Ubiquo ai casi: analisi della prima sequenza di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

 

Sara Bisanti, Michele Cecchini
“UBIQUO AI CASI”
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana –
Analisi della prima sequenza

Perché la prima sequenza
Italo Calvino iniziò una delle sue Lezioni americane (quella relativa alla “Molteplicità”) (1), leggendo proprio questo brano, convinto che si prestasse bene “ad introdurre il tema del romanzo contemporaneo come enciclopedia, come metodo di conoscenza, e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo” (2).
Non possiamo che condividere il giudizio di Calvino. Inoltre, questo brano contiene in sé molti degli elementi (sia contenutistici che stilistici) connessi all’opera di Gadda a cui sopra abbiamo fatto riferimento, risultando per molti versi paradigmatico.

La prima sequenza del Pasticciaccio procede ad una rapida presentazione del protagonista, Ciccio Ingravallo. La presente analisi si articola in due parti:
– inizialmente: mettere a fuoco gli elementi contenutistici generali del brano, in modo da porre in luce i tratti peculiari della scrittura gaddiana, intesa come strumento conoscitivo e di indagine della realtà
– successivamente: procedere ad una accurata, puntuale analisi del testo, per evidenziare soprattutto la funzione espressiva del pastiche linguistico messo in atto dall’autore

CONSIDERAZIONI GENERALI
Ad una prima lettura del brano, si rilevano alcuni elementi essenziali che connettono il testo alla biografia dell’autore.
La scrittura in terza persona, l’ambientazione romana e non brianzola (con un procedimento però assai diverso da quello condotto nella Cognizione del dolore) sono solo alcuni degli espedienti che, seppure tesi a distanziare l’opera dal suo autore, non impediscono di rilevarne, in controluce, la presenza.
E’ bene chiarire che non siamo di fronte ad una smaccata controfigura come nel caso di don Gonzalo Pirobutirro: la componente autobiografica ha modo di emergere all’interno di un’opera dove la narrazione è priva di centro: non ci sono punti di vista privilegiati, non c’è alcun vero protagonista che possa sicuramente identificarsi con la posizione dell’autore. Quest’ultima, disseminata pertanto tra vari personaggi, è sostanzialmente riconducibile a due: don Ciccio, appunto, e il commendator Filippo Angeloni.
Tralasciando quest’ultimo, metteremo in luce i punti di contatto tra Gadda e il primo:
– lo stato civile: don Ciccio è celibe, come Gadda
– l’età: don Ciccio e Gadda sono grossomodo coetanei (Gadda nel 1927 ha 34 anni)
– la somiglianza a livello fisico (don Ciccio viene descritto come “piuttosto rotondo della persona”)
– i tratti del carattere: chiuso ed introverso, eppure bisognoso di affetto
– la misoginia
– la lettura di “libri strani” (vedremo meglio in seguito)

