Lettura del Bruto Minore di Giacomo Leopardi

Michele Cecchini
L’INDIFFERENZA DELLA LUNA
Lettura del Bruto Minore di Giacomo Leopardi


E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
Candida luna, sorgi,
E l’inquieta notte e la funesta
All’ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
Fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
Tu sì placida sei? Tu la nascente
Lavinia prole, e gli anni
Lieti vedesti, e i memorandi allori;
E tu su l’alpe l’immutato raggio
Tacita verserai quando ne’ danni
Del servo italo nome,
Sotto barbaro piede
Rintronerà quella solinga sede.

(76 – 90)

Pertiene al Bruto Minore la prima apparizione della luna nei Canti, e non a caso. La posizione di tale componimento all’interno del percorso poetico-ideologico delle canzoni è assai delicata, configurandosi come complesso punto-chiave di superamento di posizioni sostenute fino a quel momento e di anticipazioni di nuove.
La spinta eroica delle prime canzoni andava esaurendosi, persino le acquisizioni di stampo pedagogico scaturite da Nelle nozze della sorella Paolina come possibilità di ulteriore, alternativo intervento sul reale venivano azzerate dalle amare conclusioni di A un vincitore nel pallone; lo “sguardo lirico” di cui ha parlato Binni (1) apriva paurosi spiragli su un “sistema” fino a quel momento dogmaticamente rispettato. Si rendeva necessaria così una generale verifica di ciò che rappresentava il passato, fino a quel momento nettamente contrapposto alla decadenza del presente.
Tale indagine inizia proprio con il Bruto Minore e, proseguendo nelle canzoni successive, comporta un progressivo spostamento all’indietro nel tempo dell’epoca di piena sintonia tra l’Uomo e la Natura Benefica, talmente indietro da perdere al termine del percorso il legame con la realtà storica, fino ad assumere caratteri mitici o addirittura astratti, a-temporali: la tenuta del “sistema” si fa via via sempre più difficile.
In effetti con questa canzone Leopardi fissa esattamente l’inizio della cosiddetta “barbarie moderna”:

(…) In peggio
Precipitano i tempi

(112 – 113),

destinati a putridi nepoti“, una decadenza di cui è responsabile il progressivo dominio della Ragione e della Conoscenza, definiti genericamente empio costume, distruttore dei regni beati affidatici dalla Natura, adesso soggiogati ad altre leggi, tempi moderni in cui il suicidio è impedito da legge arcana o tenebroso ingegno.
Il concetto di Natura benefica, capace di mostrare appieno il suo volto di grazia e soprattutto di innocenza, stabilendo con l’uomo un rapporto di piena sintonia, è dunque presente e ben delineato; numerosi sono i richiami al mito di questa primordiale entità positiva:

Non fra sciagure e colpe,
Ma libera ne’ boschi e pura etade
Natura a noi prescrisse,
Reina un tempo e diva.

(52 – 55)

Basti pensare inoltre alle fortunate belve, di colpa ignare e de’ lor proprii danni, al villanello industre, all’augello che al mattutino canto / (…) desterà le valli. Innocente del resto è la fera del verso 92, che per le balze / (…) l’inferma plebe / agiterà delle minori belve; essa agisce per istinto, non ha colpa: i protagonisti del mondo naturale non sono certo dotati di caratteri crudeli o malvagi.
Non poteva essere altrimenti, considerato il momento della composizione della canzone (dicembre del 1821): Leopardi, lungi dall’approdo al cosiddetto “pessimismo cosmico”, è ancora impegnato nella strenua e sempre più difficoltosa difesa di un sistema di pensiero che qui inizia a mostrare segni di cedimento.
Le tematiche affrontate nelle canzoni successive non potranno che confermare questa tesi: mi riferisco in particolare a Alla primavera e all’Inno ai Patriarchi.
Il rapporto dell’Uomo (si può qui già intendere gran parte del genere umano, se resta nella primitiva umanità felice solo il “villanello industre”) con la Natura è di esclusione:

Oh casi! Oh gener vano! abbietta parte
Siam delle cose.

