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Su NON CHIEDERCI LA PAROLA di Eugenio Montale


... la mia volontà di aderenza restava musicale, istintiva, non programmatica. All'eloquenza della nostra vecchia lingua aulica volevo torcere il collo, magari a rischio di una controeloquenza.
(Da: Intervista Immaginaria, in La Rassegna Italiana, anno I, n.1, Milano, Gennaio 1946, pagg. 84-89).


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


INTRODUZIONE
Composto il 10 luglio del 1923, questo componimento fa parte degli Ossi di seppia e si configura come testo-chiave per l'enunciazione e definizione di quella "teologia negativa" che caratterizza tutta la prima fase della poetica montaliana e gran parte della produzione successiva.

METRICA
Si tratta di tre quartine di vario metro. Segnaliamo la presenza di endecasillabi (versi 3, 4, 8,11,12) e alessandrini (2,10). Le rime si presentano con lo schema: ABBA CDDC EFEF (la rima DD è ipermetra)

STRUTTURA
Le tre strofe di cui il testo si compone sono organizzate secondo un percorso che assegna a quella di apertura e a quella di chiusura la responsabilità dell'argomentazione: le affermazioni sono nette, esplicite, portate senza esitazioni. Il parallelismo è rafforzato dall'identità degli incipit (con un elemento-chiave quale l'avverbio "non").
La strofa centrale denota una ben diversa valenza, costituendo un exemplum ambiguamente negativo, comunque in contraddizione con la definizione del negativo delineata dal poeta, quale elemento caratterizzante la condizione moderna. Si tratta di una frase nominale, aperta da un "Ah" e chiusa da un punto esclamativo, uniche "spie" dell'atteggiamento del poeta di fronte all' "uomo che se ne va sicuro". Se la disposizione d'animo rimane ambigua, sospesa tra invidia e disprezzo, ben evidente è lo stacco, la distanza che separa il poeta da quella figura.

POSIZIONE ALL'INTERNO DELLA RACCOLTA
Il testo occupa una posizione significativa, aprendo la sezione denominata "Ossi di seppia" (ciclo che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi "Rottami"), omonima della raccolta e dunque di per sé assai rilevante.
La particolare dislocazione non può che confermare la tesi della responsabilità di dichiarazione poetica attribuita al componimento dall'autore. Due sono i segnali inequivocabili in questo senso:

- Le dichiarazioni dello stesso Montale.
In una lettera scritta a Angelo Barile da Monterosso, il 12 luglio 1924, egli scrive: Ha ragione, il 'Non chiederci la parola…' è un po' la chiave di volta de' miei 'rondels' (allusione allo stadio dei primi 6 'ossi brevi' dei manoscritti Barile e Messina, che si chiudevano con questo componimento, ndr) e infatti li chiuderà, conclusione e commento.
Chiave di volta, conclusione, commento, dunque. Malgrado Montale abbia successivamente cambiato idea, ponendo il testo in apertura, emerge inequivocabilmente il ruolo determinante assegnato al componimento che, proprio per il fatto di rendere espliciti i termini della poetica dell'autore, non può che essere posto in apertura o a conclusione della sezione.

- La lettura del testo.
Montale non intraprende qui un discorso strettamente personale, ma si incarica di parlare a nome di una pluralità di soggetti: un gruppo? una scuola? gli autori della sua generazione? Ciò non viene chiarito ma, come vedremo, il testo contiene segnali che inducono a favore della terza ipotesi). Il discorso è condotto quindi costantemente in prima persona plurale (Non chiederCI; non domandarCI; POSSIAMO dirti): un elemento significativo, su cui sarà opportuno che i ragazzi innanzitutto si soffermino.
Del resto, gli altri accenni ad un ipotetico NOI (l'animo NOSTRO) presentano elementi di ambiguità che si prestano ottimamente ad una discussione in classe: l'animo "nostro" è quello dei poeti, ai quali i lettori chiedono la parola risolutiva, oppure "nostro" fa riferimento all'Uomo, all'umanità genericamente intesa, o quanto meno alla comunità dei lettori? Altrettanto dicasi per "non SIAMO; non VOGLIAMO": noi poeti? Noi tutti? Nella seconda ipotesi, per la quale propendiamo, le acquisizioni raggiunte dalla poesia riguardano, oltre ai lettori, i poeti stessi (contemporaneamente soggetto e oggetto della conoscenza), destinatari, assieme ai lettori, delle medesime acquisizioni: inequivocabile segnale - ne vedremo altri - del venir meno della figura del "poeta vate".
Montale stesso, in altre circostanze, ha modo di tornare sull'argomento, sottolineando la posizione non certo privilegiata da assegnare al poeta:

