora di più ai miei testi, ai miei autori, allora ho continuato per conto mio e mi è andata bene.
Mi è andata sempre bene, tutto sommato. Perché mi sono dato da fare, ho azzeccato le mosse, ho frequentato le persone giuste e gli ambienti che contano, mettendo sempre davanti a me i miei progetti. Tutta la mia vita è stata funzionale a quelli.
Le mie letture, quelle con le virgolette, hanno riscosso successo. Il mio metodo, diciamo pure il mio sguardo, è stato portato a esempio. Anche se c’è chi accusa che fare così, cioè lavorare sulle cose altrui, equivale a campare di rendita. Fatto sta che nell’ambiente sono uno che gode di considerazione.

Tutt’a un tratto, invece, è finita lì. Ce ne ho messo di tempo, ma ho capito che non era più come prima. Quando me ne sono reso conto, doveva essere accaduto da un po’.
Più o meno quello che è successo con mia moglie, dopo una vita insieme, o con i miei figli, che non mi hanno mai capito e, secondo me, nemmeno ci hanno mai provato. Forse per loro non sono mai stato un soggetto interessante. Io qualche tentativo, da ultimo, credo pure di averlo fatto. E mi è servito a capire che la distanza tra noi era davvero incolmabile perché nessuno aveva davvero interesse a colmarla. Eccolo, un altro finale.

Insomma, quello che è successo è molto semplice: è successo che i miei testi, i miei autori hanno smesso di parlarmi. Tutti insieme e all’improvviso si sono girati dall’altra parte, come se ce l’avessero con me. Sono diventati muti, inaccessibili, gelidi. Non mi dicono più niente, nemmeno qualcosa di semplice, di banale, di elementare… Niente. E io non ho più niente da dare a loro. “A cura di”, “con il contributo di” sono espressioni vuote, che per me non valgono più. Non ci sono più cure o contributi per parte mia. Chi l’avrebbe detto.
Eppure io sono sempre lo stesso, soprattutto le cose che mi circondano sono sempre le stesse. Sono quelle che mi hanno accompagnato da sempre. Un tempo i testi erano foreste di segni, così intricate da non sapere in quale direzione andare e da perdercisi subito, alle prime righe o ai primi versi.
Oggi quei testi che ho così a lungo studiato, spiegato, interpretato sono diventate carte insulse, senza colore, senza suono, senza anima. Non c’è niente da fare, non mi rispondono.
Perché sia successo, non lo so. So che non è colpa loro. Non sono loro che invecchiano. I testi sono lì, nella loro gigantesca immobilità. Quelli sono e quelli saranno. È il mio sguardo che è cambiato, che non vede più: non coglie più i segnali, non vede tra le righe, non distingue e non associa.

Per molto tempo non mi sono reso conto. Sono andato avanti, cocciuto, a campare di rendita appunto. Quando ho capito, non mi sono arreso. Ho pensato a inghippi momentanei, a difficoltà transitorie, poi mi sono fatto coraggio e ho dedotto che si trattava di una svolta, di un momento cruciale da cui sarei ripartito. Niente, le cose non stavano così. Allora mi sono detto che dipendeva tutto da me e soltanto da me. E allora sì che è arrivata la mazzata.

Evidentemente, avevo dato quello che ero capace di dare, avevo detto quello che c’era da dire. Semplice. Può bastare così, inutile accanirsi in operazioni che già in questo momento, chissà, appariranno datate, superate, esattamente come all’epoca avevo giudicato quanto mi aveva preceduto. Il mio sforzo l’ho fatto, ora tocca ad altri portare avanti il tutto. Per andare dove, non lo so e sinceramente non mi interessa neppure più.
Tuttavia, ho l’impressione di avere lasciato le cose a metà. È il mio unico rimpianto. per il resto non ne ho. Nemmeno quello di aver sacrificato gli affetti o il tempo. Mi sono tolto le mie soddisfazioni. Era quello che volevo e tanto basti. Eppure, mi rimane la sensazione di avere lasciato le cose incompiute, come se non avessi chiuso il cerchio. Questa pensiero mi lima dentro e mi disturba.

