Una riflessione sulla lingua: la competenza semantica

Michele Cecchini e Sara Fisicaro
UNA RIFLESSIONE SULLA LINGUA
La competenza semantica


Nel film Palombella rossa (1989, di Nanni Moretti), il protagonista manifesta un forte dissenso nei confronti di espressioni “standardizzate”, luoghi comuni che tendono a incanalare il linguaggio lungo binari fissi e prestabiliti, e che finiscono per svilire il concetto, risultando volgari: “Scusi, sa, ma io sono alle prime armi”; “Beh, lei del resto viene da un matrimonio a pezzi”. Nella parte conclusiva della sequenza, il protagonista inveisce violentemente contro un’espressione di importazione: “Trend negativo”.
In effetti espressioni del genere, una volta divenute di uso comune e sistematicamente utilizzate, minano la libertà e soprattutto la creatività espressiva. Nei servizi giornalistici relativi ad incidenti d’auto le lamiere sono sempre contorte, l’impatto è sempre fatale, l’attesa sempre spasmodica e, in merito a grandi questioni, ad essere versati sono sempre fiumi d’inchiostro. La lingua dunque tende ad automatizzarsi come un meccanismo ad orologeria e ciò è ben visibile nel caso sostantivo + aggettivo, che spesso formano una coppia pressoché inscindibile, per cui il dialogo è sempre costruttivo, l’intervento sempre tempestivo, la fatalità sempre tragica, la partita sempre aperta, e così via.
In quest’ottica, può essere utile riflettere sul particolare statuto dei proverbi, spesso considerati deposito della saggezza popolare: poiché ne esiste almeno uno che funge da “auctoritas” per qualsiasi concetto si voglia esprimere, cerchiamo di dimostrare che il semplice fatto di essere “depositata” non costituisce un requisito sufficiente perché un’espressione non sia opinabile: se si riflette sul vero significato del modo di dire, si può andare incontro a buffe sorprese.

Proverbi

Dice un proverbio dei tempi andati:
“Meglio soli che male accompagnati”.
Io ne so uno più bello assai:
“In compagnia lontano vai”

Dice un proverbio, chissà perché:
“Chi fa da se fa per tre”.
Da quest’ orecchio io non ci sento:
“Chi ha cento amici fa per cento”.

Dice un proverbio con la muffa:
“Chi sta solo non fa baruffa”.
Questa, io dico, è una bugia:
“Se siamo in tanti, si fa allegria”.

(da: Gianni Rodari, Il libro degli errori, Torino, Einaudi, 1964)


Vecchi proverbi

– Di notte, sentenziava un Vecchio Proverbio, – tutti i gatti sono bigi.
– E io son nero, – disse un gatto nero attraversando la strada.
– È impossibile: i Vecchi Proverbi hanno sempre ragione.
– Ma io sono nero lo stesso, – ripete il gatto.
Per la sorpresa e per l’amarezza il Vecchio Proverbio cadde dal tetto e si ruppe una gamba.
Un altro Vecchio Proverbio andò a vedere una partita di calcio, prese da parte un giocatore e gli sussurrò nell’orecchio: – Chi fa da se fa per tre!
Il calciatore si provò a giocare al pallone da solo, ma era una noia da morire e non poteva vincere mai, perciò fece ritorno in squadra. Il Vecchio Proverbio, per il disappunto, si ammalò e dovettero levargli le tonsille.
Una volta tre Vecchi Proverbi si incontrarono e avevano appena aperto bocca che cominciarono a litigare :
– Chi bene incomincia è a metà dell’opera, – disse il primo.
– Niente affatto, – disse il secondo, – la virtù sta nel mezzo.
– Gravissimo errore, – esclamò il terzo, – il dolce è in fondo.
Si presero per i capelli e sono ancora là che se le dànno.
Poi c’è la storia di quel Vecchio Proverbio che aveva voglia di una pera, e si mise sotto l’albero, e intanto pensava: ” Quando la pera è matura casca da sé “.
Ma la pera cascò soltanto quando fu marcia fradicia, e si spiaccicò sulla zucca del Vecchio Proverbio, che per il dispiacere diede le dimissioni.