Se oggi sono sicuro di essere poeta? Non saprei. La poesia, del resto, è una delle tante positività della vita. Non credo che un poeta stia più in alto di un altro uomo che veramente esista, che sia qualcuno.
(Da: Intervista Immaginaria, in La Rassegna Italiana, anno I, n.1, Milano, Gennaio 1946, pagg. 84-89)

Il componimento, ovviamente, si presta ad intraprendere una specifica indagine sul ruolo attribuibile oggi alla poesia, alle ragioni della sua eventuale "sopravvivenza nell'universo delle comunicazioni di massa" (per citare una frase dal discorso tenuto da Montale in occasione della consegna del Nobel). Svilupperemo il discorso più avanti, avvalendoci delle dichiarazioni dello stesso Montale in proposito. Per il momento, comunque, la frase estrapolata da Intervista Immaginaria e sopra riportata può costituire un significativo ed utile punto di partenza.

CONTENUTI
Ai fini di un'analisi dettagliata dei contenuti, ci sembra utile distinguere tre diversi piani attraverso cui l'autore articola e sviluppa il proprio discorso. Pienamente consapevoli della totale arbitrarietà di questa operazione, nonché della impossibilità di tenere distinti e separati i tre piani, che anzi presentano continue intersezioni, siamo comunque convinti che tale suddivisione possa agevolare i ragazzi a cogliere:
- da un lato, la molteplicità dei nuclei tematici insiti nel componimento
- dall'altra, la fitta rete di relazioni (fatta di un complesso rapporto: continuità/stacco) con la produzione poetica antecedente a quella montaliana, permettendo dunque ai ragazzi di rilevare caratteristiche, prerogative e peculiarità di quest'ultima.

1) Piano conoscitivo-esistenziale
L'animo dell'uomo è "informe", l'individuo perde consistenza (l'accenno all' ombra sua, oltre al tema dell'interiorità, richiama necessariamente quello dello sdoppiamento: per questo il termine individuo, etimologicamente, perde di senso), il soggetto è smarrito e privo di certezze (positive). La realtà sfugge, ogni tentativo di rivelarne la segreta essenza, di trovarne il senso ultimo, finisce per rivelarsi vano, come pressoché sistematicamente accade nelle "avventure dell'animo" (per citare Leopardi) presentateci da Montale negli Ossi di seppia.
Tale intensa e drammatica situazione esistenziale trova riscontro in immagini di costrizione (lo scalcinato muro ne è emblema, qui come altrove), di squallore (il ramo, storto e secco, per ipallage), di solitudine (il polveroso prato, dove non trova più posto il croco, adesso presenza del tutto inopportuna). Una rappresentazione scheletrita del dato naturale, una nettezza ed asciuttezza da cui emerge una natura perduta ed assente, priva di qualsiasi possibilità di vita.

L'intonazione della mia prima poesia: uno stato d'animo di estrema desolazione trasposto in un paesaggio che oggi si direbbe 'esistenziale', ma che era allora semplicemente il paesaggio naturale in cui vivevo.
(da Poesie, a cura di Gosta Andersson, Italica, Stockholm-Roma, 1960)

Uno sguardo alle varianti (da E. Montale, L'opera in versi, ed. critica a cura di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini, Einaudi, Torino, 1980), riteniamo possa essere utile ed interessante per i ragazzi, ai quali in questo modo è data la possibilità di osservare progressiva definizione del testo poetico, il raggiungimento della sua forma definitiva attraverso le varie tappe che possono essere illuminanti, o comunque costituire una conferma degli obiettivi espressivi/conoscitivi propostisi dall'autore.
Nella fattispecie, le varianti evidenziano una progressiva tensione verso l'inaridimento e il senso di desolazione.
- I vv. 3-4 inizialmente presentavano: un croco / di margherita in un polveroso prato.
La specificazione relativa alla margherita è espunta in favore dell'aggettivo perduto, a sottolineare il senso di solitudine e di desolazione, ribadite anche dal passaggio dall'indeterminato in un al più aperto in mezzo a.
- Il componimento inizialmente si concludeva con: ciò che non vogliamo... L'eliminazione dei punti di sospensione conduce ad una maggiore nettezza e asciuttezza espressiva, privando il lettore di qualsiasi rimando ad altre dimensioni, ad ipotetici "altrove".