Ora la mattina mi alzo e rimango seduto sul letto a lungo. Devo aspettare che il mio corpo e il mio sistema nervoso si abituino al risveglio. Se mi alzo di fretta, sono colto da terribili giramenti di testa.
Faccio colazione con un po’ di latte macchiato e due fette biscottate due, mentre passano le notizie del radiogiornale. Mi faccio la barba, indosso il mio abito scuro e qualche volta pure la cravatta. Poi niente, mi metto lì buono buono seduto sul divano. Guardo nel vuoto o sfoglio qualche rivista. Aspetto che mia moglie torni da fare la spesa. La accompagno di rado perché non mi va. Quando rientra, le vado incontro e la aiuto a mettere a posto il contenuto delle buste. Io mi occupo della dispensa, lei del frigo.
Poi la guardo mentre prepara da mangiare. Per me cuoce dodici tortellini. Non ci diciamo mai niente, un po’ perché tra noi non c’è mai stato chissà quale dialogo, un po’ perché, in effetti, non c’è bisogno di dirsi niente.
Dopo pranzo esco e, a piedi, percorro la stradina che porta in piazza Sant’Anselmo. Mi siedo sempre sulla solita panchina. Già, sempre la stessa. Mi chiedo il perché di questo privilegio: la trovo sempre libera e pare che aspetti proprio me. Eppure la piazza è frequentata. Non molto, per la verità, però ci sono bambini che giocano, persone che entrano in chiesa, qualcuno che posteggia l’auto.

Se mi capita a tiro qualcuno che conosco – circostanza per la verità assai improbabile – in segno di saluto mi limito a toccare la tesa del cappello. Evito accuratamente di sorridere, perché spesso dimentico di mettere la dentiera. Poi mi rannicchio nel mio cappotto e rimango lì.
Guardo le persone di fronte a me ma con il disincanto di chi ne ha viste fin troppe. Non cerco più di capire. Per anni ho messo il naso nelle faccende altrui, nelle loro azioni e nei loro pensieri, ne ho condiviso le angosce e l’ansia di esprimerle, ho accostato con circospezione i loro scritti, cercando di individuare un ordine, una logica che desse conto del loro operato e delle loro idee. Ora non più. Quella curiosità morbosa che mi costringeva a rovistare nelle faccende degli altri, ora non c’è più. Mi limito a osservare ma non vedo un granché. Rimango sulla mia panchina fino a che il sole la illumina, in modo da scaldare le mie quattro ossa. Quando arriva l’ombra, me ne vado. Non mi fermo un attimo di più. Rientro subito a casa. Ogni giorno con un paio di minuti di anticipo.
Dicono che, vedendomi così, trasmetto serenità. Io sinceramente non lo so. Non credo. Se anche succede, non lo faccio di proposito. La serenità degli altri non è un problema mio. Non ho mai avuto tempo per queste cose.

Io mi sento ormai escluso da quello che mi circonda e del resto, se ne facessi parte, sarebbe un privilegio immeritato. Dunque, va bene così. Ma se c’è una cosa che mi rode, è questa terribile, infame sensazione di avere lasciato tutto a metà.

Ciao Borz! 7 settembre 14

ghiaino

Michele Cecchini

CIAO BORZ!

Abbiamo passato insieme così tanti momenti.
Ricordo una sera, lo scorso inverno, quando venni a trovarti al tuo studio di Pieve San Paolo. Mi misi subito a ridere della targa che avevi messo all’esterno: “Nobis sega interest”.
Era una sera fredda e umida di novembre e ricordo che al caldo di quella stanza parlammo per ore dei nostri progetti, delle cose da fare insieme e ciascuno per conto proprio. Scrivere il pezzo per il quotidiano, mi dicevi, ti costava sempre più fatica ma il gusto di rileggerlo ti ripagava. Mi dicevi che avevi un mezzo romanzo nel cassetto, parlava di America e ti sarebbe piaciuto portarlo a termine.
Ci dicemmo che è bello scrivere e chi se ne frega di ottenere visibilità e onori quando si prova gusto nel rileggere una pagina, perché quella è la vera soddisfazione. Fu bello e imparai molto, quel pomeriggio.