L’identificazione Gadda-Ingravallo è attenuata dalle origini molisane attribuite a quest’ultimo e dalla indolenza e spossatezza che sembrano caratterizzare tutte le sue azioni e riflessioni (la nevrosi di cui soffriva Gadda – e il protagonista della Cognizione ne è indicativa conferma – lo conduceva a tutto fuorché ad atteggiamenti di eccessiva flemma).
I tratti di don Ciccio fin qui delineati sembrerebbero accostarlo allo stereotipo del commissario di polizia dei romanzi e film noir.
Dalla componente autobiografica, passiamo adesso ad osservare gli eventuali punti di contatto / differenziazione che il protagonista del romanzo ha con il Gadda-scrittore e che hanno modo di emergere parzialmente dalla lettura del brano.
E’ bene chiarire subito: il narratore ha una fisionomia ambigua e non è assimilabile all’autore. Esso infatti è privo di un carattere fisso, ha un aspetto composito, che nasce dalla combinazione\contaminazione tra il periodare del narratore manzoniano, con espressioni auliche tipiche di uno stile elevato letterariamente, e lo stile di un narratore popolare, tipico dei romanzi naturalisti, incline ad assumere punti di vista e formule linguistiche del popolo.
In generale non possiamo parlare di un narratore attendibile e onnisciente. Il narratore tende a contraddirsi, passando attraverso punti di vista opposti (dalla comunità che irride Ingravallo al punto di vista di Ingravallo stesso). Egli inoltre segnala le sue insicurezze e le sue ignoranze, si rivolge al lettore apertamente, ritratta quanto detto in precedenza (si vedano le espressioni non si sa perché; o forse; s’intende; sembravano banalità. Non erano banalità; la causale principe era sì, una. Ma.., direste oggi…).
Ma vediamo come cambiano le posizioni del narratore e, di conseguenza, la rappresentazione di Ingravallo nel corso di questo brano.
All’inizio, Don Ciccio viene presentato come una persona dal fare un po’ tonto, dotato di una certa praticaccia del mondo, che pare vivere di silenzio e di sonno (l’indolenza che abbiamo già registrato – si noti che i riferimenti al sonno sono ben 6 nel brano), con un casco di capelli neri e crespi a nascondere i due bernoccoli metafisici, e con una o due macchioline d’olio sul bavero. Il narratore, pur adottando uno stile alto, sembra qui assumere il punto di vista della collettività, che ha conferito al commissario la fama canzonatoria di filosofo e che lo vede con simpatia ma anche con scetticismo. Il narratore sembra dunque dapprima ironico nei confronti del personaggio.
Dopo la digressione sull’affittacamere, si passa ad una descrizione più particolareggiata del pensiero di Ingravallo. Ed è qui che si registra un lento passaggio da una posizione ironica del narratore a una più seria. Il passo infatti si apre con una strana commistione tra aspetti seri del caratteriale del personaggio (contraddistinto da idee teoretiche, saggezza, silenzio e sonnolenza) e tratti fisici pittoreschi (i capelli, paragonati ad una giungla, ad una parrucca e a una pelliccia di astrakan). Ma il tono si fa poi gradatamente serio e “filosofico”, e il narratore sembra sempre più assumere l’orizzonte mentale del personaggio che sta descrivendo. A partire da “sosteneva” si apre infatti una lunga digressione sulle idee filosofiche di Ingravallo, condotta con tono elevato, in cui l’autore pare voler sistematizzare e dare forma filosofica alle riflessioni del personaggio. Ciò non avviene però con il ricorso all’indiretto libero, perché la terminologia adoperata (depressione ciclonica su tutte), ed i riferimenti culturali e filosofici presenti (la categoria di causa da Aristotele a Kant), sono attribuibili sicuramente alla voce del narratore e non a quella del personaggio descritto (non a caso, quando vengono direttamente riportati i suoi enunciati, don Ciccio sembra esprimersi “alla buona”, in maniera semplice e schietta, quale la sua praticaccia del mondo esige. Una frase su tutte conferma questa impressione: Ma allora si sarebbe andati nel difficile. Sicché taceva pensieroso). Spie significative del fatto che è la voce del narratore colto a rielaborare le meditazioni di Ingravallo e a presentarcele con le sue parole e non con quelle del personaggio, sono anche le espressioni voleva significare che… e una tarda riedizione italica... In questo passo (che termina più o meno con “persistente”) sembra dunque che il narratore si sia impegnato seriamente a sistematizzare ed articolare su un piano teorico “alto” i concetti espressi da Ingravallo.
Il narratore assume poi i tratti di un narratore naturalista (dall’espressione che gli evaporava), ritraendo con estrema verosimiglianza la mimica e la gestualità di Ingravallo e riportando in discorso diretto le sue espressioni più veraci, in quel misto di napolitano, italiano e molisano (si noti per inciso come qui Gadda faccia riferimento proprio al “napolitano” e non al “napoletano”…): Quanno me chiammeno!… Già. Si me chiammeno a me…
Da “la causale apparente” in poi, il narratore sembra riprendere poi il gioco divertito di commistione di stili e di voci, sì che il lettore è di nuovo perduto e non sa più se credergli o no. Sembra comunque nuovamente insinuarsi, a quest’altezza, il sottile filo dell’ironia con cui si riprende la canzonatura del personaggio “filosofo”. Ecco allora che si confondono, ad esempio, le espressioni del linguaggio burocratico-giuridico (le causali, la causale), con quelle del linguaggio filosofico (le cause), ad esse imparentate per assonanza ed etimologia ed attribuibili alla voce del narratore colto piuttosto che a quella di Ingravallo. Sicuramente attribuibili ad Ingravallo sono alcune espressioni qui presenti in stile indiretto libero, tipo il fattaccio, come si torce il collo a un pollo o sotto forma di discorso diretto o citazione: in questo caso si noterà che la contaminazione di italiano e dialetto\i costituisce il tratto caratteristico della lingua di don Ciccio (E poi pareva pentirsi, come d’aver calunniato ‘e femmene).
Infine, nella zona conclusiva del brano (da “Qualche collega” fino alla fine), entrano in campo personaggi anonimi (colleghi, preti, subalterni, uscieri, superiori) che costituiscono una delle “comunità fabulanti” presenti nel romanzo, la cui frequente, incessante vociferazione costituisce un elemento essenziale per la comprensione del romanzo e della stessa poetica gaddiana (sono infatti i primi responsabili della perdita di centro della narrazione nonché della intensificazione di quella fitta, inestricabile rete di rapporti e relazioni tra gli elementi di cui è intessuto il reale). Il narratore ricorre anche in questo caso alla tecnica dell’indiretto libero (si veda tutto il passo compreso tra “libri strani” e “polso fermo”), per riportare fedelmente – anche se non lo esplicita – i discorsi di questo microcosmo, che rimproverano a don Ciccio di perdersi in questioni da manicomio, in terminologie da medici dei matti, laddove per la pratica ci vuol altro!. Tali critiche sono definite obiezioni giuste dal narratore. Questo non deve tuttavia indurci a credere che l’autore le condivida, anzi: sembra proprio di poter affermare che tali critiche corrispondano, indirettamente, a quelle che Gadda sentiva gravare su di sé (si pensi all’espressione parole che non voglion dir nulla) e che quindi non avrebbe mai potuto avallare.

