La palla che avevo lanciato

ghiaino

Michele Cecchini

LA PALLA CHE AVEVO LANCIATO

The ball I threw while playing in the park
Has not yet reached the ground.

Sono versi di Dylan Thomas. Sono versi celebri e significano più o meno: la palla che ho lanciato giocando nel parco non è ancora caduta a terra. Cioé: la palla che ho lanciato è ancora in volo. Cioè: ancora riesco ad entusiasmarmi, ad emozionarmi, sono capace di provare stupore verso le cose del mondo. Sono ancora un bambino, sì.
In questi ultimi tempi una serie di coincidenze mi ha posto di fronte al dilemma se la palla che ho lanciato sia caduta o meno a terra.
Me lo sono chiesto ieri, quando ho assisitito all’ultima proiezione – l’ultima – all’interno di un cinema che insieme ad altri – soprattutto per merito degli altri – avevamo provveduto a rilanciare una quindicina di anni fa, curandone la programmazione per un paio di giorni la settimana: prime visioni, retrospettive, incontri con gli autori, cose così. Adesso quello stabile chiuderà, probabilmente diventerà qualcos’altro, ma io ieri sera la domanda se la palla fosse caduta a terra me la sono posta. E non riguardava la città né l’associazione – che andrà a svolgere la propria attività altrove.
È la stessa domanda cui mi sono trovato di fronte svariate volte nel corso degli ultimi anni, quando ho constatato che ciò a cui mi ero dedicato aveva esaurito il proprio corso, fisiologicamente, e non sarebbe tornato più. Allora, drammatizzando, si dice che si chiude un’era, che finisce un’epoca. Come per la chiusura di una storica bettola dietro casa dei miei – quelle bettole di paese che prosperavano negli anni ’50, servendo piatti caldi e piantonate dalla mattina alla sera da una nutrita schiera di vecchietti che leggono il giornale, fumano e giocano a carte con la televisione sempre accesa.
Credo però che si tratti di uno di quei pochi casi in cui la domanda è molto più importante della risposta.
Da piccoli, in piazza, tutte le mamme comprano i pallonicini. Ora hanno le forme e i colori più svariati, sono fatti di carta lucida o di plastica. I nostri no, erano semplici, forse anche un po’ tristi: erano di gomma e di un solo colore ma avevano una magia che per un bimbo è tutto. Se ne stavano in alto, quei palloncini, e non bisognava lanciarli, piuttosto impedire che volassero via, stringendo stretto stretto nelle dita il filo. Ma non si poteva resistere e prima o poi quel filo veniva lasciato andare. You threw the ball playing, insomma. E allora ce n’è un’altra, di domande: “Dove vanno a finirei palloncini?”.

La cruna del lago

ghiaino

Pier Dario Marzi è un grande critico cinematografico, che scrive con passione e competenza. Recentemente ha deciso di mettere on line, a disposizione di tutti, il materiale che ha elaborato in tanti e tanti anni di studio, di incontri, di conferenze, di corsi e di serate che ha tenuto un po’ in giro per la Toscana. E’ nato così un blog, La cruna del lago, che è una vera e propria miniera per gli amanti del cinema. Quelle di Dario non sono recensioni ma vere e proprie “letture” del testo cinematografico, condotte con un taglio analitico molto approfondito. I film oggetto delle sue indagini svariano dai classici alle ultime uscite. Da seguire e mettere tra i Preferiti.

Sono morto e non lo so

ghiaino

Michele Cecchini

SONO MORTO E NON LO SO

È successo tutto troppo in fretta.
Se solo avessi saputo prima.
Non dico tanto prima, sarebbe bastato poco. Il fatto è che nessuno si preoccupa di avvisarti e tu proprio non hai modo di accorgertene.
È successo all’improvviso, anche se io ci ho messo un bel po’ a capire: quando ho cominciato a fare mente locale. Ma lì per lì non mi sono accorto di niente.
Ora so che la vita è una serie sgangherata di finali e la morte è solo uno dei tanti.