Ogni volta che sei intervenuto a qualche incontro e sapevi che ero presente, non hai mai tralasciato di indicarmi tra il pubblico, dicendo che ero uno di talento e promettente, mentre io divorato dall’imbarazzo mi ripiegavo e mi nascondevo e pregavo perché tu la smettessi. Una volta mi raccontasti che una lettrice aveva ravvisato una parentela tra la mia scrittura e la tua. Me lo dicesti con soddisfazione, la cosa ti aveva fatto piacere. Io ti risposi che potevi andare per avvocati e chiederle i danni.
Alla radio ci siamo esibiti, come tu dicevi, in “apocalittiche profezie e indecorosi luoghi comuni, sempre cercando di non sfigurare, noi e le nostre famiglie”. Nonostante le precarie condizioni di salute, non hai mai voluto mancare. Anche per telefono, durante una degenza in ospedale – “io dego”, esordisti.
Eri sempre il più vivace, il più intenso, il più vitale, mentre zoppicavi verso la postazione di fronte alla mia. Ancora ti vedo poggiare la tua pila di volumi sul tavolo e con le tue mani lunghe lunghe che un po’ tremolavano cercare la pagina da leggere, nel frattempo alzando lo sguardo per pigliarmi un po’ per il culo prima di cominciare. E quando cominciavamo, eri un leone: arguto, pronto, capace di giostrare la conversazione su più livelli, ribaltandola di continuo, con quella capacità tutta tua di dosare raffinatezze e espressioni gergali da “vecchia troia del linguaggio popolare”, come stamattina stessa mi hai scritto, in un messaggio che chi se lo immaginava fosse l’ultimo.
Il giorno dopo ogni trasmissione, mi scrivevi con entusiasmo di bimbo che continuavi a divertirti “come una merda” (sic) oppure che sembravamo aver cazzeggiato insieme da una vita. Avevi la rarissima virtù di chi adopera la parolaccia con quella grazia che la riscatta dalla volgarità e le attribuisce senso e pregnanza.
Hai sempre avuto tanti gesti d’affetto per me, tante righe e tante parole gentili, mi hai sempre incoraggiato. Ma non è di questo che voglio ringraziarti perché sarebbe un elenco troppo lungo.

Con te ho condiviso l’amore per la parola, quella parola che ti sfugge dalle dita e che è un po’ stronza, perché ti affascina e nello stesso tempo ti frega, accoltellandoti alle spalle. Dicevi così, più o meno.
Da te ho imparato che la forma è sostanza, nella scrittura e in tutto il resto: i tuoi modi eleganti sottintendevano la curiosità e l’amore per la vita di chi si accosta agli altri con gentilezza ed ha la capacità di ascoltare. Avevi la facciatosta, ma non hai mai frequentato lo snobismo. Anzi, eri accogliente e invitavi alla chiacchiera. Una volta ti dissi che fare il Fillungo con te era come andare in processione: ti fermavi di continuo perché avevi una parola per tutti.
Ho apprezzato la tua goliardia soffusa che lasciava sempre aperto uno spiraglio al dubbio, al sospetto del paradosso e della presa di culo sottintesa. Perché gli altri non dovevano mai capire se scherzavi o se dicevi sul serio. Era il tuo modo di comunicare che si può andare in profondità e nello stesso tempo ridere di tutto, e il fatto di non prendersi mai sul serio è un rimedio ai mali umani. Come quando mi raccontasti affranto dell’operazione in cui ti venne amputato il dito del piede e concludesti rammaricandoti di non poter più indossare le infradito.
Ho sempre apprezzato e imparato dal tuo sguardo che andava oltre quello che si vede e credo che sia questa una delle cose più preziose che hai lasciato. Oltre alle parole, oltre ai libri a cui tenevi tanto.
Avrei di nuovo voluto ringraziarti per il truccheggiato, che ci siamo bevuti l’altro giorno quando ci siamo fatti questo “serfi incazzato”. Ma non c’è stato tempo.

Se ne vanno i padri e ci si sente davvero soli.
“Rompere il cazzo è un talento che va esercitato quotidianamente”, mi hai detto una volta. Ecco, io proseguo. Ciao amico mio.