(da: Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962)

Quanto ai luoghi comuni veri e propri, l’esperienza quotidiana ci offre una innumerevole quantità di esempi, che confermano l’esigenza di frasi preconfezionate, utilizzate da chi non si avventura in fatiche semantiche, a scapito appunto della creatività e della puntualità espressiva: avere la coda di paglia, cogliere con le mani nel sacco, camminare con i piedi di piombo, rimandare alle calende greche, tagliare la testa al toro (qualora non lo si prenda per le corna), tenere il piede su due staffe, avere lo stomaco di ferro, che digerisce anche i sassi, affogare in un bicchier d’acqua, rendere pan per focaccia, dare del filo da torcere, battere il ferro finché è caldo, tirarsi la zappa sui piedi, per fare qualche esempio.

La formula del trend negativo è illuminante per altri versi: un’opzione di questo tipo (che prevede appunto la sostituzione con trend di un più semplice, italianissimo andamento) denota la ricerca di un finto tecnicismo fine a sé stesso, di una terminologia forzatamente più raffinata e (apparentemente) adeguata, nella speranza di evidenziare una maggiore competenza o, nei casi più meschini, di mettere in soggezione l’interlocutore.
Senza avanzare qui ulteriori riflessioni sul latinorum di Azzeccagarbugli, che esulerebbero dal nostro ambito, preme infatti sottolineare come l’uso di certe espressioni e di un determinato lessico abbiano lo scopo di generare nell’emittente una maggiore sicurezza di sé e nel destinatario, viceversa, un’inevitabile senso di soggezione.
Si tratta di uno dei nodi principali legati, più che alla conoscenza, all’uso della lingua, su cui vogliamo soffermare l’attenzione. A questo proposito, mettiamo in luce due aspetti fondamentali:

Innanzitutto, la priorità del rapporto significante / significato, di per sé in grado di evidenziare una buona dose di ambiguità semantica insita nella lingua. Ambiguità che può dipendere dal contesto:

– Chi sa che capisce, poverina – mi venne da osservare a mo’ di scusa, rivolto al Bernaldez.
La frase poteva veramente prestarsi a una doppia interpretazione; me ne accorsi dopo averla proferita. Io volevo dire “Chi sa che cosa immagina che le si faccia”. Ma il Bernaldez prese in altro senso le mie parole, e con estrema violenza, figgendomi gli occhi negli occhi, rimbeccò:
– Ciò che dimostra di non capir lei!

(da: Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal)

Il contesto influisce in modo imprescindibile sul significato della parola e, relativizzando il contesto stesso o interpretando una parola od un’espressione non con il significato “1”, ma con un altro dei suoi significati, si ottengono risultati divergenti dal preventivato. Ci appoggiamo per fornire adeguati esempi di nuovo a Gianni Rodari ed al prestigiatore del calambeur Alessandro Bergonzoni


Il grosso moscone e il piccolo ippopotamo

Un grosso moscone
sentì un giorno parlare
di un piccolo ippopotamo
e fece confusione:

– Lui è piccolo, io no.
Dunque lo acchiapperò
e lo terrò al mio servizio.
Che fìgurone mi farà fare!

Mi vedo già passeggiare
sotto i portici, seguito
dal mio nuovo segretario,
da tutti segnato a dito,
invidiato, riverito.

Diventato proprietario
di un ippopotamo personale
salirò non pochi gradini
della scala sociale.

A mio modo di vedere
un ippopotamo conta di più
di un titolo di cavaliere.

Tra questi ed altri pensieri,
per la caccia partì
l’ambizioso cacciatore.

E scoperse cosi,
non senza umiliazione,
che un piccolo ippopotamo
è sempre un po’ più grosso
di un grossissimo moscone.