Possiamo dunque concludere che Gadda, nel corso di queste pagine, non ha fatto altro che avallare quanto espresso dal suo personaggio, di tanto in tanto fornendo alle riflessioni di quest’ultimo addirittura un più preciso impianto teorico e puntuali riferimenti. Ne emerge quindi la coincidenza tra le indagini della squadra mobile e l’indagine del reale intrapresa da Gadda con il suo romanzo. Egli, abbiamo visto, rappresenta il mondo proprio come un garbuglio, senza affatto attenuarne l’inestricabile complessità, la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento.
Nelle Annotazioni per il secondo libro della poetica l’autore indica come sue caratteristiche personali l’ordine, lo spirito meticolosamente analitico di un organizzatore di servizi tecnici, la precisione del nevrastenico che chiude tutto a chiave in bell’ordine e poi non riesce più a trovar quel che cerca e confonde le chiavi e i lucchetti e le chiavi delle chiavi. Anche per questo motivo il Pasticciaccio assume, almeno apparentemente, i connotati del romanzo giallo e soprattutto si conclude prima che si arrivi a scoprire l’assassino: nella impossibilità di dare un ordine al reale, il romanzo necessariamente consiste in una ricerca che non può concludersi (destino che esso condivide anche con La cognizione). Anzi, il furioso accanimento dello scrittore finisce per produrre l’effetto opposto: un progressivo, infinito allargamento delle possibilità di indagine, che potrebbero arrivare ad abbracciare l’intero universo (3).


ANALISI DEL TESTO
Qui di seguito, in corsivo, è riportato il testo nella sua versione integrale e nel contempo sono evidenziati alcuni commenti.

Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: (Dietro a una frase apparentemente neutra e poco significante, rintracciamo una serie di spunti assai utili. Quel “tutti” con cui si apre il romanzo rimanda a quanto sopra abbiamo detto circa la “comunità fabulante”. Il fatto che questa assegni un nomignolo al personaggio, costituisce una prima complicazione del reale, un piccolo garbuglio. Già abbiamo detto che i nomi propri all’interno del Pasticciaccio subiscono continue variazioni, piccoli mutamenti: Ingravallo come la Menegazzi). uno dei più giovani e, non si sa perché, (il narratore sottolinea così la conoscenza limitata) invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo (nella costante oscillazione tra registri stilistici diversi, Gadda tiene in grande considerazione le espressioni auliche e rare. Questa iperbole è un latinismo) ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse (il narratore sottolinea la sua inattendibilità) un po’ tozzo, di capelli neri e folti e crespati che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici (espressione ironica con cui si canzona la propensione meditativa del personaggio attraverso lo stridente accostamento di voci non congruenti, di termini aulici a prosaici, degli aspetti più “bassi” della realtà ad un “sublime” pieno di sofferenza e forza contraddittoria, procedimento spesso finalizzato allo humour. L’aggettivo qui è di derivazione manzoniana, come manzoniano pare l’andamento complessivo di questa prima descrizione del commissario) dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana (pochi tratti, incentrati su dettagli minimi, sono già sufficienti a delineare tutta la figura del commissario, attraverso un tono colloquiale). Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo “latino”, benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano (ad espressioni e ad un lessico colloquiale viene accostato periodo dalla costruzione anomala e ricercata, secondo procedimenti frequenti in Gadda, assai distanti da un procedere piano e naturale: la complicazione del costrutto è anch’essa metafora dei garbugli in cui consiste il reale; si apre qui una digressione sulla padrona di casa, orgogliosa di avere come inquilino il commissario – Il passo – che termina con “fiume” è da sottolineare come primo esempio della narrativa digressiva di Gadda) di ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo. “Non ha orario, non ha orario! Ieri mi è tornato che faceva giorno!” Era, per lei, lo “statale distintissimo” lungamente sognato, preceduto da cinque A sulla inserzione del Messaggero, evocato, pompato fuori (altro modulo assai frequente in Gadda: la metafora “fisicizzata”) dall’assortimento infinito degli statali con quell’esca della “bella assolata affittasi” e non ostante la perentoria intimazione in chiusura: “Escluse donne”: che nel gergo delle inserzioni del Messaggero offre, come noto, una duplice possibilità di interpretazione (notazione filologica che permette a Gadda di compiere un’osservazione ironica. “AAAAA statale distintissimo bella assolata affittasi, fine pensione. Via Gelsomino 19 B piano ultimo” esemplifica Gadda in Eros e Priapo, Garzanti, Milano, 1963). E poi era riuscito a far chiudere un occhio alla questura su quella ridicola storia dell’ammenda… sì, della multa per la mancata richiesta della licenza di locazione… che se la dividevano a metà, la multa, tra governatorato e questura (brano di andamento indiretto libero, in cui la voce del narratore si confonde con quella della signora). “Una signora come me! Vedova del commendatore Antonimi! Che si può dire tutta Roma lo conosceva: e quanti lo conoscevano, lo portavano tutti in parma de mano, non dico perché fosse mio marito, bon’anima! E mo me prendono per un’affittacamere! Io affittacamere? Madonna santa, piuttosto me butto a fiume”. (Nei brevi passi e nei singoli episodi del romanzo, ogni minimo oggetto è visto come il centro di una rete di relazioni che lo scrittore non sa trattenersi dal seguire, moltiplicando i dettagli in modo che le sue descrizioni e divagazioni diventano infinite e finiscono per sommergere l’indagine stessa. Il presente passo, seppure non tra i più significativi in questo senso, rende comunque bene l’idea: il rapido accenno alla