io_borz

Sparring partner

ghiaino

Michele Cecchini

SPARRING PARTNER

Io tutte le mattine mi faccio tre ore di corsa. Non la mattina, ma la mattina presto: quando la città dorme io corro e questo mi rende più forte e più consapevole del mio sacrificio.
Io mi sacrifico perché ho da sconfiggere il mio avversario, per cui devo correre e soprattutto sudare. Sudare, sudare, sudare perché solo così posso vincere. Il mio avversario infatti non è un altro pugile: l’avversario vero di un pugile è la bilancia.
Devi conoscere alla perfezione il tuo corpo, così da portarlo al limite esatto di peso, in quel punto di sottilissimo equilibrio da conquistare e, soprattutto, da mantenere. Non un grammo in più né uno in meno.
Con un grammo in meno concedi un grammo di vantaggio all’avversario, e arrivi a pensare che anche un grammo possa fare la differenza.
Con un grammo in più sei fregato, perché sul ring non ti fanno salire.
Per questa dannata questione dei grammi, molte volte ho dovuto depilarmi e raparmi a zero.
Tante volte poi non basta correre per sudare. Devi sfondarti di diuretici così da pisciare come una fontana e perdere peso e allora la tua battaglia contro la bilancia la vinci anche, ma quando arrivi all’altra, quella contro il tuo avversario, le gambe ti tremano come foglie per la debolezza e allora ti chiedi che senso ha tutto questo e se arrivi a chiederti che senso ha tutto questo significa che la bilancia, l’avversario e le tue paure hanno già stravinto e quella di ritrovarsi con la faccia spiaccicata al tappeto è solo la naturale conseguenza di tutte queste premesse.
Il rituale di un incontro parte da lontano, mesi prima trascorsi a correre al mattino – al mattino presto – e le sedute al pomeriggio in palestra, sedute che aumentano di intensità fino a diventare massacranti, perché più ti massacri da solo meno lo farà il tuo avversario, perché più si è allenati, meglio si incassano i colpi. Fanno meno male, è così.
Il rituale però alterna la frenesia di certi momenti alla infinita lentezza di altri, dilatati in maniera abnorme, perché ci sono gesti che meritano tutta l’attenzione, anche per la rilevanza e il peso simbolico che detengono.
Basti pensare alla fasciatura delle mani. Per me quelle due ore in cui guardo il mio maestro fasciarmi le mani prima dell’incontro, significano tanto.
Il pomeriggio, nello spogliatoio ancora vuoto, rimaniamo io e lui da soli e nemmeno scambiamo qualche parola. Cerchiamo entrambi la concentrazione. Lui più di me, perché il lavoro che deve fare è delicato e ne va dell’esito dell’incontro. Tutta la sua concentrazione, del resto, sento che arriva a me.
Io gli porgo le mani, una alla volta, lui le fascia stando bene attento a collocare nella esatta posizione tutti i pezzettini di cerotto che si è preparato. Uno dopo l’altro. Piano piano. Delicatamente. Un lavoro certosino, di un paio d’ore se non di più, durante le quali visualizzo già le fasi dell’incontro, prefiguro i momenti decisivi, per i quali non solo devi farti trovare pronto, ma quasi sei costretto a giocare d’anticipo, come a voler andare incontro, a quei momenti.
Ma il lavoro certosino dell’incerottatura non serve solo alla concentrazione, ma ha anche un beneficio pratico, e non da poco: serve a impedire che, a forza di tirare cazzotti, le nocche delle mani si divarichino. I cerotti le tengono compatte. In caso contrario, addio pugno, disintegrato. Può capitare, ed è quando la fasciatura non è fatta come si deve.
Io mi fido del mio maestro, lui non sbaglia un colpo e questo mi dà sicurezza.
Un maestro è qualcosa di più di un maestro per il suo pugile. Ogni volta che scendo le scalette della palestra – sì, perché le palestre di pugilato non so perché ma sono tutte sottoterra, per cui dalla strada bisogna scendere giù – io non vado ad allenarmi, in realtà vado da lui.
Lo trovo là, seduto curvo su uno sgabello. Tiene le mani sulle ginocchia. È vecchio e non sta quasi mai in piedi. Eppure ha una perfetta padronanza dell’ambiente circostante: sa perfettamente ciò che accade lì dentro a quella palestra, e chi sta facendo cosa, in qualsiasi momento.
Nonostante abbia sempre quello sguardo perso nel vuoto, quasi privo di vita.
Invece poi ti accorgi che è lì che sta aspettando e non vede l’ora che tu cominci e si rivolge a te come se non fosse intercorso nemmeno un minuto dall’ultimo allenamento svolto. Per lui, semplicemente si prosegue da dove ci eravamo lasciati. Come se non ci fosse da fare altro e niente altro importasse. È proprio così, del resto.
Non mi rivolge uno sguardo mentre sono al punchball né quando facciamo i guanti. Mi dà solo qualche scarna indicazione, con un filo di voce, ma quel filo mi taglia come una lama e arriva dritto al bersaglio. Allora io cerco di correggermi e capisco che c’è ancora tanto da fare e ancora non siamo a niente, proprio nel momento in cui mi sembrava di essere arrivato.
Lui è la mente e io non solo devo assorbire i suoi pensieri, ma anche il modo stesso in cui quei pensieri si generano. Sua è la strategia negli allenamenti, sua è la tattica per gli incontri.
Il pugilato non sembra ma è così: è strategia, è tattica, è tutta testa. È giocare a scacchi mentre ricevi o rifili dei pugni in faccia e nella pancia. Se molli con la testa, è finita.
Il mio punto debole è proprio la testa, o il cuore, o insomma dove diavolo sta la sensibilità. Sono troppo sensibile all’ambiente.
Quando combatto nella mia città, circondato dal mio pubblico, io salgo sul ring insieme a loro e divento un leone. La tecnica non mi manca e se trovo la potenza faccio una strage. Mi basta dare un’occhiata al mio avversario, un’occhiata ben assestata come colpo: cerco il suo sguardo e lui capisce.
Quando combatto fuori dal mio recinto, invece, tengo lo sguardo basso e rischio di sentirmi terribilmente solo – di fatto sei solo sul ring, solo di fronte al tuo avversario, ma è come se tu non dovessi accorgertene. Perché se ti senti solo sei fottuto già prima di cominciare, perché l’avversario annusa l’odore della paura, ti azzanna alla gola ed è scacco matto.

