L’amore, la Cortesia, la Religione nel Decameron

Silvia Bennati, Irene Carmignani, Michele Cecchini, Sara Fisicaro, Sabina Mitrano, Martina Rossi
AMORE, CORTESIA, RELIGONE NEL DECAMERON
Modelli e antimodelli di Giovanni Boccaccio


Nel quadro della produzione letteraria alto-medievale, dominata da idealità religiose e finalità didascalico-morali, si inscrivono manifestazioni minoritarie – non per questo meno trascurabili – in cui si elaborano tematiche e modalità espressive assai divergenti dalla cultura “ufficiale”: i “Carmina Burana“, componimenti in latino collocabili attorno al XII secolo, operano un radicale ribaltamento dei valori dominanti (celebrando i piaceri del vino, del sesso, del gioco) e dei comportamenti dettati dalla morale (attraverso gesti scanzonati, irridenti, “diabolici”) (1) , costituendo una vera e propria miniera di spunti per componimenti contemporanei o successivi.
Questa operazione di “rovesciamento” è infatti un filo rosso che percorre tutta la storia della letteratura (basti pensare ai giullari, o ai cosiddetti poeti “realistico-giocosi” coevi degli Stilnovisti) e da cui non sono immuni neppure le novelle del Decameron.
Si tratta in ogni caso di “letteratura” a tutti gli effetti, di matrice colta, il rovesciamento stesso presupponendo la piena padronanza dei modelli da rovesciare. Nell’analisi di alcune novelle di Boccaccio, l’attenzione sarà dunque rivolta anche alle scelte stilistiche operate, al fine di mettere in evidenza come la trattazione di argomenti “bassi” (quali l’eros come istinto: puro e semplice desiderio fisico) in realtà presuppongano una sapiente regia e un rigoroso dominio formale.
L’opposizione dei registri alto / basso (o modello/antimodello) conduce quindi ad affrontare il tema della compresenza, in Boccaccio, di tradizione e innovazione.
Tre sono le linee guida attraverso cui dimostreremo come la medievale opposizione fra “alto” e “basso” conosca in Boccaccio esiti del tutto personali e peculiari: l’esaltazione della potenza istintuale della vita senza rinunciare a principi di etica sia sacra che profana che le forniscano dignità.
Partendo dalle indicazioni tematiche sottese ai Carmina Burana (gli studenti avranno a disposizione i testi appositamente selezionati), saranno pertanto prese in considerazione le seguenti aree tematiche definite da coppie di opposti:
AMORE: Amor cortese / Amore-istinto
CORTESIA: Virtù cavalleresca/ “Arte di arrangiarsi”
RELIGIONE: Religione / Dissacrazione

I primi due temi (Amore e Cortesia) sono correlati: il modello “alto” di amore conduce all’analisi delle virtù cavalleresche ad esso inerenti. (si veda lo schema di guida alla lettura)

E’ opportuno fin d’ora collegarsi alle due direttrici fondamentali del Boccaccio Medievale e del Boccaccio innovatore, per far emergere la SINTESI, il modello peculiare boccacciano, obiettivo ultimo del lavoro qui intrapreso.

Come primo approccio, facciamo riferimento alla rubrica e all’introduzione all’opera: esse evidenziano gli ELEMENTI DI TRADIZIONE e di legame col proprio tempo:
– L’esigenza, tutta medievale, di una simmetrica architettura nel Decameron
– La calibrata corrispondenza nel numero dei narratori, delle novelle, delle giornate
– La cornice
– Il legame con le vicende contemporanee (l’accenno alla peste)

Per contro nell’introduzione della IV giornata sono facilmente rintracciabili gli ELEMENTI DI INNOVAZIONE: la risposta alle accuse di immoralità.
Sarà approntato un breve schema (di seguito) per il richiamo dei contenuti.