(da: Gianni Rodari, Il libro degli errori, Torino, Einaudi, 1964)

E’ evidente come la confusione del piccolo e presuntuoso moscone sia stata indotta dalla tendenza dell’insetto ad essere “mosconecentrico” ed a valutare l’ampiezza e la portata degli aggettivi “piccolo” e “grosso” sulla base del proprio metro di giudizio, senza prendere in considerazione la possibilità che “piccolo” e “grosso” fossero interpretati magari secondo la scala di valori di un altro essere vivente o secondo il confronto con tutta una categoria omogenea (cioè grosso moscone rispetto a tutti i mosconi, piccolo ippopotamo rispetto a tutti gli ippopotami)


Abbasso il nove

Uno scolaro faceva le divisioni :
– Il tre nel tredici sta quattro volte con l’avanzo di uno. Scrivo quattro al quoto. Tre per quattro dodici, al tredici uno. Abbasso il nove…
– Ah no, gridò a questo punto il nove.
– Come? – domandò lo scolaro.
– Tu ce l’hai con me : perché hai gridato “abbasso il nove?” Che cosa ti ho fatto di male? Sono forse un nemico pubblico?
– Ma io….
-.Ah, lo immagino bene, avrai la scusa pronta. Ma a me non mi va giù lo stesso. Grida “abbasso il brodo di dadi”, “abbasso lo sceriffo”, e magari anche “abbasso l’aria fritta”, ma perché proprio “abbasso il nove”?
– Scusi, ma veramente…
– Non interrompere, è cattiva educazione. Sono una semplice cifra, e qualsiasi numero di due cifre mi può mangiare il risotto in testa, ma anch’io ho la mia dignità e voglio essere rispettato. Prima di tutto dai bambini che hanno ancora il moccio al naso. Insomma, abbassa il tuo naso, abbassa gli avvolgibili, ma lasciami stare.
Confuso e intimidito, lo scolaro non abbassò il nove, sbagliò la divisione e si prese un brutto voto. Eh, qualche volta non è proprio il caso di essere troppo delicati.

(da: Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962)

In questo caso il nodo del problema sta sull’interpretazione della parola “abbasso”, da linguaggio convenzionale per la matematica a possibile slogan di tipo calcistico.


“In cielo c’era una splendida mezza luna, un pugno di prezzemolo e tante stelle”

(da: Alessandro Bergonzoni, Le balene restino sedute, Milano, Mondadori, 1989)

L’interpretazione straniante di “mezza luna” che vede in essa non l’astro che brilla in cielo ma l’arnese affilato che si usa per preparare i soffritti in modo rigorosamente artigianale, fa in modo che, accanto alla suddetta mezza luna, appaia per l’appunto il pugno di prezzemolo, essenziale per il soffritto.


“Era maggio, il mese delle ciliegie, che si raccolgono a maggio perché quello è il mese delle ciliegie (ma non solo per questo, altrimenti esisterebbero anche alberi di mamme, di madonne e di lavoratori)”

In questa piccola boutade Bergonzoni mette il luce efficacemente la convenzionalità di certe espressioni: la logica che mostra di utilizzare sembra paradossale, ma è stringente. La paradossalità è dovuta al fatto di ipotizzare l’esistenza dell'”albero di…” dopo aver impostato una specie di contro-sillogismo del tipo: se basta il fatto che Maggio sia il mese delle ciliegie perché a Maggio si raccolgono le ciliegie dall’albero, allora, visto che a Maggio si festeggiano anche le mamme, le madonne e i lavoratori, perché Maggio diventi anche il mese delle mamme, delle madonne e dei lavoratori, essi dovrebbero crescere sugli alberi (come se la condizione di crescere sull’albero fosse ciò che “promuove” la ciliegia a “titolare del mese”, ciliegia che, però, deve avere una “marcia in più” rispetto agli altri festeggiati, che rimane misteriosa)


“Quel mattino il sole era alto e i sette nani invidiosissimi come al solito; e non solo del sole, ma anche dei venti perché erano più di loro”.

Il gioco di parole si innesta in questo caso sull’interpretazione dell’aggettivo “alto” che abbinato al sostantivo “sole” suggerisce un particolare momento di una giornata serena, ma se noi lo interpretiamo come connesso al concetto di statura ecco scoppiare l’invidia dei sette nani (che sono nani e quindi bassi). Ma i poveri nani non devono schiattare d’invidia solo per questo, ma anche perché i venti, se leggiamo tale parola con una bella “e” aperta sono più di loro (nani) che sono sette (20 contro 7).


