Nota: Dall’aprile a shantih (di Serena Penni)

Nota: Dall’aprile a shantih

di Serena Penni

Vorrei partire dal titolo del romanzo, poiché esso, a mio avviso, ne racchiude in buona parte il senso. Dall’aprile a shantih riprende la prima e l’ultima parola del poema The waste land di Thomas Eliot – in italiano La terra desolata –, che infatti inizia così: “aprile è il mese più crudele generando lillà dalla terra desolata…”. Si tratta di un incipit che contiene un messaggio duro, niente affatto consolatorio, in quanto nega l’immagine di rigenerazione positiva che, nell’immaginario comune, è normalmente associata alla primavera. “Shantih” è invece un termine indiano che significa “pace che supera la ragionevolezza”. Il titolo Dall’aprile a shantih rimanda dunque all’ambiguità del mondo, alle molteplici chiavi di lettura possibili della realtà, e questa, come vedremo, sarà una delle note dominanti del romanzo.
La scelta di riprendere la prima e l’ultima parola della
Terra desolata, allude peraltro ad un’idea di circolarità e ciclicità che è contenuta anche nel testo di Eliot e alla quale Cecchini intende probabilmente ispirarsi. In particolare, ciò che sembra interessarlo è il riferimento, da parte del poeta inglese, all’esistenza di paradigmi antropologici universali i quali, pur mutando la forma, si ripropongono sempre uguali a se stessi nelle diverse epoche storiche.
Dall’aprile a shantih
si apre con un Prologo, sottotitolato “aprile” e si chiude con un Epilogo, nominato “shantih”: ritroviamo così le due parole chiave del titolo. Il Prologo consiste nella trascrizione di alcune cronache parigine della metà del XVIII secolo, che alludono all’inquietante vicenda della misteriosa sparizione di alcuni bambini dalla città. Sparizione sulla quale sono state azzardate le ipotesi più diverse ma su cui non è mai stata fatta chiarezza.
La parte centrale del romanzo vede compiersi, rispetto al
Prologo, un salto spaziotemporale; l’azione si sposta infatti in un caseggiato lucchese intorno alla metà del secolo scorso. Il primo paragrafo inizia con quello che, poco dopo, scopriremo essere il grido di una governante allarmata: “Bimbi!… Bimbi!…”. Così, intuiamo subito che, a legare questa situazione alla precedente, è il fatto che, ancora una volta, si è di fronte ad una sparizione di bambini. Adesso i piccoli, con due secoli di ritardo rispetto ai loro compagni di sventura d’oltralpe, mancano all’appuntamento con il pulmino che dovrebbe condurli a scuola.
Ad eccezione del
Prologo e dell’Epilogo, il romanzo copre un arco di tempo pari ad una giornata, ed è suddiviso in tre parti: Parte prima, Parte seconda, Parte terza, che recano rispettivamente i sottotitoli “mattino”, “pomeriggio” e “sera”. Il narratore si cela abilmente dietro il microcosmo che ha inventato e lo illumina a tratti, come un reporter che, con la telecamera, investa a turno i vari personaggi. Egli ce ne mostra quanto basta per permetterci di coglierne, se non tutte le dinamiche perverse, per lo meno il sapore di fondo, amaro e disincantato.
Dall’aprile a shantih
è un romanzo corale. Gli abitanti del condominio – l’avvocato Ersilio Terruzzi, Clelia Marangoni, Guglielmo, la signorina Adele, Iole e gli altri – emergono in tutta la loro miseria interiore, come marionette che agiscono e parlano di cose che non sono mai quelle importanti. Sono dei morti viventi, che portano dentro di sé il vuoto di una perdita incolmabile e il cui tempo è passato – come indicano in parte anche i loro nomi di battesimo -, o forse non c’è mai stato. Una serie di disgraziati e derelitti che vivono ai margini della società fanno loro da controcanto, e forse oggettivizzano le loro sofferenze, al pari dei molti difetti fisici di cui essi stessi sono vittime – la cicatrice che deturpa il volto della signorina Adele, goffamente nascosta dai capelli, i piedi sproporzionatamente grandi del ritardato Gualtiero Castrucci, per limitarci a qualche esempio.
I personaggi vengono presentati nel loro qui e ora, ma il presente è continuamente intervallato da flash back e parentesi che ci permettono di ampliare la nostra visuale su di loro. Un esempio divertente di ciò, è il brano riguardante l’avvocato Terruzzi, intitolato
L’avvocato Ersilio Terruzzi di primo mattino è solito sgambettare per le stradicciole del centro storico, di preferenza puntando i banchi di piazza. L’avvocato Terruzzi è a mio avviso uno dei personaggi più riusciti del romanzo; pirandelliano tanto nei modi quanto nell’aspetto, incarna forse più di tutti gli altri lo spirito del paradosso che sottende alla narrazione.
Attraverso la chiacchiera, vacua e inarrestabile, i personaggi tentano di esorcizzare la paura per la scomparsa dei bambini e, più in generale, il terrore profondo per la perdita dell’innocenza da parte di una società inguaribilmente malata. Il grido della governante – “Bimbi!… Bimbi!…” – che, come abbiamo già ricordato, apre la
