Etimologica

ghiaino

Michele Cecchini

ETIMOLOGICA

Se, come diceva Menandro, la parola sia rimedio ai mali umani, questo proprio non lo so. Mi piacerebbe pensare di sì, così come penso che siano sempre pù numerose le parole da ascoltare rispetto a quelle da dire.
La parola è consolatoria forse proprio per la sua spinta creativa: la parola nomina le cose e così facendo le costituisce, le crea.
Proprio in virtù della loro funzione evocativa e creatrice, dietro le parole, anche quelle apparentemente più sgangherate e goffe, si nasconde un mondo.
Vorrei fare qui tre piccoli esempi.
Nuvoloni. Così venivano chiamati i francesi nel corso delle prime occupazioni napoleoniche a Livorno. Il termine deriva dalla storpiatura di “Nous voulons… Nous voulons…” che scandiva la lettura in piazza degli editti con cui i francesi stabilivano le regole esigendone il rispetto. Ovviamente i livornesi, autarchici e sfrontati, verso le imposizioni non potevano che manifestare insofferenza. A partire proprio da quel ‘Nuvoloni’, espressione che racchiude in sé tutta l’irrisione nei confronti dell’autorità.
Sciabigotto è un termine popolare lucchese, tuttora in uso. Sinonimo di ‘buono a nulla’, ‘incapace’, potrebbe essere di matrice versiliese, poi importato. In questo caso, farebbe riferimento alla rete sciabica utilizzata dal pescatore che, ormai non più in grado di andare per mare aperto, è costretto a rimanere nelel acque basse. Oppure il termine potrebbe derivare dalla commistione di ‘sciapito’ e ‘bigotto’. Un’altra ipotesi ancora chiama di nuovo in causa gli ufficiali dell’esercito napoleonico, che avrebbero apostrofato i cittadini lucchesi come ‘chiens bigots’ (ovvero: ‘cani bigotti’), poiché restii ad applicare le norme dell’Editto di Saint Cloud.
Nuvoloni e sciabigotti. Dominatori e dominati. Oltraggiosi e vilipesi. Comunque sia, c’è un luogo ribelle e allergico alle regole che contesta l’autorità. È la funzione creatrice della parola.
Dago non lascia spazio all’insubordinazione. Perché cambia il contesto, fondamentale per le parole. Non è più quello italiano ma americano. Eppure ‘Dagos’ fa riferimento agli italiani, o meglio è uno degli oltre trecento epiteti insultanti cui gli americani ricorrono per indicare gli italiani.
Di ‘Dago’ si registrano diverse varianti: ‘Black Dago’, ‘Dago Red’, ‘Chianti Dago’ e così via. Se qualcuno ha letto i romanzi di John Fante, si è imbattuto di sicuro in questo termine. L’etimologia anche in questo caso è incerta ma qualsiasi ipotesi è illuminante circa il ruolo degli italiani oltreoceano e la loro condizione. Il termine ‘Dago’ potrebbe derivare da ‘They go’, ad indicare gente che va e viene, che si sposta di continuo. ‘Dingo’ però è anche il cane selvatico australiano. Infine, ‘Dago’ potrebbe derivare dall’espressione ‘Until the DAY GOES’, cioé: ‘finché dura il giorno’. Figuriamoci se un datore di lavoro se la sentiva di assumere un italiano in pianta stabile. Meglio prenderlo con un contratto a brevissimo termine: a giornata – ‘finché dura il giorno’, appunto.