“Allora, pediatria e puericultura offrivano tanti piccoli accorgimenti per accertare lo stato di salute psico-fisica del poppante (se poppava; se non poppava non so come potrei chiamarlo)….Quando un bimbo senza pannolone pesa otto chili e invece col pannolone diciotto, è il momento di cambiare il bambino: si cerca un altro bambino e gli si mette lo stesso pannolone; se anche l’altro bambino aumenta, allora bisogna cambiare il pannolone”.

In questo caso abbiamo due osservazioni da fare: una apparentemente futile ma non illogica: come si chiama un neonato che non poppa? Lo si può chiamare poppante? E poppare significa solo succhiare dal seno della madre? Probabilmente sì per Bergonzoni, vista l’uguaglianza seno=poppa. Ma allora un neonato che viene allattato con latte artificiale non è un poppante? Ecc… La seconda osservazione è sull’implicita critica che Bergonzoni fa a proposito dell’imprecisione dell’espressione “cambiare il bambino”, quando si intende invece far riferimento al cambio del pannolino del bambino. Tale imprecisa espressione, presa alla lettera, rivela le proprie “debolezze”


“Come l’uomo discende dalla scimmia (e la scimmia discende dalla liana perché se fosse sempre restata là l’uomo non sarebbe mai esistito) così il mare discende dalla neve”

Il gioco di parole in questo caso scatta da una differente interpretazione dello stesso verbo “discendere”, che nella prima accezione fa riferimento al fenomeno dell’evoluzione, mentre nella seconda accezione fa riferimento all’azione dello scendere, iniziativa che avrebbe consentito alla scimmia di evolversi in uomo (in effetti lo sfruttare le liane per i propri movimenti è tipico dei primati e non degli esseri umani)


“2 marzo
Hanno verniciato di verde la mia amica Mariarosa: non so più come chiamarla.
Vandali”

(da: Alessandro Bergonzoni, E’ già mercoledì e io no, Milano, Mondadori, 1992, Il testo è scritto in forma di diario n.d.r)

La portata scandalosa dell’iniziativa degli ignoti verniciatori sta nell’aver posto fine, grazie alla mano di verde, alla condizione alla base della denominazione dell’amica del protagonista Maria-ROSA. Poiché Maria Rosa è un nome proprio “depositato” mentre Maria Verde non lo è, il nostro protagonista, dopo la verniciatura della sua amica, si trova in difficoltà onomastiche. Appropriata la chiusa “vandali”, epiteto rivolto per antonomasia a chi distrugge l’integrità di qualcosa di prezioso che non può più essere come prima (l’identità, in questo caso).


“3 novembre
E’ deceduta puntualmente Cecilia Caramelli, uccisa da un colpo di sonno mentre dormiva”

Il nome della defunta e l’avverbio “puntualmente” caratterizzano la portata paradossale della battuta, mentre il nucleo del calambeur si fonda sulla fusione dell’idea del colpo di sonno, spesso responsabile di morti improvvise in auto, e di altri tipi di “colpi” (apoplettici, cardiaci ecc) che possono procurare morti altrettanto improvvise durante il sonno.


“6 novembre
Car’odiario,
oggi odio molto e chi unque.
Odio gli uccelli far festa, i dottori far macie, i maghi far maghie, ma soprattutto le donne robuste far Maciste”.

Attraverso una riscrittura con apostrofo dell’intramontabile “Caro Diario”, Bergonzoni si riferisce non al suo confidente di carta ma ad una specie di “raccoglitore di odio” (la costruzione della parola “odiario” è stata concepita probabilmente per assonanza con le parole che in italiano terminano con il suffissi -ario).Oggetto dell’odio massiccio del protagonista è non chiunque, cioè qualsivoglia persona, ma chi unque, cioè chi svolga l’azione di “unquare”. Invece del famoso verso leopardiano “odo gli uccelli far festa” Bergonzoni ci offre un “odio gli uccelli far festa” (che rimpolpa l'”odiario”), per poi prodursi in una serie di oggettive, rette dal verbo sottinteso “odio” che hanno la seguente struttura: soggetto dell’oggettiva-verbo “far”-oggetto del verbo “far” costituito:
– nel primo caso dall’inesistente parola “macie” che, accanto a “far” diventa “farmàcie” e con un semplice e silenzioso cambio d’accento “farmacìe”, parola appartenente ad una delle sfere semantiche vicina a “dottori”;
– nel secondo caso dall’altrettanto inesistente parola “maghie”, costruita probabilmente per assonanza con “macie” e che ha “attirato” successivamente il soggetto “maghi”;
– nel terzo caso dall’attributo del soggetto (“far” in questo caso è una specie di verbo copulativo che significa più o meno “essere come”, “agire come”) “Maciste” che viene “chiamato” dal fatto che le donne-soggetto sono robuste, ma che, letto senza “stacchi grafici accanto a “far”, diventa, guarda caso “farmaciste”, e ritorniamo alla stessa sfera semantica della prima oggettiva.