(101 – 102)

Oggetto dell’odio e del disprezzo di Bruto è invece una forza avversa, malvagia, identificata via via da vari elementi: gli inesorandi, marmorei Numi, cui è ludibrio e scherno la prole infelice, Giove che siede a tutela degli empi, il Destino invitto e la ferrata necessità, il Fato indegno, gli Dei, il Cielo.
Uno dei caratteri attribuiti a questa forza ostile è l’indifferenza, elemento di indubbio rilievo perché nel prosieguo della canzone l’accusa di distacco e noncuranza nei confronti delle vicende umane sarà rivolta proprio alla luna.
Tracciando un diagramma dei contenuti, La Penna (2) ha accennato al passaggio dalla iniziale protesta “lucanea” alla protesta elegiaca contro l’indifferenza e il ritorno, nella stanza finale, alla protesta “lucanea”: il richiamo all’astro si colloca proprio al centro di tale percorso, immagine quindi di una Natura impassibile così come le successive figure della “fera”, dell’ “augello” e del “villanello industre”. Non a caso Luigi Russo definisce la luna:

una martire impassibile e indiretta della piccolezza e della tristezza degli uomini (3).

Si insinua così, improvvisamente, un terzo elemento, la Natura indifferente, che viene ad aggiungersi ai due già visti (Natura positiva e fato avverso) e che ne segna il superamento. Un tema, questo, che viene sviluppato nella produzione successiva, mentre lo specifico motivo della impassibilità dell’astro troverà piena espressione solo nella penultima opera dei Canti, Il tramonto della luna.
Occorre comunque tenere presente che il motivo centrale dell’indifferenza, di cui Leopardi si è sempre dichiarato acerrimo nemico, è qui stemperato dalla presenza di tre fattori fondamentali che ne limitano decisamente la portata.
Innanzitutto l’impassibilità degli elementi naturali, e della luna in particolare, è da ascriversi a un motivo storico ben definito a cui fa riferimento Bruto: l’astro esplora l’inquieta notte (determinazione temporale) e la funesta campagna (determinazione di luogo); l’evento è la rovina di Roma, individuato esattamente da un momento antecedente:

(…) Tu la nascente
Lavinia prole, e gli anni
Lieti vedesti, e i memorandi allori
(83 – 85)

e successivo:

(…) Quando ne’ danni
Del servo italo nome,
Sotto barbaro piede
Rintronerà quella solinga sede
.
(87 – 90).

Si pensi invece a quanto di metafisico, a-storico e indeterminato acquisteranno le domande formulate, ad esempio, nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
In secondo luogo, non è da sottovalutare il carattere eroico, combattivo che contraddistingue la personalità di Bruto. Vorrebbe ancora agire sul corso degli eventi, né è pienamente cosciente della loro ineluttabilità; del resto, il gesto suicida si configura come atto estremo di affermazione di sé, del proprio titanismo, della mancata accettazione della sudditanza al Fato, come tentativo di intervento ultimo e disperato sulla Storia, almeno sulla propria.
E’ quanto emerge, tra l’altro, anche dal tipo di aggettivi, verbi e sostantivi utilizzati nella definizione della personalità e della gestualità del protagonista: sudato, molle di fraterno sangue, fermo già di morir, accusa, feroci note, percote, guerreggia, indomito scrollando si pompeggia, maligno alle nere ombre sorride, violento irrompe, virile alma ricusa, appello.
Non a caso Blasucci (4) ha posto a confronto questa figura con quella di Enea quale emerge dal libro II dell’Eneide, entrambi modelli, a suo giudizio, di eroe disperato alle prese con un’ “ultima notte”. Anche Enea denota orgoglio, combattività: accetta di fuggire da Troia solo dopo aver tentato di organizzare una disperata resistenza. Pure un’accurata analisi formale suggerisce l’accostamento tra le due canzoni: Bruto Minore è, dopo All’Italia, la canzone in cui si verificano le maggiori riprese, a livello lessicale, della traduzione giovanile di Virgilio.
Di conseguenza, anche la parte relativa all’indifferenza della Natura non può che essere investita dai toni e dalla personalità di Bruto. In riferimento all’azione della luna è infatti adoperato un verbo non molto poetico, usato pochissimo da Leopardi, “esplorare”:

E l’inquieta notte e la funesta
All’ausonio valor campagna esplori.

(78 – 79)

Le circostanze in cui viene utilizzato questo termine hanno tutte una connotazione negativa; Leopardi ricorre ad esso nella Ginestra, sulle cui asprezze linguistiche non occorre dilungarsi, per descrivere l’ansia con cui il villanello (anche qui) osserva il corso della lava:

(…) E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor.