2) Piano storico
Codesto solo OGGI possiamo dirti. Nella dichiarazione di poetica l'autore sembra introdurre dei parametri temporali, collocando le proprie affermazioni all'interno di un iter, di un percorso solo di sfuggita accennato. Le sue parole fanno riferimento ad un momento storico ben preciso:
- che rompe decisamente con il passato: la negatività del presente, appunto, esclude la possibilità ed opportunità di affermazioni catartiche, risolutrici. Niente formule magiche o sacrali, dunque, ma il contrasto tra la voce corale e un profondo senso di solitudine, da colmare.

Non credo al verso fatale e prestabilito (a "il verso è tutto" di D'Annunzio). (…) Quanto ai poeti, essi hanno da tempo rinunciato al loro "ruolo" di annunziatori e di profeti, almeno nel vecchio senso della frase, e credo sia un bene. Certo, la solitudine riesce dura ai poeti, condannati a non intendersi neppure tra loro. Ma solo da coteste angustie può riscattarsi la loro poesia.
(Della Poesia d'oggi, La Gazzetta del Popolo, Torino, 4 novembre 1931)

- che non esclude un ravvedimento / miglioramento del futuro. Nel saggio Stile e tradizione del 1925 (di due anni successivo al componimento), Montale parla della possibilità che le parole dei poeti, che oggi non sono parole di fede, possano tornare ad esserlo, un giorno.

E proprio sul contrasto: oggi/un giorno si basa una lettura della poesia in chiave non tanto esistenziale quanto "storica", legata cioè alle vicende contemporanee, agli avvenimenti "transitori" (uso espressioni dello stesso autore). Nella verità negativa esposta a chiare lettere da Montale molti intravidero la lucida intransigenza etica propria dell'ambiente Gobettiano (Gobetti si incaricò della pubblicazione degli Ossi di seppia): "il rifiuto di ogni facile ottimismo consolatorio, di ogni mitologia, di stoica consapevolezza del male di vivere, in molti si tradusse in azione politica, in antifascismo militante". (da S. Guglielmino, Guida al Novecento, Principato, Milano, 1986).
Sull'assenza di un valore puntualmente politico attribuibile ai suoi versi, Montale è assai esplicito e l'argomento, come detto, merita di essere approfondito anche e soprattutto in sede didattica: in primo luogo, per far cogliere ai ragazzi la portata e il significato della rottura operata dal poeta con la tradizione (rottura che implica, in ogni caso, una ripresa e rielaborazione di elementi, fattori e motivi, come abbiamo avuto modo di sottolineare); in secondo luogo, per operare una riflessione sul ruolo della poesia, sul suo rapporto con i processi storici, sulla sua esigenza / possibilità (o meno) di interagire o incidere nel reale.
Intraprendiamo pertanto un breve percorso di lettura in proposito, secondo una scelta del tutto arbitraria e che certo non intende essere esaustiva, viceversa esemplificativa delle opportunità didattiche offerte dai temi correlati al componimento. Per ovvi motivi, ci limiteremo qui a riportare solamente alcune considerazioni dello stesso Montale, consapevole del fatto che, comunque, il discorso può essere allargato sia a molti altri autori sia ad altri temi (come vedremo, già gli spunti di riflessione nelle seguenti, poche righe, non mancano).
Prenderemo le mosse da una dichiarazione che rende espliciti i termini del rapporto tra ciò che Montiale chiama "essenziale" (la condizione umana in sé, come infelicità e in adattamento) e "transitorio" (l'avvenimento storico, verso il quale il poeta non è affatto indifferente, ma che non può interferire sulla totale disarmonia tra l'io e la realtà).

L'argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quello avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo. Significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l'essenziale col transitorio. Non sono stato indifferente a quanto è accaduto negli ultimi trent'anni; ma non posso dire che se i fatti fossero stati diversi anche la mia poesia avrebbe avuto un ruolo totalmente diverso. Un artista porta in sé un particolare atteggiamento di fronte alla vita e una certa attitudine formale a interpretarla secondo schemi che gli sono propri. Gli avvenimenti esterni sono sempre più o meno preveduti dall'artista; ma nel momento in cui essi avvengono cessano, in qualche modo, di essere interessanti.
(…) Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva che essere quella disarmonia; (…) esistevano in me ragioni di infelicità che andavano molto al di là e al di fuori di questi fenomeni. Ritengo si tratti di un inadattamento, di un maladjustement psicologico e morale che è proprio a tutte le nature a sfondo introspettivo, cioè a tutte le nature poetiche (…).
(Da: Intervista Immaginaria, in La Rassegna Italiana, anno I, n.1, Milano, Gennaio 1946, pagg. 84-89)