Parte prima del romanzo e che verrà reiterato più volte nel corso della narrazione, si fa portavoce proprio di questo terrore, contrapponendosi alle migliaia di parole buttate al vento dagli altri condomini, i quali tentano vanamente di ricondurre la tragedia in un universo familiare.
E’ indicativo il fatto che i bambini non abbiano genitori, o che comunque essi non siano presenti al momento della loro sparizione: ciò li rende automaticamente figli della collettività, richiamando ciascuno a svolgere un ruolo di primo piano, nell’impossibilità di demandare ad altri angoscia e senso di colpa. Del resto, insieme all’innocenza, anche la vita stessa sembra abbandonare, a momenti, il microcosmo in questione, e ciò, secondo me, è reso simbolicamente attraverso l’improvvisa inattività del servizio idrico cittadino. L’acqua infatti, tra gli archetipi dell’inconscio collettivo, è elemento associato alla vita e alla fertilità.
Esiste tuttavia anche un polo positivo all’interno del romanzo, ed è incarnato da Eugenia, un personaggio che, in qualche modo, si differenzia dagli altri in quanto non parla né agisce, ma osserva e soprattutto ascolta. Lo fa protetta dalle persiane, dall’alto del suo appartamento che sembra inondato dalla poesia triste di colei che lo abita: una donna senza età, senza passato, fuori dal tempo e dallo spazio. Non è forse un caso che Eugenia, con il suo risveglio, apra la Parte prima del romanzo, e che, addormentandosi, chiuda la Parte terza.
Dall’aprile a shantih
propone un enigma complesso di cui il lettore, sin dalle prime pagine, cerca istintivamente la soluzione. In un certo senso si tratta quindi di un romanzo giallo, tuttavia tale genere viene affrontato sotto una prospettiva del tutto antitradizionale, tanto che, a lettura ultimata, ci si chiede se una simile definizione sia davvero appropriata. Tutto avviene all’insegna dell’ambiguità, come ho accennato all’inizio, parlando del titolo, e situazioni paradossali si susseguono le une alle altre: un esempio eclatante di ciò è il fatto che, ad un certo punto, si accusa addirittura un defunto di aver rapito i bambini.
L’originalità del romanzo, a mio avviso, consiste appunto nell’approccio all’enigma. Sarebbe errato dire che ad esso non viene fornita una spiegazione, tuttavia la risoluzione necessita di un intervento attivo da parte del lettore, il quale, dopo aver lungamente atteso, è chiamato a “mettere insieme i pezzi”. Perché qualcosa non torna, qualcosa non va come ci si potrebbe aspettare. Non c’è – per fortuna – un commissario che risolva tutto come un
deus ex machina, che punisca i cattivi e risarcisca i buoni. Al contrario, l’autorità è impotente perché persino più malata di coloro che la circondano.
Dall’aprile a shantith
è anche un romanzo sulla conoscenza che pare esprimere una tesi, ovvero che, se anche una verità oggettiva esiste, l’accumulo di informazioni allontana da essa anziché avvicinare. Tutto ciò che è dato sapere, in ultima analisi, è che seppure nel tempo i paesaggi si trasformano, seppure le persone muoiono e il loro posto è preso da altre persone, seppure le leggi cambiano, le dinamiche essenziali che investono i gruppi di uomini – grandi o piccoli che siano – sono destinate a ripetersi all’infinito.
La difficoltà conoscitiva genera un caos interiore ed esteriore che il narratore tenta forse di arginare optando per una struttura estremamente logica e lineare la quale, come abbiamo visto, rispecchia lo schema della tragedia classica: un prologo, un nucleo centrale tripartito, un epilogo. L’esigenza di razionalizzare trova del resto espressione anche nella suddivisione in paragrafi delle singole unità narrative, recanti ciascuno un titolo che ne sintetizza il contenuto – o almeno ci prova. L’unico ordine possibile, sembra dire Cecchini, è quello riferito alle cose artificialmente, a tavolino, quando tra noi e loro apponiamo un’enorme distanza.
In linea con una visione della realtà come inafferrabile ed in continuo movimento, Cecchini alterna lo stile tragico a quello comico, dando prova di essere capace di muoversi con disinvoltura in entrambi i registri. Il linguaggio – particolarmente ricco e spesso addirittura barocco – appare espressionistico e intriso di sperimentalismi linguistici. Un mélange che può risultare arduo e faticoso, ma la maggior parte delle volte l’effetto è invece assai divertente.

Serena Penni, fiorentina, ha pubblicato su varie riviste specialistiche saggi riguardanti l’opera di autori contemporanei. Nel 2009 ha pubblicato per le Edizioni dell’Orso il volume Beatrice Cenci di Alberto Moravia, che fa parte della collana L’infinita distanza, diretta da Giorgio Barberi Squarotti. Il suo primo romanzo, La stanza di ghiaccio, è edito da ETS.