Anche dove questa disciplina – disciplina: mai termine più azzeccato, per il pugilato – manifesta tutta la sua brutalità, dietro c’è sempre una strategia.
Una volta stavo combattendo un incontro che prevedeva una buona borsa. L’avversario era forte, potente, veloce, aveva il pubblico dalla sua e a poco a poco mi rendevo conto che avrei perso. Una presa di coscienza lentissima, ma inesorabile. Stavo scivolando verso la sconfitta e lo sentivo, per quanto provassi a dibattermi e le provassi davvero tutte.
Solo che non potevo perdere. Non era una questione di orgoglio ma di soldi. Di lì a un mese e mezzo avrei combattuto un match che prevedeva una borsa molto molto consistente. Se fossi finito KO, se avessi messo il ginocchio a terra, se fosse volato l’asciugamano dal mio angolo (gettare la spugna, dicono), addio borsa. Sarei dovuto stare fermo un bel po’. E’ il regolamento.
Non potevo perdere e non avrei mai potuto vincere. Eccola, la strategia. Mi feci squalificare. Era l’unico modo per non perdere e quindi per non rinunciare all’incontro grosso che mi aspettava. Perché il regolamento prevede tempi ridotti per una squalifica.
Per farmi squalificare, usai la testa. In senso lato e in senso proprio, perché presi a testate il mio avversario. Tre o quattro testate ben assestate nel corso di tre round bastarono. Mirai preciso all’arco sopraccigliare, contro quello feci cozzare la mia fronte. Lui, con la testa spaccata e che si stava gonfiando come un melone, non poteva certo continuare. Così finimmo lì, l’incontro fu sospeso e il pubblico si imbestialì, tanto che mi toccò svignarmela da una porta laterale, protetto dai carabinieri.
Andai avanti così per undici anni. Undici anni di professionismo. Tutto finì una sera, sul ring ovviamente. Combattevo nella mia città e in un match agevole.
Dire che l’avversario era alla mia portata è dire poco: lo avevo già battuto in allenamento tante e tante volte.
Quel giorno volli divertirmi e intrattenere il pubblico. Mostravo tutta la tecnica, saltellavo, attaccavo e scappavo e riornavo e così via. Facevo come il gatto col topo. Si chiama eccesso di sicurezza. Non so come avvenne e ancora oggi non trovo una spiegazione, ma arrivò: fu un destro che era una bomba. Evidentemente non avevo la guardia alzata perché mi prese in pieno e nel punto peggiore: tra il mento e la mascella.
La testa si ruotò da una parte, il ring parve capovolgersi e l’ultima cosa che ricordo è un dolore intenso alle braccia quando si abbassarono di colpo, come due stracci. Ripresi conoscenza nel lettino dello spogliatoio e da lì in poi non fu più la stessa cosa. Non poté esserlo più.
Sì, provai anche a tornare sul ring ma davvero non era più la stessa cosa, ormai. Ero cotto ed era arrivata l’ora di chiuderla lì.
Evidentemente non sapevo incassare. Ero alto, elegante, ero tutta tecnica e bastò un destro bomba a buttarmi definitivamente fuori.
Ho visto pugili che non gli avresti dato una lira, con un fisico improbabile, eppure non c’era versi: giù non ci andavano.
Per qualche anno feci il Loser e lo feci bene. Perdevo dietro ricompensa negli incontri in cui un altro pugile voleva rimettersi in carreggiata e magari in palio c’era un qualche titolo minore. Non è facile fare il Loser, al contrario di quel che si crede. Bisogna perdere sì, ma nel modo giusto. Bisogna assestarsi appena appena un gradino sotto il tuo avversario. Non importa se si è più forti di lui, o più deboli: appena un gradino sotto. Così il pubblico vede che il suo pugile se l’è sudata e ha dovuto mettercela tutta per venirne a capo.
Ho concluso la mia carriera come Sparring Partner di un giovane e promettente pugile argentino. Uno bravo, tecnico ma robusto.
Il pugilato gli ha restituito quello che la natura gli ha tolto da ragazzino. Perché da piccolo si ammalò di una forma grave di poliomelite che gli pregiudicò uno sviluppo armonico delle gambe. Oggi quelle gambe fanno impressione, tanto sono secche secche e lunghe lunghe e il giovane pugile argentino pare una specie di cigno quando si muove sul ring. Ed è un vantaggio non di poco conto perché il peso, quel maledetto peso contro cui combatto la tua battaglia quotidiana, lui se l’èportato tutto sul busto. E allora i suoi colpi, portati da braccia lunghissime, sono assolutamente micidiali. E poi, su quei due stecchini di gambe, sembra non stancarsi mai.
Oggi ho smesso con il pugilato e ho la sensazione che anche il pugilato abbia smesso. Gli incontri che passano in TV non mi interessano, né mi ritrovo nel pugilato come lo raccontano al cinema. Chi l’ha vissuto, sa che non è così.
Del pugilato mi rimangono solo dei dolori lancinanti alle braccia e alle spalle e dei brividi quando, dopo la doccia, mi cospargo il corpo con della crema idratante.
Rivedo il gesto del mio maestro, che mi riempie di vasellina la faccia e il petto, in modo da far scivolare via i colpi dell’avversario, così da lasciarmi solo una traccia di dolore.
E un’altra cosa mi fa tornare a quei tempi: quando all’angolo il mio allenatore mi sparava nelle narici il Vix Vaporum per farmi respirare. Oggi, se sono raffreddato e mi spruzzo un po’ di Vix Vaporum nel naso, ancora mi sembra di aspettare il suono del gong, così mi alzo dallo sgabello, saltello qualche secondo, faccio cozzare insieme i guantoni e vado incontro all’avversario.