Schema delle accuse e delle repliche (IV, 5-11 e 30-39):

ACCUSE
REPLICHE
A Boccaccio piacciono troppo le donne ed egli troppo si ingegna per piacere loro e consolarle e inoltre le loda (e non dovrebbe) Dichiara di considerare poco queste accuse provenienti da uomini insensibili e rivendica la nobile natura delle donne, la naturalezza istintiva dell’amore (riferimento alla novella e l’impossibilità di resistergli, soprattutto per chi ne ha fatto esperienza.
È troppo vecchio per ragionare di donne o tentare di piacere loro Dichiara che l’amore non ha età portando l’esempio di alcuni letterati illustri che a esso si sono dedicati.
Sarebbe meglio che si dedicasse alla letteratura alta (Parnaso) Nega che ad un argomento umile corrisponda uno stile basso
Dovrebbe pensare a procurarsi da vivere Asserisce che è meglio aver fame “tra le favole” vivendo intensamente piuttosto che esser sazi per poi morire “acerbi”.
In altra guisa essere state le cose da me raccontatevi che come io le vi porgo Avrei molto caro che mi si recassero gli originali

Ciò consente:
1) un breve accenno circa la modalità di circolazione/fruizione delle novelle, evidentemente oggetto di lettura anche prima che fosse portata a compimento l’opera.
2) l’analisi di alcuni elementi innovativi: le ‘carissime donne’ come pubblico privilegiato di tutta l’opera e le dichiarazioni di poetica: ‘le novellette’, il ‘fiorentin volgare’, ‘prosa’, ‘senza titolo’, ‘istilo umilissimo e rimesso’, il tutto evidenziando il modo di procedere tipico della disputa filosofica medievale.
3) “Queste cose tessendo, né dal monte Parnaso né dalle Muse mi allontano quanto molti per aventura s’avisano”: Boccaccio riconosce che ogni opera ha una propria logica interna, una sua “necessità” che comporta il ricorso a determinate modalità espressive (elemento “tradizionale”).
Ciò nonostante, attribuisce (elementi innovativi):
– piena dignità “alta” ad un genere fino a quel momento minore quale la novella
– pieno diritto di cittadinanza letteraria ad un tema che tutta la tradizione medievale aveva bandito: la concezione naturale e terrena dell’amore, la legittimazione della forza dell’istinto.

Inevitabile a questo punto il riferimento alla novella di Filippo Balducci, che permette di introdurre il tema dell’istinto. La “chiave” dell’istinto, visto come forza vitale e spontanea, permette a Boccaccio di gestire il tema dell’amore attingendo e, nel contempo, prendendo le distanze, sia dalla tradizione cortese-stilnovistica, sia da quella basso-popolare. In ogni caso, senza conoscere scelte ideologiche nette o prese di posizione in favore di uno dei due modelli. Le “disposizioni possibili” si concretizzano infatti in una vastissima galleria umana, di fronte alla quale Boccaccio sembra mirare ad una più alta sintesi, a un diverso modello ancora, lungo alcune direttrici fondamentali (come vedremo: la sopravvivenza di determinati valori “cortesi” all’interno di un contesto borghese-mercantile)


L’AMORE

Il modello “basso”
Lettura dai Carmina Burana: Lucis orto sidere, sorta di idillio pagano in cui la pastorella è oggetto di desiderio fisico così come lo sono gli agnelli per l’appetito del lupo. Il sovrapporsi di sacro e profano è testimoniato dalle intelaiature tipicamente cristiane (l’incipit riprende un canto liturgico; citazioni evangeliche; l’ultima strofa si avvale di espressioni di sacrificio, espiazione, redenzione).

Per avvicinarci alla tradizione letteraria dell’amore “basso” cui Boccaccio si riferisce spesso, si può prendere in considerazione la novella:

IL PRETE DA VARLUNGO E MONNA BELCOLORE
Si tratta di una novella salace ma non eccessivamente esplicita, che fornisce un esempio, non troppo colorito, di spirito boccaccesco. Che si tratti di amore “basso” ce lo indicano i protagonisti della vicenda: un prete, che, a causa dell’abito, può esser mosso solo dall’esigenza di soddisfare i propri appetiti frustrati dalla castità, e che appunto dando soddisfazione ai propri istinti è in condizione di peccato, il che lo allontana dalla “nobiltà” d’animo, requisito essenziale per l’amore anche in Boccaccio, e Monna Belcolore, contadina sana ed energica, particolarmente sensibile a concrete ricompense per favori “in natura”.
Panfilo, il narratore, dichiara esplicitamente in apertura di voler narrare una “novelletta contro a’ preti”, per denunciare la crociata che essi bandiscono al fine di conquistare le mogli dei compaesani. Ma l’intento polemico si stempera fino a scomparire nello svolgersi della vicenda.
La nostra attenzione si sofferma, in quest’ottica, soprattutto sui doppi-sensi, sulla leggerezza con la quale Boccaccio affronta l’argomento, lontana dalla trivialità dei Carmina Burana.

Una materia, una situazione licenziosa serve a Boccaccio per testare l’efficacia delle soluzioni nell’impianto stilistico, perseguendo soluzioni formali in linea con la situazione e i personaggi:
– attenzione ai dialoghi (i minuziosi patteggiamenti di un concreto “rituale” di compravendita). Prima del “sollazzo” lo scambio di battute è diretto, serrato e piuttosto esplicito. Il prete, “che aveva carica la balestra”, vuol ottenere il soddisfacimento delle sue voglie, mentre la donna cerca di spuntargli la più ricca delle ricompense. È il “sere” che, grazie alla sua superiorità culturale e linguistica, con una battuta degna di Frate Cipolla, riesce a vincere la partita. A “sollazzo” ottenuto il prete architetta la beffa per recuperare il tabarro dato in pegno alla donna. In questo caso lo scontro linguistico avviene a distanza, per interposta persona, cioè tramite la voce del “cherico”, messaggero delle frasi cariche di doppi sensi erotici di sapore casereccio (“salsa” e “mortaio”, “mortaio” e “pestello”) che i due si scambiano alla presenza dell’ignaro marito di lei.
– lessico del mondo villereccio, a testimoniare la distanza del narratore, di primo e secondo grado (le implicazioni apportate dallo sfalsamento dell’istanza narrante saranno da mettere sempre bene in evidenza). Il lessico contadino, su cui si innesta l’equivoco erotico, connota la descrizione dei due personaggi: il prete “gagliardo della persona ne’ servigi delle donne” che con “sante parolozze … ricreava” non tanto i popolani quanto le loro donne; la Belcolore “piacevole e fresca foresozza, brunazza e ben tarchiata e atta a meglio saper macinar che alcuna altra”. Da notare l’uso di tutta una serie di desinenze in doppia z dal significato equivoco (accrescitive, peggiorative o vezzeggiative?) unite all’uso di termini allitteranti sempre in z, che partendo dalla presentazione (“l’amorazzo contadino”), ricorrono nella descrizione dei personaggi, punteggiano tutta la vicenda per ritrovarsi fino nella godereccia conclusione (“più volte insieme fecer poi gozzoviglia”).
Il terzo personaggio, il marito credulone, è caratterizzato da una parlata piena di idiotismi campagnoli e deformazioni verbali.
– il gioco stilistico tutto basato sulle metafore a sfondo sessuale
– l’individuazione di “versi nenciali” individuata dal Branca (a testimoniare la fortuna di questo sottogenere)

L’amore-istinto è esigenza insopprimibile: il tentativo di soffocarlo, dominarlo è destinato al fallimento.
Agli esempi portati potremmo aggiungere:

– Il monologo della donna con la mezzana nella novella di Pietro di Vinciolo (IV, 10)
– Il colloquio tra Riccardo di Chinzica e la ex-moglie (II, 10)

Ciò permette di evidenziare come l’autore, affermando l’esigenza di appagamento dell’istinto, si accanisca viceversa contro coloro che dimostrano scarsa propensione alla soddisfazione sessuale del coniuge. E’ questa l’unica sorta di aristocrazia riconosciuta dal Boccaccio: per il resto, si verifica quella che i critici hanno definito “democrazia del cuore”: “Quantunque amor volentieri le case de’ nobili abiti, esso perciò non rifiuta lo ‘mperio di quelle de’ poveri”