“Ravenna, 10 novembre
Pinacoteca.
Non avevo mai visto tanti pinachi: il museo è da mozzafiato. Per non parlare dei mosaici fatti da Mosè in un momento di stizza memorabile”

La battuta è articolata, in questo caso, sulla distanza fonica e lessicale fra pinacoteca (luogo nel quale si conservano i quadri) e quadri. E’ più logico, per una specie di “concordanza fonica” pensare che in una pinacoteca siano conservati i pinachi che non i quadri. Curioso l’abbinamento (a causa di una forma paradossale di etimologia) fra mosaici e Mosè.


“11 dicembre
…Mi sono iscritto a un concorso di colpa ma non ho vinto nulla perché non c’entravo”

Fusione fra l’idea di concorso a premi (che vede una specie di “impoverimento” e fissazione della parola “concorso” in una sorta di sinonimo di “gara”) e di concorso di colpa, sintagma di derivazione giuridica. Nel concorso di colpa qualcosa si perde, non si può vincere, mentre sembra che la condizione che avrebbe permesso al protagonista di non perdere (quella di non entrarci) sia invece quella che non gli ha permesso di vincere (come se non fosse rientrato nella selezione di un concorso a premi)

Ma l’ambiguità semantica può dipendere anche dal lessico stesso prescelto. In questo caso l’ambiguità non diminuisce con l’incremento del bagaglio di conoscenza e l’arricchimento lessicale da parte dell’individuo, anzi: se un numero più elevato di opzioni a disposizione da un lato può condurre a una maggiore pertinenza espressiva, dall’altro incrementa drasticamente le possibilità di equivoco.
La conoscenza dell’etimologia delle parole, ad esempio, può smascherare curiose tautologie: regno monarchico, è sintagma evidentemente privo di senso, ma la stessa impressione non è prodotta da: Repubblica democratica popolare.
Su un altro versante, il generico epiteto di cortesia egregio ha abitualmente il significato di “insigne, degno di ammirazione o di memoria” (cito dal Devoto-Oli). Qualcuno potrebbe viceversa sentirsi offeso da questa espressione, sentendosi dare della pecora. Egregius: seppure (tratto) dal gregge, pur sempre di pecora si tratta.
La consapevolezza della “finezza” della lingua, delle sue innumerevoli sfumature, è un elemento centrale su cui è bene insistere, per apprezzare appieno le potenzialità espressive di uno strumento che, proprio per questo, si presenta denso di ambiguità e tranelli: elementi, abbiamo detto sopra, necessariamente insiti nel passaggio di contenuto da un Comunicante verso un Ricevente attraverso un Segno, un codice che richiede necessariamente un’interpretazione.
Per questo, è opportuno mirare non solo ad un arricchimento lessicale di ordine “quantitativo”, ma anche lavorare sulla puntualità e l’efficacia espressiva, nella consapevolezza della continua evoluzione della lingua, che proprio per questo frequentemente presenta nodi non semplici da sciogliere. Basti pensare, ad esempio, al genere femminile di certe parole, come sindaco, assessore, avvocato, ambasciatore, presidente, deputato, ministro. Le osservazioni sul genere possono del resto rivelarsi illuminanti nello smascherare espressioni scorrette, ma ormai d’uso: non si traduce weekend con il fine settimana: il fine indica uno scopo, la fine il termine.