Poco oltre, nello stesso testo, Montale è ancora più esplicito: altri sono i fronti di guerra, altre le cause della sua solitudine:

Come poeta ho sentito subito che il combattimento avveniva su un altro fronte, nel quale poco contavano i grossi avvenimenti che si stavano svolgendo.
(…)
In definitiva, fascismo e guerra dettero al mio isolamento quell'alibi di cui esso aveva forse bisogno.
(Da: Intervista Immaginaria, in La Rassegna Italiana, anno I, n.1, Milano, Gennaio 1946, pagg. 84-89)

Tali affermazioni andranno messe in relazione a quelle in cui l'autore sembra deporre a favore di un impegno dei poeti nella politica, di un loro interessamento alle vicende contemporanee:

Gobetti credeva, come oggi credono i vari Scrutator e Babeuf del giornalismo monarchico romano, che un poeta non può e non deve intendersi di poetica. Aveva torto.
(Da: Intervista Immaginaria, in La Rassegna Italiana, anno I, n.1, Milano, Gennaio 1946, pagg. 84-89)

Ciò permette non tanto di rilevare una contraddizione, ma di fare luce sui termini del rapporto rilevato in apertura.
Innanzitutto, Montale non stigmatizza l'impegno politico da parte del poeta; in quanto uomo, egli ha tutto il diritto di esprimere le proprie opinioni. Ma sul versante della produzione poetica, non devono sussistere a suo avviso obblighi o direzioni prefissate: solo la libertà di ispirazione:

L'engagement del poeta è totale, e il poeta, in quanto uomo, può anche (ma non deve necessariamente) aderire ad un partito politico; ma un poeta non è certo obbligato a scrivere versi "politici". Può, anzi deve farlo, se l'ispirazione glielo detta. Ma l'impegno sociale non si svolge in una direzione obbligata. Non sono esistiti scrittori (poeti) rivoluzionari che hanno creduto di professare idee reazionarie? (Baudelaire, Dostoevskij, per esempio). L'arte non si fa con le opinioni, sebbene esistano casi nei quali le opinioni si fanno sangue, e allora entrano anch'esse nel giro dell'arte.
(Da: Dialogo con Montale sulla poesia, in Quaderni Milanesi, 1, autunno 1960)

Il tutto nella consapevolezza del fatto che la stesura di versi "politici" non gli è congeniale. Nel Sogno di un prigionieri, ad esempio, l'altro termine del rapporto (l' "essenziale") è immediatamente affiancato al "transitorio":

Il mio prigioniero può essere un prigioniero politico; ma può anche essere un prigioniero della condizione esistenziale. Ambiguità, in questo caso, necessaria alla poesia.
(Da: Dialogo con Montale sulla poesia, in Quaderni Milanesi, 1, autunno 1960)

Un paio dopo, tornando sull'argomento, nel ribadire la piena libertà di ispirazione e di trattazione da parte del poeta, Montale sottolinea l'imprescindibilità dell' "essenziale": l'indagine poetica ha necessariamente per oggetto i grandi temi esistenziali e per Montale si configura come un vero e proprio "dovere morale":

Ci può essere il poeta civile, sociale. Il poeta che canta Marx, il socialismo. Neruda ha scritto un canto a Stalin. Io non saprei negare al poeta di fare questo. Ma non saprei nemmeno negargli il diritto di fare il contrario. Leopardi non si è occupato dei problemi politici del suo tempo (…).
Non c'è quindi quest'obbligo dell'engagement politico. L'engagement morale, sì. Perché allora è una presa di posizione verso l'umanità intera, verso il mondo. E' la ricerca della ragione di vivere. Ma il poeta non se la propone nemmeno, altrimenti non è neppure poeta.
(Da: Queste le ragioni del mio lungo silenzio. Dialogo con Eugenio Montale, a cura di Bruno Rossi, in Settimo giorno, Milano, 5 giugno 1962)