Per tutta la vita io mi sono occupato degli altri: li ho osservati, li ho ascoltati, me ne sono preso cura, ho cercato di dare un senso a quello che hanno detto e fatto. In altre parole, ho provato a decifrare, a interpretare o, come dicono quelli di noi che vogliono darsi un tono, a fornire una chiave di lettura.
Chi pensa che il mestiere di critico letterario sia poco impegnativo, non sa cosa dice. Lo metterei volentieri di fronte alle varianti d’autore, alla parafrasi, alla cronologia che non torna, alle edizioni e alle riedizioni, a tutta la fatica boia che comporta decodificare di un testo. Una vita fatta di silenzi, di note a margine, di postille, di distinguo, della disperata ricerca di una logica, non solo in ciò che è ma anche in ciò che non è. Perché non basta rendere conto di quello che un autore dice, si deve anche spiegare perché non dice altrimenti. Motivare i vuoti e i silenzi è il mestiere più difficile, c’è da diventare matti. A furia di stare nella testa degli altri, si rischia di perdere la propria. Perché “sì” e perché “no”.

Quando sono andato in pensione, quello è stato un finale. Uno dei tanti. Ma mica ho smesso, anzi. Ho pensato che fosse il momento buono per avvicinarmi ancora di più ai miei testi, ai miei autori, allora ho continuato per conto mio e mi è andata bene.
Mi è andata sempre bene, tutto sommato. Perché mi sono dato da fare, ho azzeccato le mosse, ho frequentato le persone giuste e gli ambienti, mettendo sempre davanti a me i miei progetti. Tutta la mia vita per quelli.
Le mie letture, quelle con le virgolette, hanno riscosso successo. Il mio metodo, diciamo pure il mio sguardo, è stato portato a esempio. Anche se c’è chi accusa che fare così, cioè lavorare sulle cose altrui, equivale a campare di rendita. Fatto sta che nell’ambiente sono uno che gode di considerazione.

Tutt’a un tratto, invece, è finita lì. Ce ne ho messo di tempo, ma ho capito che non era più come prima. Quando me ne sono reso conto, doveva essere accaduto da un po’.
Più o meno quello che è successo con mia moglie, dopo una vita insieme, o con i miei figli, che non mi hanno mai capito e, secondo me, nemmeno ci hanno mai provato. Forse per loro non sono mai stato interessante. Io qualche tentativo, da ultimo, credo pure di averlo fatto. E mi è servito a capire che la distanza tra noi era davvero incolmabile perché nessuno aveva davvero interesse a colmarla. Eccolo, un altro finale.

Insomma, quello che è successo è molto semplice: è successo che i miei testi, i miei autori hanno smesso di parlarmi. Tutti insieme e all’improvviso si sono girati dall’altra parte, come se ce l’avessero con me. Sono diventati muti, gelidi. Non mi dicono più niente, nemmeno qualcosa di semplice, di banale, di elementare… Niente. E io non ho più niente da dare a loro. “A cura di”, “con il contributo di” sono espressioni vuote e per me non valgono più. Chi l’avrebbe detto.
Eppure io sono sempre lo stesso, soprattutto le cose che mi circondano sono sempre le stesse. Sono quelle che mi hanno accompagnato da sempre. Un tempo i testi erano foreste di segni, così intricate da non sapere in quale direzione andare e da perdercisi subito, alle prime righe o ai primi versi. Ma io avevo la mappa.
Oggi quei testi che ho così a lungo studiato, spiegato, interpretato sono diventate carte insulse, senza colore, senza suono, senza anima. Non c’è niente da fare, non mi rispondono.
Perché sia successo, non lo so. So che non è colpa loro. Non sono loro che invecchiano. I testi sono lì, nella loro gigantesca immobilità. Quelli sono e quelli saranno. È il mio sguardo che è cambiato, che non vede più: non coglie più i segnali, non vede tra le righe, non distingue e non associa.

Per molto tempo non mi sono reso conto. Sono andato avanti, cocciuto, a campare di rendita. Quando ho capito, non mi sono arreso. Ho pensato a inghippi momentanei, poi mi sono fatto coraggio e ho dedotto che si trattava di una svolta, di un momento cruciale da cui sarei ripartito. Niente, le cose non stavano così. Allora mi sono detto che dipendeva tutto da me e soltanto da me. E allora sì che è arrivata la mazzata.