Sempre il contesto risulta determinante nell’accumulo di nuovo materiale lessicale. Bastino al proposito alcuni esempi.
L’ampio significato e la portata della scritta Kossiga (analoghe osservazioni potrebbero essere condotte per Okkupazione) possono essere colti appieno solo ad un livello “secondo” di lettura, consapevoli che la sostituzione della lettera C con la K serve ad esprimere concetti quali rigore, determinazione, assenza di fattori inibenti (acquisizione semplice) e conoscendo il contenuto e la rilevanza delle “esternazioni” e delle “picconate” (altri termini appositamente adottati e fatti propri dal gergo politico per connotare quella specifica esperienza) da parte dell’allora Presidente della Repubblica (conoscenza del contesto). Il livello “primo” di lettura si limiterà, viceversa, a rilevare che tale espressione individua, storpiata dalla sostituzione della consonante, il cognome di un personaggio politico.
Lo stesso termine latinorum di per sé dice poco o niente. Solo chi è in possesso degli elementi che caratterizzano il contesto creato da Manzoni, può comprendere che l’espressione riconduce alla inibizione e alla soggezione di chi è incapace di decifrare un linguaggio aulico, tecnico, gergale, ecc.
La vis comica dei titoli dei film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia si manifesta solo laddove viene colto il riferimento “alto” ad una pellicola autoriale, che il titolo parodizza. In altri termini, solo chi è in grado di rimandare ad un contesto culturale che includa il film di Bernardo Bertolucci Ultimo tango a Parigi potrà sorridere di fronte al titolo: Ultimo tango a Zagarolo. Adeguati riferimenti culturali sono analogamente richiesti per: Merenda da Tiffany; Le spie che vengono dal semifreddo; Per un pugno nell’occhio; Il Buono, il Brutto e il Cretino; 2001 Odissea nell’ospizio; Ku Fu – dalla Sicilia con furore; L’esorciccio e così via.

Consapevoli dell’importanza dell’arricchimento del deposito lessicale (stando ad un’inchiesta condotta da un istituto demoscopico nel 1984, il numero di vocaboli di cui ogni italiano fa uso si aggira mediamente attorno a 400…), riteniamo però opportuno concentrare l’attenzione su quella che abbiamo denominato “questione qualitativa”, relativa allo specifico uso del bagaglio da ciascuno accumulato.

PUNTUALITA’
La parola cosa è un nemico pubblico, perché onnicomprensiva. Mangiamo cose genuine, dobbiamo raccontare una cosa, abbiamo tante cose da fare, assistiamo a cose straordinarie, ci vengono proposte cose vantaggiose, parliamo di cose difficili o personali. Un vocabolo buono per tutto, dunque, e capace di includere un buon numero di varianti (cosina, cosetta, cosuccia; coso del resto è chiamato qualsiasi oggetto di difficile definizione), a scapito della ricchezza lessicale.
Analoghe considerazioni possono essere effettuate per i verbi dire, dare, prendere, essere, avere.

CREATIVITA’
Già abbiamo avuto modo di soffermarci a lungo sulle enormi potenzialità espressive della nostra lingua. Basti pensare alla miriade di figure retoriche, grazie alle quali emerge in maniera lampante tutta la carica creativa e la miriade di opzioni che violano la routine espressiva per accedere a nuove e più efficaci modalità.
Che la lingua sia in perpetuo movimento e in costante evoluzione è evidente a tutti, e già abbiamo segnalato diversi esempi. Questo vale anche per le figure retoriche che talvolta, con l’uso, si logorano e vengono sostituite.
Cimitero era in origine un eufemismo: significando luogo dove si dorme, rimuoveva il tabù della morte. Col passare del tempo si è annullata la funzione eufemizzante, per cui esso venne sostituito con un nuovo involucro, un altro eufemismo meno consumato: camposanto; ma anche questo da termine figurato è divenuto proprio.
Altro breve inciso: vale la pena sottolineare l’efficacia e la creatività sottese al termine americanata, in pratica un unicum a livello planetario (non si riscontrano tracce di termini analoghi nelle altre lingue).