3) Piano poetico
A livello didattico, riteniamo questa la sezione più importante nell'analisi degli elementi tematici presenti all'interno del componimento. Essa in parte recupera, in parte va oltre i "piani di lettura" finora presi in esame. Come abbiamo già avuto modo di accennare, il componimento decreta la fine della fiducia espressiva / ideologica propria dei poeti della precedente generazione (Carducci, Pascoli, D'Annunzio), per approdare a una poesia franta, secca, in sintonia con la rappresentazione naturale a cui già abbiamo fatto riferimento.
Il sentimento di difficoltà espressiva si estrinseca in un linguaggio minimo, approssimativo, parziale: una riduzione tutta tesa a rendere esplicita la disarmonia tra l'io e il mondo che, per ammissione dello stesso Montale, non è da ascrivere a vicissitudini "contingenti", ma perviene alla "condizione umana in sé considerata".
La presa di coscienza della negatività dell'esistenza, del "male di vivere" e nel contempo la netta separazione fra poesia e storia, come si potrebbe presumere, al nichilismo, al ripiegamento inerme su se stessi. Nella "lettura" del componimento dovremo rilevare, assieme agli alunni, l'"energia del no!", la "forza del rifiuto" (faccio ricorso alle espressioni di Floriana D'Amely nel commento agli Ossi di seppia dell'edizione Oscar Mondandori), che Montale ormai vede come unica, ultima prerogativa della poesia. In questo senso il testo è assai esplicito, con la reiterazione del "non": in apertura di componimento, in apertura di terza strofe, nei due del verso finale, addirittura corsivi, a sottolineare l'estrema forza e rilievo attribuitigli.
Lo sguardo lucido e la coraggiosa indagine del negativo connotano dunque l'atteggiamento di questi nuovi poeti di cui Montale si fa portavoce: viene da pensare in questo senso alla Ginestra leopardiana, sia per la disincantata, spavalda consapevolezza del male di vivere, sia per il NOI, il soggetto collettivo utilizzato, "social catena" sui generis.
Niente nichilismo, dunque. Il poeta non deve rinunciare a vivere, estraniandosi, né deve difendersi dall'endemico senso di solitudine isolandosi:

Pensai presto, e ancora penso, che l'arte sia la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato. Ciò peraltro non giustifica alcuna deliberata turris eburnea: un poeta non deve rinunciare alla vita. E' la vita che si incarica i sfuggirgli.
(Da: Intervista Immaginaria, in La Rassegna Italiana, anno I, n.1, Milano, Gennaio 1946, pagg. 84-89)

In una accurata analisi da condurre in classe, potremo rilevare insieme ai ragazzi l'attinenza tra quanto finora delineato e il passaggio ai versi 1-2: che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe. Esso si rivela illuminante, rendendo esplicita l'antecedenza delle cose, della materia, sulle forme e sul linguaggio: la perdita delle capacità catartiche, risolutrici delle formule elargite dal "poeta-vate" lascia spazio ad un'espressione poetica capace unicamente (ma, ripetiamo, coraggiosamente) di registrare i fenomeni e gli oggetti, senza poter ambire a plasmarli o ricrearli con la sua forza di incidenza (la parola non può squadrare, attribuendo rigore geometrico a ciò che è "informe").

Che cosa rimane, dunque? Rimangono:

gli alti potenziali del sentimento e della fantasia, alcuni aggregati della parola e del ritmo che sembrano avere un'esistenza anche autonoma, e hanno senza dubbio una incredibile fecondità.
(Della Poesia d'oggi, in: La Gazzetta del Popolo, Torino, 4 novembre 1931)

La stessa operazione poetica, la volontà di esprimere, comunque sia, il male di vivere, è indice di una opzione attiva, anti-nichilistica. E' anzi la coscienza stessa della crisi (Montale preferisce i termini insoddisfazione, vuoto interno) che genera la poesia, e compito di quest'ultima è proprio quello di sopperire, seppure provvisoriamente, a tali carenze. Siamo lontani dai versi fatali e "totali", è vero, ma anche da una dichiarazione di inutilità dell'atto poetico. E' ancora possibile la poesia? Evidentemente, sì.

Se poi vogliamo considerare la poesia come un fatto spirituale, allora è evidente che ogni grande poesia nasce da una crisi individuale di cui il poeta può anche non essere consapevole. Ma più che di crisi (parola ormai sospetta), parlerei di una insoddisfazione, di un vuoto interno che l'espressione raggiunta, provvisoriamente, colma. Questo è il terreno da cui nasce ogni grande opera d'arte.
(Da: Nuovi argomenti, n.55/56, Roma, Marzo-Giugno 1962)


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