(248 – 253)

In questo caso il vocabolo contribuisce ad incrementare la sensazione angosciosa.
Il Discorso di un italiano intorno alla poesia Romantica presenta, tra le altre, un’ampia ed aspra polemica contro i tempi moderni, in cui

non è quasi specie non forma non misura non effetto non accidente menomissimo di passione ch’altri non abbia avvertito e non avverta ed esplori e distingua e smidolli.

Qui il verbo contribuisce a fornire piuttosto l’idea di consunzione.
Le stesse domande rivolte alla luna appaiono come ansiosa (si noti la ripetizione del pronome al v. 83:

TU sì placida sei? TU la nascente…)

richiesta di intervento; le constatazioni di impassibilità sono ancora stupite, denotano incomprensione: se ancora sussiste il concetto di Natura benefica, quest’ultima non può certo risultare assolutamente fredda ed estranea all’esistenza dell’uomo.
Anche in questo caso il confronto con le domande e le amare riflessioni del “pastore errante” è indicativo: a Bruto manca la pacatezza e la serenità proprie del disincanto acquisito e fatto proprio dalla meditazione, ancora non è pienamente consapevole della ineluttabilità dell’infelicità umana.
In conclusione,

Tu sì placida sei?
(83)

non è amara e disincantata constatazione, ma una domanda che ancora attende risposta.
Il terzo fattore che stempera il motivo dell’accusa di indifferenza rivolta alla luna va invece ricercato nell’ambito più generale della produzione poetica leopardiana: al momento della composizione del Bruto Minore, nel dicembre del 1821, già aveva trovato piena affermazione, sviluppo e compimento l’altro percorso poetico di Leopardi, alternativo alle canzoni, quello degli idilli, con le dovute cautele con cui va intesa tale distinzione, non certo così schematica e rigorosa, compenetrandosi talvolta i due binari, con l’assunzione di forte carica autobiografica da parte delle canzoni (il Bruto Minore viene ad esempio citato da Leopardi in una lettera al De Sinner come efficace espressione del proprio stato d’animo) e con la costituzione di “avventure storiche dell’umanità” da parte di taluni idilli. Proprio in virtù di tale compenetrazione, la presenza della luna, elemento idillico-sentimentale per eccellenza, non poteva certo lasciare indifferente Leopardi al momento della composizione:

Una notte serena, chiara e silenziosa illuminata dalla luna, non è uno spettacolo sentimentale? Senza fallo.

La parte relativa all’astro coincide innanzitutto con l’inizio di una nuova stanza (la terzultima), ad evidenziare lo stacco netto da tutte le argomentazioni finora portate. Fubini, nel suo commento ai Canti, non manca di rilevare questo brusco passaggio:

l’argomentazione è compiuta. Bruto solleva il capo e contempla: la sua angoscia non è in tutta la poesia così grande e poetica come qui che ogni velleità eroica, ogni raziocinio tace (5).

Perché l’angoscia possa trovare espressione poetica, risulta determinante, al solito, la presenza della luna.
Lo stile qui diviene più dolce, disteso, fluido, pacato rispetto al ritmo frenetico e incalzante tenuto fino a quel momento. Non a caso La Penna (6) individua proprio in questa zona lo stacco tra protesta “lucanea” e protesta elegiaca.
La dolcezza di tono è ottenuta mediante il vocativo iniziale:

E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
(76)

ripreso poco dopo:

E tu su l’Alpe l’immutato raggio.
(86)

La finalità presentata da Fubini come primaria e principale del ricorso a tale procedimento espressivo all’interno della produzione poetica leopardiana:

questi vocativi (…) portano una nota di intimità in mezzo alle severe sentenze (7),