Evidentemente, avevo dato quello che ero capace di dare, avevo detto quello che avevoda dire. Semplice. Può bastare così, inutile accanirsi. Il mio sforzo l’ho fatto, ora tocca ad altri. Per andare dove, non lo so e sinceramente non mi interessa più.
Tuttavia, ho l’impressione di avere lasciato le cose a metà. È il mio unico rimpianto. Nemmeno quello di aver sacrificato gli affetti o il tempo. Mi sono tolto le mie soddisfazioni. Era quello che volevo e tanto basti. Eppure, mi rimane la sensazione come se non avessi chiuso il cerchio. Questa pensiero mi lima dentro e mi disturba.

Ora la mattina mi alzo e rimango seduto sul letto a lungo. Devo aspettare che il mio corpo e il mio sistema nervoso si abituino al risveglio. Se mi alzo di fretta, sono colto da terribili giramenti di testa.
Faccio colazione con un po’ di latte macchiato e due fette biscottate due, mentre passano le notizie del radiogiornale. Mi faccio la barba, indosso il mio abito scuro e qualche volta pure la cravatta. Poi niente, mi metto lì buono buono seduto sul divano. Guardo nel vuoto o sfoglio qualche rivista. Aspetto che mia moglie torni da fare la spesa. La accompagno di rado perché non mi va. Quando rientra, le vado incontro e la aiuto a mettere a posto. Io la dispensa, lei il frigo.
Poi la guardo mentre prepara da mangiare. Per me dodici tortellini. Non ci diciamo mai niente, un po’ perché, in effetti, non c’è bisogno di dirsi niente.
Dopo pranzo esco e, a piedi, percorro la stradina che porta in piazza Sant’Anselmo. Mi siedo sempre sulla solita panchina. Mi chiedo il perché di questo privilegio: la trovo sempre libera e pare che aspetti proprio me. Eppure la piazza è frequentata. Non molto, per la verità, però ci sono bambini che giocano, persone che entrano in chiesa, qualcuno che posteggia l’auto.

Se mi capita a tiro qualcuno che conosco – circostanza per la verità assai improbabile – in segno di saluto mi limito a toccare la tesa del cappello. Evito accuratamente di sorridere, perché spesso dimentico di mettere la dentiera. Poi mi rannicchio nel mio cappotto e rimango lì.
Guardo le persone di fronte a me ma con il disincanto di chi ne ha viste fin troppe. Non cerco più di capire. Per anni ho messo il naso nelle faccende altrui, nelle loro azioni e nei loro pensieri, ne ho condiviso le angosce e l’ansia di esprimerle, ho accostato i loro scritti, cercando di individuare un ordine, una logica che desse conto delle loro idee. Ora non più. Quella curiosità morbosa che mi costringeva a rovistare nelle faccende degli altri, ora non c’è più. Mi limito a osservare ma non vedo un granché. Rimango sulla mia panchina fino a che il sole la illumina, in modo da scaldare le mie quattro ossa. Quando arriva l’ombra, me ne vado. Rientro subito a casa. Ogni giorno con un paio di minuti di anticipo.
Dicono che, vedendomi così, trasmetto serenità. Io sinceramente non lo so. Non credo. Se anche succede, non lo faccio di proposito. La serenità degli altri non è un problema mio. Non ho mai avuto tempo per queste cose.

Io mi sento ormai escluso da quello che mi circonda e del resto, se ne facessi parte, non mi andrebbe. Ormai va bene così. Ma una cosa mi rode, ed è questa terribile, infame sensazione di avere lasciato tutto a metà.

Caducità

ghiaino

Michele Cecchini

CADUCITÀ

“Indossava ancora l’abito di scena. Aveva chiuso l’ultimo intermezzo con un frac. Nel taschino aveva una pansè, sotto una giacca il gilet bordò, ai piedi i mocassini. Pensò che, se lo avessero fatto fuori, avrebbe voluto morire vestito così”.

Alcuni personaggi dei romanzi fanno dei pensieri davvero strani, specialmente nei momenti meno opportuni. Oppure è l’anomalia del “momento meno opportuno” a suscitare delle riflessioni inaspettate.
Forse è proprio così: dai momenti cruciali scaturiscono pensieri strampalati, perché la mente ha bisogno di una via di fuga.
E allora può capitare di andare incontro alla situazione con leggerezza, forse per l’ebrezza di essere, in un certo senso, arrivati al dunque.
E questa leggerezza risulta un’anomalia.