EFFICACIA ESPRESSIVA
L’efficacia espressiva si trova sempre più frequentemente a combattere contro un vero e proprio pericolo mortale per la nostra lingua: la capacità detenuta dalla politica, dalla burocrazia e dai mass media di dire assolutamente niente.
Si tratta di ambiti che gareggiano nel parlare per enigmi, coniando espressioni agghiaccianti (la mappatura dei rischi, l’ottica programmatoria) legando il tutto con verbi orrendi (quali inchiestare, urgenzare), per giungere a trionfali ossimori: convergenze parallele e immobilismo dinamico su tutti.
Ecco allora che le estorsioni diventano “fatti di natura estorsiva”, le fogne “rete dei collettori sotterranei per le discariche urbane”. In burocratichese, gli alberi non si piantano: vengono “messi a dimora”; il biglietto non viene timbrato, lo si “oblitera”. E sarebbe troppo semplice “realizzare”: piuttosto, “si provvede a mettere in atto da parte degli organi competenti in materia”.
Cesare Marchi (Impariamo l’italiano, Rizzoli, Milano, 1984, opera illuminante in questo senso e la cui lettura è vivamente consigliata) rileva la capacità della politica di attingere, nel proprio vacuo e rimbombante linguaggio, dai settori più disparati, quali la geometria (aree, base, incontri al vertice, raggio d’azione, sfera d’influenza, spessore ideologico), la medicina (collasso della moneta, emorragia di valuta), la geografia (i poli, il bipolarismo), la panetteria (la lievitazione dei prezzi); d’altro canto lo stesso studioso segnala gli ormai noti, epici tentativi di aggirare una terminologia apparentemente sprezzante verso alcune categorie economico sociali: da spazzino si è passati a netturbino, poi operatore ecologico; il secondino è diventato “agente di custodia”, poi “operatore penitenziale”; la domestica “collaboratrice familiare”, l’accalappiacani “operatore professionale d’igiene veterinaria”, il rappresentante di medicinali “informatore scientifico”.
Si tratta di eufemismi tesi, del resto, anche a ridimensionare fenomeni e problematiche d solito preoccupanti: la svalutazione della moneta si trasforma in un più rassicurante “riallineamento monetario”, mentre la disoccupazione, da piaga sociale diviene “manodopera disponibile”.

Anche gli esotismi snaturano la lingua. L’Italia è un paese di esterofili (esterofilia o provincialismo?), che subisce il fascino delle espressioni e del lessico importato. Anni fa subivamo l’invasione dei francesismi, adesso tocca agli anglismi, dilaganti. Leopardi giudicava utile e idoneo accogliere una parola straniera “quando la nostra lingua non abbia l’equivalente, o non l’abbia così precisa e ricevuta in quel proprio e determinato senso” (cito dallo Zibaldone).
Se, ad esempio, per bridge, kitsch, corrida, appeal, harem, floppy-disk, beat, newsgroup, la traduzione in italiano o non esiste o non è capace di esprimere appieno il concetto, in altre circostanze è invece questione di misura e di buon senso. Dal momento che esistono dei perfetti sinonimi in italiano, perché lasciarli cadere in disuso? Non c’è alcun motivo per non tradurre corner “angolo”, full time “tempo pieno”, record “primato”, game “gioco”, season “stagione”, e-mail “posta elettronica”, supermarket “supermercato” e così via.
Il detestabile linguaggio manageriale si illude di essere dinamico, avveniristico. In azienda il posto di production manager prevede un periodo di training nel quale si dimostri di saper incrementare il budget, mentre si richiede di raggiungere il target, sviluppando il proprio know how attraverso il learning by doing.
Dunque, innovare o conservare? Chiudere le frontiere, a tutela delle proprie peculiarità, o abbatterle, per favorire la libera circolazione? La questione è aperta: fermo restando che agghiaccianti sono i tentativi di italianizzare i verbi inglesi: scannerizzare, formattare, baipassare, scecherare.
Sottoscrivo la considerazione di Cesare Marchi secondo cui di tutti i forestierismi trapiantati nel parlare odierno i più accettabili sono i latinismi, che non consideriamo corpi estranei ma quasi una ricongiunzione con la lingua madre. Il latino, seppure lingua morta, continua ad esercitare una sottile suggestione. Ed è opportuno esserne consapevoli.