si addice perfettamente allo specifico effetto ottenuto nel Bruto Minore.
La presenza del motivo idillico nella stanza in questione è del resto ben evidenziata dalla situazione descritta. Bruto osserva la luna, il mare, le stelle, trovandosi in campagna, in erma sede, immerso in un suggestivo notturno lunare. Si tratta di immagini e di elementi paesaggistici che Leopardi richiama pure all’interno degli idilli, perché dotati di notevole carica poetico-evocativa (basti pensare, ad esempio, all’elemento “mare” e ai naufragi che esso consente).
La dolcezza di toni e dello stile che caratterizza l’ingresso dell’astro sulla scena non può non riflettersi soprattutto sul diverso, o meglio, totalmente opposto tipo di aggettivi utilizzati da Leopardi. Dopo una serie ininterrotta di epiteti a connotazione negativa, (ignude, atra, inesorandi, feroci, stolta, marmorei, frodolenta, mortale, tiranna, amaro, maligno, acerbi, infelici, empio, misero, arcana, tenebroso, morte, ignavo), infatti, l’aggettivazione relativa all’astro consta di tre elementi, “candida”, “placida”, “tacita”, tutti dotati di una valenza assolutamente positiva e rasserenante. Per il momento, basti dire che il carattere positivo e peculiare dei termini che qualificano la luna risponde a due precise finalità: innanzitutto far emergere tutta la carica positiva, rasserenante, poetico-evocativa connessa all’astro (evidente soprattutto negli idilli, come abbiamo appena rilevato); in secondo luogo, costituire un indizio, un segnale dell’impassibilità e dell’indifferenza di cui viene accusata la luna, dal momento che tale aggettivazione risulta del tutto antitetica alle immagini di morte e di rovina elencate da Bruto: pur sempre personaggio delle canzoni, ne conserva inevitabilmente la carica eroica e combattiva; non può certo verificarsi in queste stanze un totale abbandono al motivo idillico, né il protagonista ancora ha raggiunto, lo abbiamo detto più volte, la serena consapevolezza dell’ineluttabilità della sofferenza umana, propria invece del poeta dei successivi canti.
Il silenzio del notturno lunare, insomma, ha qui duplice significato: non solo richiama gli amica silentia, capaci di creare un’atmosfera idonea allo scaturire della poesia e della riflessione, ma anche suscita angoscia e inquietudine, essendo la “sonnolenta aura” incapace di fornire le risposte e l’intervento invocati, di essere compassionevole nei confronti delle sciagure umane.
In ogni caso, l’ingresso sulla scena della luna segna la comparsa del motivo idillico, determinando un brusco cambiamento di tono soprattutto per lo stemperarsi del motivo eroico fino a quel momento dominante.

In conclusione, il Bruto Minore denota una complessa e delicata compresenza di elementi. Emerge in tal modo, ancora una volta, un aspetto tipico della produzione leopardiana, ovvero il fitto tessuto di richiami, rimandi, riprese, anticipazioni, dai confini sempre incerti e sfumati, che impediscono di fissare con rigorosa schematicità gli elementi della sua poetica e del suo pensiero. In questo caso: la visione positiva della Natura; la lotta contro una forza malvagia e ostile; il carattere eroico e combattivo del protagonista; la situazione tipicamente idillica in cui egli è inserito, richiamata dalla presenza di uno dei motivi idillici per eccellenza, il silenzio del notturno lunare; non ultimo, il carattere di indifferenza della Natura, che ha modo di emergere grazie alla contemplazione della luna stessa. Indifferenza stemperata da altri motivi, forse più urgenti, ma di indifferenza comunque si tratta:

(…) non le tinte glebe,
Non gli ululati spechi
Turbò nostra sciagura,
Né scolorò le stelle umana cura.

(103 – 105)

Né è da dimenticare che Bruto

Invan la sonnolenta aura percote.
(15)

E’ con questo singolare anticipo del tema della indifferenza della Natura, ottenuto grazie alla potenza dello “sguardo lirico” (capace di brillanti intuizioni cui la sistematizzazione del pensiero può solo seguire) che Leopardi deve fare i conti, perché essa cozza contro tutto il “sistema” che è andato costruendo negli anni. Il dubbio insinuatosi, insomma, va combattuto ed esorcizzato: questo il compito della canzone successiva, Alla Primavera.



NOTE:
(1) Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze, Sansoni, 1989.
(2) Antonio La Penna, L’Iliupersis virgiliana e la rovina di Roma: una nota sul Bruto Minore di Leopardi, in Le canzoni di Giacomo Leopardi. Studi e testi a cura di Marco Santagata, Pisa, La libreria del Lungarno, 1993, p. 90
(3) Luigi Russo, La “carriera poetica” di Giacomo Leopardi, saggio introduttivo a Giacomo Leopardi, Canti, a cura di Luigi Russo, Firenze, Sansoni, 1945, p.32.
(4) Luigi Blasucci, Leopardi e i segnali dell’infinito, Bologna, Il Mulino, 1985.
(5) Mario Fubini, introduzione e commento a Giacomo Leopardi, Canti, edizione rifatta con la collaborazione di Emilio Bigi, Torino, Loescher, 1971
(6) A. La Penna, L’Iliupersis, cit., p. 90
(7) M. Fubini in G. Leopardi, Canti, cit., p. 10