 

Nel porto delle illusioni

ghiaino

Michele Cecchini

NEL PORTO DELLE ILLUSIONI
Parole all’alba di una domenica a Livorno

E all’alba di una domenica mi ritrovo in giro per le strade di una Livorno grigia grigia.
Non ho un posto da raggiungere, magari un caffé ma più tardi. Ora ascolto il silenzio di una città assopita, che pare abbandonata anche lei alla sua solitudine.
Non è una sensazione dolorosa ma dolce, a tratti rassicurante. C’è un filo di pioggia sottile che mi bagna e mi tiene compagnia.
Le strade sono deserte, ogni tanto incontro un ragazzo senegalese che vende ombrelli. Allora mi guarda e mi dice: “Ombrello, capo?”, io faccio cenno di no e abbozzo un sorriso.
Questo è il posto dove mi ritrovo e questi sono i momenti in cui mi riconosco, ma non saprei spiegare perché.
Livorno è bella così, quando riversa sulla tua anima tutta la malinconia, allora tu fai spazio e ti lasci attraversare.

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Grandi aspettative

ghiaino

Michele Cecchini

GRANDI ASPETTATIVE
Ragionamenti in forma di racconto breve relativi alla scrittura

“I primi giorni sono quelli più duri, non ti devi preoccupare”, continuava a ripetermi.
Il nostro incontro avvenne in modo del tutto casuale e forse anche sbagliato.
All’epoca io avevo già cominciato a scrivere e scrivevo forsennatamente, di tutto. Qualcuno mi conosceva perché ero la curatrice di una rubrica di gastronomia su una rivista all’epoca molto importante, alcuni miei articoli erano apparsi sul quotidiano cittadino, per il quale mi occupavo pure degli annunci degli oggetti smarriti.
Ci avvicinammo e iniziammo a parlare niente affatto come se fosse la cosa più naturale, ma come se le nostre parole fossero rimaste lì in sospeso per parecchio tempo, incapaci di sedimentare e adesso, finalmente, avessimo avuto modo di recuperarle. Senza peraltro alcuna garanzia di arrivare a una qualche conclusione.
Fu questa l’interpretazione che detti al suo accanimento, a tratti insopportabile, di puntualizzare e precisare.
“I primi giorni sono i più duri e tu lo sai. Ma il problema è quando la strada ti sembra in discesa: è allora che il pericolo è dietro l’angolo”.
Insisteva a parlarmi dei suoi tentativi – che io già sapevo imminenti, ripetuti e andati a vuoto – di smettere di bere.
Anche quella sera andò che finì per ubriacarsi ma io forse nemmeno ci feci caso, appunto come se si trattasse di una delle tante cose lasciate a metà.
Io lo ascoltavo perché avevo bisogno di una spinta, di una scintilla, anche di uno schiaffo magari, e sapevo che da lui qualcosa prima o poi avrei ricavato.
Io mi sentivo bene, ero pronta alla vita, sapevo che era il momento giusto e c’erano le condizioni ma mancava ancora qualcosa: il decollo non iniziava e io rimanevo inchiodata a terra.
Era quello il motivo per cui rimanevo lì in ascolto. Cercavo nelle sue parole qualcosa di compiuto, che finalmente avrebbe reso le mie sensazioni una sequenza coerente e articolata di pensieri. Continuavo a fare i conti con un desiderio ora divenuto necessario.
Mentre lui insisteva nel ripetermi che i primi tempi sono i più duri. Nonostante io avessi smesso di bere da diversi anni e non avessi la minima intenzione di riattaccare. Lui proseguiva il monologo e io provavo a traslare le sue parole ai miei casi.