padrona di casa costituisce un immediato pretesto per divergere dalla linea centrale del brano – la descrizione del commissario – in modo da addentrarsi in dettagli e circostanze che si allargano a comprendere orizzonti via via sempre più vasti: l’inserzione sul Messaggero – e la correlata ambiguità del suo significato, che poteva alludere ad una casa di appuntamento – dunque l’esigenza della vedova di rimpiazzare il marito defunto; la mancata richiesta di locazione, la conseguente multa e la relativa intercessione del commissario; un accenno al compianto marito; l’impossibilità di accettare l’idea di essere diventata un’affittacamere; si noti in quest’ultima parte il ricorso al dialetto romanesco, che contribuisce a delineare efficacemente i tratti del personaggio, sia dal punto di vista individuale che sociale. Da notare che tutta la digressione è intessuta da una carica di humour irresistibile).
Nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come d’agnello d’Astrakan (le similitudini e le metafore – di cui già abbiamo rilevato l’importanza – correlate alla capigliatura di Ingravallo risultano efficacissime, svariando dal linguaggio popolare alla citazione colta), nella sua saggezza interrompeva talora codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (vedi quanto già osservato nella prima parte) (idea generale s’intende) sui casi degli uomini: e delle donne (primo effetto di refrain: si ripete l’andamento di “: e anche delle donne”). A prima vista, cioè al primo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità. (il narratore si corregge, è colloquiale, inizia a parteggiare per Ingravallo e non più a canzonarlo) Così quei rapidi enunciati, che facevano sulla bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, (metafora ricercata) rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio (si noti la raffinatezza dell’aggettivo, seppure apparentemente poco pertinente). “Già!” riconosceva l’interessato: “il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto”. Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica (altra metafora ricercata, stavolta attinta all’ambito della meteorologia, che poco più avanti verrà ripresa con un effetto, il secondo, di refrain) nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dir gomitolo. (Siamo in presenza qui di una vera e propria dichiarazione di poetica, su cui a questo punto non occorre insistere: in accordo con Ingravallo, Gadda vede il mondo come un “sistema di sistemi”, in cui ogni singolo elemento condiziona gli altri e ne è condizionato. Per questo motivo ricorre alle immagini del garbuglio: la stessa espressione, giocata su un’infinita varietà di sinonimi, sembra già di per sé voler rispecchiare il caos a cui intende dare una definizione, mostrare l’impossibilità di trovare una formula adeguata per definire il reale e suggerire la simultaneità degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento. Ciò permette anche di rilevare la pregnanza del plurilinguismo ed espressionismo della scrittura di Gadda, ben lungi dal costituire un virtuosismo fine a se stesso).
Ma il termine giuridico “le causali, la causale” (termine giuridico-burocratico di cui si è parlato sopra, nella parte generale) gli sfuggiva preferentemente (avverbio raro) di bocca: quasi contro sua voglia. L’opinione che bisognasse “riformare in noi il senso della categoria di causa” quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi (qui il narratore riprende lo scetticismo iniziale riguardo al commissario): che gli evaporava (inizia una descrizione dei gesti e della mimica di Ingravallo contraddistinta da un andamento naturalistico, che termina con la citazione delle frasi del personaggio) dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando da un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi-ghigno (sintagma anomalo, qui creato appositamente), tra amaro e scettico, a cui per “vecchia” abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo (altro termine colto) della parrucca.