Il pensiero della morte è dominante. Il pensiero della morte in sé, intendo, che è cosa diversa dai motivi che la provocheranno, dalla sofferenza e dal distacco dagli affetti che comporterà o dalla forma di conoscenza che apporterà – se la apporterà.
Ricordo che capitava di parlare della morte, da ragazzi. Lo facevamo con leggerezza, anche qui. Era la leggerezza dei ragazzi. Allora veniva da chiedersi di quale libro la morte avrebbe costretto a interrompere la lettura e chissà chi sarebbe stata l’ultima donna, anche se di donne non ne avevamo ancora conosciute. Qualcuno ricordo che si divertiva a elaborare la colonna sonora del proprio funerale.
Da ragazzi a volte sembravamo già tutti proiettati a ritroso, impegnati a recuperare un passato che ancora non avevamo vissuto ma che andava preservato, perché solo così avrebbe poi acquistato un senso.
A volte però questo pensiero era capace di aprire degli squarci enormi, come affacciarsi su un abisso gigantesco, da cui subito scappare via con le vertigini.

Più che alla fugacità della vita, dirottavamo il pensiero al modo in cui avremmo potuto sopravvivere negli altri. Dando per scontato che, in un modo o nell’altro, ci saremmo riusciti. Ognuno di noi penso avesse una porzione di una qualche verità da trasmettere e senz’altro avrebbe colto nel segno. Anzi, la morte era forse il modo per gridare più forte, o meglio.
In un saggio di Freud che si chiama “Caducità” si racconta di una gita sulle Dolomiti fatta dallo stesso Freud in compagnia di due amici e delle diverse reazioni suscitate in loro dalla riflessione che tutta quella bellezza era destinata a svanire con il sopraggiungere dell’inverno. In uno di loro prevale l’angoscia, un altro ritiene che la bellezza sia tale proprio perché caduca, infine il terzo, il più giovane non a caso, pensa che la bellezza, per definirsi tale, non possa che essere eterna.
Il pensiero della morte non paralizza i ragazzi, non fa calare il buio dentro di loro.
“We shall no longer hear the little cry / Of our sad hearts, that may not live nor die”. Sono versi di Yeates.

Ciao Borz! 7 settembre 14

ghiaino

Michele Cecchini

CIAO BORZ!

Abbiamo passato insieme così tanti momenti.
Ricordo una sera, lo scorso inverno, quando venni a trovarti al tuo studio di Pieve San Paolo. Mi misi subito a ridere della targa che avevi messo all’esterno: “Nobis sega interest”.
Era una sera fredda e umida e ricordo che al caldo di quella stanza parlammo per ore dei nostri progetti, delle cose da fare insieme e ciascuno per conto proprio. Scrivere il pezzo per il quotidiano, mi dicevi, ti costava sempre più fatica ma il gusto di rileggerlo ti ripagava. Mi dicevi che avevi un mezzo romanzo nel cassetto, parlava di America e ti sarebbe piaciuto portarlo a termine.
Ci dicemmo che è bello scrivere e chi se ne frega di ottenere onori quando si prova gusto nel rileggere una pagina, perché quella è la vera soddisfazione. Fu bello e imparai molto, quel pomeriggio.

Ogni volta che sei intervenuto a qualche incontro e sapevi che ero presente, non hai mai tralasciato di indicarmi tra il pubblico, mentre io divorato dall’imbarazzo mi ripiegavo e mi nascondevo e pregavo perché tu la smettessi. Una volta mi raccontasti che una lettrice aveva ravvisato una parentela tra la mia scrittura e la tua. Me lo dicesti con soddisfazione, la cosa ti aveva fatto piacere. Io ti risposi che potevi andare per avvocati e chiederle i danni.
Alla radio ci siamo esibiti, come tu dicevi, in “apocalittiche profezie e indecorosi luoghi comuni, sempre cercando di non sfigurare, noi e le nostre famiglie”. Nonostante le precarie condizioni di salute, non hai mai voluto mancare. Anche per telefono, durante una degenza in ospedale – “io dego”, esordisti.
Eri sempre il più vivace, il più intenso, il più vitale, mentre zoppicavi verso la postazione di fronte alla mia. Ancora ti vedo poggiare la tua pila di volumi sul tavolo e con le tue mani lunghe lunghe che un po’ tremolavano cercare la pagina da leggere, nel frattempo alzando lo sguardo per pigliarmi un po’ per il culo prima di cominciare. E quando cominciavamo, eri un leone: arguto, pronto, capace di giostrare la conversazione su più livelli, ribaltandola di continuo, con quella capacità tutta tua di dosare raffinatezze e espressioni gergali da “vecchia troia del linguaggio popolare”, come stamattina stessa mi hai scritto, in un messaggio che chi se lo immaginava fosse l’ultimo.
Il giorno dopo ogni trasmissione, mi scrivevi con entusiasmo di bimbo che continuavi a divertirti “come una merda” (sic) oppure che sembravamo aver cazzeggiato insieme da una vita. Avevi la rarissima virtù di chi adopera la parolaccia con quella grazia che la riscatta dalla volgarità e le attribuisce senso e pregnanza.
Hai sempre avuto tanti gesti d’affetto per me, tante righe e tante parole gentili, mi hai sempre incoraggiato. Ma non è di questo che voglio ringraziarti perché sarebbe un elenco troppo lungo.