Difficile dire, all’interno di una conversazione, chi abbia davvero un ruolo attivo, se chi parla o chi ascolta.
Io rimanevo in ascolto e mai gli dissi il motivo, nel timore di alterare questo nostro patto tacito. In base al quale anche io dovevo essergli utile a qualcosa, ma ne ignoravo parimenti gli effetti.
Rimanevo in ascolto, intenta nella mia ricerca. Già, perché io in realtà non aspettavo niente, sapevo che lui non sarebbe stato capace di folgorazioni. Non ho mai creduto in ciò che ti coglie all’improvviso, tanto fatale e micidiale da illuminare una porzione della vita. Ero io che dovevo cercare, leggere tra le righe, decifrare, solo che questa operazione si era fatta spasmodica, disperata.
Circa la sua propensione all’alcol, perché su questo lui proseguiva, sono pronta a dubitare. Il ricorso all’alcol era troppo esibito, troppo esasperato perché fosse un’esigenza reale. Probabilmente, era funzionale alla sua vita di relazione, un espediente per vincere la timidezza e fargli assumere una posa, per farlo aderire al cliché dell’artista sregolato che gli piaceva molto.
Non so se tutto questo rientri a pieno titolo tra le forme di dipendenza e neppure saprei dare una definizione di dipendenza, in fondo.
Anch’io, pensai, continuavo ad assumere pose, standomene lì zitta zitta in ascolto. Finivo per adeguarmi alle aspettative, per pronunciare le parole che gli altri avrebbero voluto sentirsi dire, per esternare quelle sensazioni che era opportuno trasmettere. In realtà, più facevo così e più mi nascondevo.
Tuttavia è proprio in questo modo che funziona: prendo di tutto, divoro di tutto fino a sentire dolore e solo allora vomito fuori quel che riesco. Non quel che viene, ma quel che voglio che sia, quello che preferisco che sia. Per fare questo, ho bisogno di nascondermi, di percepire la solitudine più profonda, allora guai se qualcuno mi vede.
Continuavamo a parlare tenendoci a distanza, ognuno procedendo per conto suo, mentre le parole assumevano per ciascuno un proprio ordine di significato.
Il tentativo di giungere a un compromesso era ciò che ci teneva avvinti e nello stesso tempo ci imponeva un doveroso distacco.
Quando eravamo insieme ciascuno era solo e soffrivamo di una solitudine inquieta, direi quasi tragica, ma che permetteva di riconoscerci.
Solo con le lacrime a fior di pelle, cioè con una visione più liquida, i contorni tra noi si definivano.
Sì, sono i primi giorni, quelli dopo la fine di qualcosa e all’inizio di qualcos’altro, ad essere i più duri. Ma non è una vertigine di libertà, è solo un esercizio di riconoscimento. Perché ogni inizio è generato dalla fine di qualcos’altro. Pensandoci bene, tutto in fondo è costituito da una lunga, infinita teoria di finali, ciascuno dei quali comporta e racchiude un nuovo inizio.
Iniziare non è partire da zero ma riprendere da dove si è lasciato, ricominciare dalla conclusione cui si era giunti. Ogni riga proviene da ciò che sta sopra o, forse, sotto di lei.

Caducità

ghiaino

Michele Cecchini

CADUCITÀ

“Indossava ancora l’abito di scena. Aveva chiuso l’ultimo intermezzo con un frac. Nel taschino aveva una pansè, sotto una giacca il gilet bordò, ai piedi i mocassini. Pensò che, se lo avessero fatto fuori, avrebbe voluto morire vestito così”.