Così, proprio così, avveniva dei “suoi” delitti. “Quanno me chiammeno!… Già. Si me chiammeno a me… può stà sicure ch’è nu guaio: quacche gliuommero… de sberretà…” (qualche groviglio da dipanare; sberretà, cioè di fronte al quale togliersi il cappello: in segno di rispetto oppure per il sudore e la fatica?) diceva, contaminando napoletano, molisano, e italiano. (Gadda qui rende esplicita la motivazione della scelta dialettale, che spesso connoterà il personaggio, anche e soprattutto grazie all’indiretto libero. Spia evidente del plurilinguismo che contribuisce alla generale deformazione linguistica. Più del molisano, un ruolo fondamentale nel romanzo è giocato dal romanesco).
La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a mulinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) (per quest’immagine Gadda attinge da un linguaggio “tecnico”, suggerita dalla precedente similitudine della rosa dei venti; agisce anche un effetto di refrain della metafora già trovata sopra – vedi fine pagina precedente) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto (continua la similitudine dei venti) la debilitata “ragione del mondo”. Come si storce il collo a un pollo (qui le metafore non sono ricercate, ma appartengono ad un linguaggio popolare: evidentemente lo scrittore sta seguendo da vicino le riflessioni del protagonista, senza elevarle di tono attraverso le digressioni filosofiche operate precedentemente). E poi si soleva dire, ma questo un po’ stancamente, “ch’i femmene se retroveno addó n’i vuó truvà”. Una tarda riedizione italica del vieto “cherchez la femme”.(alla lettera “cercate la donna”, espressione proverbiale francese che indica che le donne stanno dovunque, specie dietro i guai, i delitti). E poi pareva pentirsi, come d’aver calunniato ‘e femmene, e voler mutare idea. Ma allora si sarebbe andati nel difficile. Sicché taceva pensieroso, come temendo d’aver detto troppo (confronta qui le osservazioni sopra operate). Voleva significare che un certo movente affettivo, un tanto o, direste oggi, un quanto di affettività, un certo “quanto di erotia” (altra espressione appositamente creata dall’autore – che fa riferimento alla psicoanalisi, alla “medicina dei matti” come poco oltre dirà, che per prima aveva individuato nelle pulsioni sessuali le forze che muovono l’inconscio), si mescolava anche ai “casi di interesse”, ai delitti apparentemente più lontani dalle tempeste d’amore. Qualche collega un tantino (espressione colloquiale) invidioso delle sue trovate, qualche prete più edotto dei molti danni del secolo (con questa espressione si rifà il verso al linguaggio pretesco), alcuni subalterni, certi uscieri, i superiori, (è qui delineata una delle “comunità fabulanti”, le vere protagoniste del romanzo) sostenevano che leggesse libri strani (esplicito segnale di contatto Gadda/Ingravallo): da cui cavava (inizia il discorso indiretto libero in cui risuonano gli echi delle parole del coro di fabulanti) tutte quelle parole che non voglion dir nulla, o quasi nulla, (proprio per l’identificazione con Ingravallo, Gadda sembra schernirsi, accennando alla propria opera) ma servono come non altre ad accileccare (abbindolare, come Azzeccagarbugli, gli ignoranti con uno sfoggio di scienza: in questo caso il latinorum di Ingravallo è la terminologia psicoanalitica) gli sprovveduti, gli ignari. Erano questioni un po’ da manicomio: una terminologia da medici dei matti. Per la pratica ci vuol altro! (evidente andamento indiretto libero della frase). I fumi e le filosoficherie son da lasciare ai trattatisti: la pratica dei commissariati e della squadra mobile è tutt’un latro affare: ci vuole della gran pazienza, della gran carità: uno stomaco pur anche a posto: e, quando non traballi tutta la baracca dei taliani, senso di responsabilità e decisione sicura, moderazione civile; già: già: e polso fermo (tramite l’indiretto libero, Gadda qui riporta direttamente le obiezioni operate dalla comunità). Di queste obiezioni così giuste (il narratore qui assimila evidentemente il punto di vista della comunità e non quello di Ingravallo – oppure è un “giusto” ironico?) lui, don Ciccio, non se ne dava per inteso: seguitava a dormire in piedi, a filosofare a stomaco vuoto, e a fingere di fumare la sua mezza sigheretta, (quella che prima era una “sigaretta” è adesso divenuta una “sigheretta”) regolarmente spenta.

 


NOTE

(1) Dalla stessa lezione si è tratto il brano ad apertura del § 2.1
(2) Italo Calvino, cit., pag.103
(3) Citiamo ancora Calvino (pag. 105)