Con te ho condiviso l’amore per la parola, quella parola che ti sfugge dalle dita e che è un po’ stronza, perché ti affascina e nello stesso tempo ti frega, accoltellandoti alle spalle. Dicevi così, più o meno.
Da te ho imparato che la forma è sostanza, nella scrittura e in tutto il resto: i tuoi modi eleganti sottintendevano la curiosità e l’amore per la vita di chi si accosta agli altri con gentilezza ed ha la capacità di ascoltare. Avevi la faccia tosta, ma non hai mai frequentato lo snobismo. Anzi, eri accogliente e invitavi alla chiacchiera. Una volta ti dissi che fare il Fillungo con te era come andare in processione: ti fermavi di continuo perché avevi una parola per tutti.
Ho apprezzato la tua goliardia soffusa che lasciava sempre aperto uno spiraglio al dubbio, al sospetto del paradosso e della presa di culo. Perché gli altri non dovevano mai capire se scherzavi o se dicevi sul serio. Era il tuo modo di comunicare che si può andare in profondità e nello stesso tempo ridere di tutto, e il fatto di non prendersi mai sul serio è un rimedio ai mali umani. Come quando mi raccontasti affranto dell’operazione in cui ti venne amputato il dito del piede e ti rammaricavi di non poter più indossare le infradito.
Ho sempre apprezzato e imparato dal tuo sguardo che andava oltre quello che si vede e credo che sia questa una delle cose più preziose che hai lasciato. Oltre alle parole, oltre ai libri a cui tenevi tanto.
Avrei di nuovo voluto ringraziarti per il truccheggiato che ci siamo bevuti l’altro giorno quando ci siamo fatti questo “serfi incazzato”. Ma non c’è stato tempo.

Se ne vanno i padri e ci si sente davvero soli.
“Rompere il cazzo è un talento che va esercitato quotidianamente”, mi hai detto una volta. Ecco, io proseguo. Ciao amico mio.

io_borz

Nel porto delle illusioni

ghiaino

Michele Cecchini

NEL PORTO DELLE ILLUSIONI
Parole all’alba di una domenica a Livorno

E all’alba di una domenica mi ritrovo in giro per le strade di una Livorno grigia grigia.
Non ho un posto da raggiungere, magari un caffé ma più tardi. Ascolto il silenzio di una città assopita, abbandonata anche lei alla sua solitudine.
Non è una sensazione dolorosa ma dolce. C’è un filo di pioggia sottile che mi tiene compagnia.
Ogni tanto incontro un ragazzo senegalese che vende ombrelli. Allora mi guarda e mi dice: “Ombrello, capo?”, io faccio cenno di no e abbozzo un sorriso.
Questo è il posto dove mi ritrovo e questi sono i momenti in cui mi riconosco, ma non saprei spiegare perché.
Livorno è bella così, quando riversa sulla tua anima tutta la malinconia, allora tu fai spazio e ti lasci attraversare.

livorno3

Mi ci scrivi qualcosa?

ghiaino

firmeUn mio amico scrittore mi ha raccontato che una volta, al termine di una presentazione, una ragazza gli si è presentata con un suo libro, per la firma. Lui lo ha aperto e ha visto che già c’era una dedica: A Mario, fatta dallo stesso scrittore. A quel punto ha chiesto spiegazioni alal ragazza, la quale ha detto di avere acquistato il libro a una bancarella di libri usati.
A quel punto, il mio amico ha fatto la dedica e poi ha aggiunto un PS: Mario, sei uno stronzo!