Alcuni personaggi dei romanzi fanno dei pensieri davvero strani, specialmente nei momenti meno opportuni. Oppure è l’anomalia del “momento meno opportuno” a suscitare delle riflessioni inaspettate.
Forse è proprio così: dai momenti cruciali scaturiscono pensieri strampalati. Per l’eccessiva tensione, la mente si crea una via di fuga.
E allora può capitare di andare incontro alla situazione con leggerezza, forse per l’ebrezza di essere, in un certo senso, arrivati al dunque. Ecco, ci siamo.
E anche questa leggerezza risulta un’anomalia.
Può capitare che tutto quanto si presumeva terrificante, una volta materializzatosi di fronte a noi, induca a una insospettata serenità.

La morte è per tutti, per larga parte della vita, il pensiero dominante.
Epicuro sostiene che è il male che più ci spaventa ma che non è nulla per noi, che non ci riguarda, perché se siamo vivi lei non c’è, e viceversa. Frase ipercitata. Ma basta guardare agli altri per smentire Epicuro: la morte di un nostro simile pone di fronte al problema, altro che.

Il pensiero della morte è dominante. Il pensiero della morte in sé, intendo, che è cosa diversa dai motivi che la provocheranno, dalla sofferenza e dal distacco dagli affetti che comporterà o dalla forma di conoscenza che apporterà – se la apporterà.
Ricordo che capitava di parlare della morte, da ragazzi. Lo facevamo con leggerezza, anche qui. Era la leggerezza di chi è inconsapevole, la leggerezza dei ragazzi. Per cui non mancavano le anomalie nell’approccio a un argomento che non era ancora così delicato, perché probabilmente ancora non ce lo eravamo posti davvero. Allora veniva da chiedersi di quale libro la morte avrebbe costretto a interrompere la lettura e chissà chi sarebbe stata l’ultima donna. “Se non è bella fa niente”, canta Paolo Conte in proposito. Anche se di donne non ne avevamo ancora conosciute, per giunta. Qualcuno ricordo che si divertiva a elaborare la colonna sonora del proprio funerale.
Da ragazzi a volte sembravamo già tutti proiettati a ritroso, impegnati a recuperare un passato che ancora non avevamo vissuto ma che andava preservato, perché solo così avrebbe acquistato un senso.
A volte però questo pensiero era capace di aprire degli squarci enormi, come affacciarsi su un abisso gigantesco, da cui subito allontanarsi per non rimanere preda delle vertigini.

Ecco che, più che alla fugacità della vita, dirottavamo il pensiero al modo in cui avremmo potuto sopravvivere negli altri. Dando per scontato che, in un modo o nell’altro, ci saremmo riusciti. Ognuno di noi penso avesse una specie di messaggio da veicolare, una porzione di una qualche verità da trasmettere e senz’altro avrebbe colto nel segno. Anzi, la morte era forse il modo per gridare più forte, o meglio.
In un saggio di Freud che si chiama “Caducità” si racconta di una gita sulle Dolomiti fatta dallo stesso Freud in compagnia di due amici e delle diverse reazioni suscitate in loro dalla riflessione che tutta quella bellezza era destinata a svanire con il sopraggiungere dell’inverno. In uno di loro prevale l’angoscia, un altro ritiene che la bellezza sia tale proprio perché caduca, infine il terzo, il più giovane non a caso, pensa che la bellezza, per definirsi tale, non possa che essere eterna.
Il pensiero della morte non paralizza i ragazzi, non fa calare il buio dentro di loro.

Mi chiedo se i ragazzi oggi si pongano la questione, oppure questa sia a poco a poco divenuta un tabù o semplicemente lo considerino un problema che ancora non li riguarda. Davvero è una domanda a cui non saprei rispondere, eppure ho a che fare con loro tutti i giorni. E qualche volta li vedo sgranare gli occhi se, leggendo una poesia, capita di toccare l’argomento.
Svicolo volentieri dalla facile scorciatoia che li vuole preda in un contesto che li costringe a porsi poche domande, a essere poco attenti o poco critici, perché spesso mi sono accorto che non è così.
Rimane il fatto che a questa domanda non so rispondere, e forse una risposta non c’è, proprio perché quando si è ragazzi si è convinti che tutto, in un modo o nell’altro, perdurerà.
“We shall no longer hear the little cry / Of our sad hearts, that may not live nor die”. Sono versi di Yeates.