Dal modello basso al modello alto
Simona e Pasquino, Lisabetta e Lorenzo sono personaggi di estrazione operaia e borghese: ciò comporta, tra l’altro, anche accenni agli effetti negativi di questa etica del profitto, di cui Lisabetta è vittima: alla cosiddetta ragione di mercatura sono subordinati i sentimenti e valori umani, per cui i fratelli agiscono non sotto l’influsso dell’ira, ma con grande astuzia come se si trattasse di un’operazione commerciale.)
In entrambi i casi la fase dell’innamoramento è descritta sbrigativamente:

e sì andò la bisogna che, piacendo l’uno all’altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, fecero quello che più desiderava ciascuno. (Lisabetta da Messina)

Per che, l’un sollecitando ed all’altra giovando d’esser sollecitata, avvenne che, l’un più d’ardir prendendo che aver non solea e l’altra molta della paura e della vergogna cacciando che d’avere era usata, a’ piacer comuni si congiungono (Simona e Pasquino)

Se ciò da un lato conforta la tesi di Moravia sul fatto che Boccaccio non sia da considerare propriamente scrittore erotico (l’amore importa solo in quanto “molla” che fa scattare l’azione), dall’altro evidenzia il fatto che il discorso che interessa è un altro.

LISABETTA DA MESSINA
Esempio di amore esclusivo e tragico, e quindi “alto”, che non rifugge dal sottolineare la responsabilità dei fratelli della giovane che “ancora maritata non aveano”. Verrà messo in luce come la naturalezza con la quale Boccaccio annuncia l’amore “consumato” mal si concilia con la tradizione dell’amore cortese, sofferto non solo nei suoi esiti ma anche nei suoi sviluppi.
Lo scontro si manifesta tra l’ideologia utilitarista dei fratelli e l’amore assoluto, disinteressato di Lisabetta per un giovane di livello sociale inferiore.
Questa antitesi fra la spietata logica del guadagno e quella del sentimento, si esprime anche a livello formale con l’assenza, stavolta, di ogni tipo di dialogo (eccetto le poche domande di Lisabetta rimaste senza risposta), sostituito da un’alternanza di blocchi narrativi contrapposti e che sono alternativamente dominati da Lisabetta o dai fratelli.

SIMONA E PASQUINO
Anche in questo caso è l’istinto ad unire i due amanti, prima che l’amore “vero” li travolga, ma è interessante notare, soprattutto, come l’umile condizione degli amanti e la nascita anche “sensuale” della reciproca attrazione, non impedisca un sentimento nobile ed esclusivo, con esito tragico (e quindi “alto”).

LA VIRTU’ CAVALLERESCA

E’ qui che Bocccaccio elabora il proprio modello di sintesi tra civiltà cortese e mercantile, tra istinto e nobiltà di sentimenti. Quale esplicita dichiarazione dell’ideale cortese-cavalleresco professato dall’autore, basta accennare alla dettagliata presentazione del personaggio di Guglielmo Borsiere, protagonista della novella I, 8: capace di sintetizzare nobiltà di costumi, motti di spirito, generosità, la sua figura è così rilevante addirittura da “trasviare” dal racconto Lauretta (la narratrice), che lo contrappone alla corruzione dei costumi ormai dilagante.

NOVELLA DI MANDONNA DIANORA (X, 5)
Le novelle della decima giornata tutte tendono all’esaltazione della liberalità e della gentilezza, ovvero dell'”ideale cortese”.
In questa novella i personaggi sono sempre in bilico tra utilitarismo (ragionano secondo gretto tornaconto) e prove di estrema liberalità. Il gesto del marito di Madonna Dianora, inizialmente dettato da puro calcolo, finisce per assumere un elevato coefficiente di “cortesia” nel non venire meno alla parola data (si tratta di esplicita “spia” di atteggiamento “nobile, cortese: anche il re di Tunisi preferisce sacrificare il nipote Gerbino, protagonista della novella IV, 4, piuttosto che venire meno alla parola data). Ciò innesca una spirale di emulazione che coinvolge tutti i personaggi in atti di magnanimità talmente esemplare da risultare, a detta di molti critici, poco credibili.
E’ un dato di fatto, in ogni caso, che l’amore di messer Ansaldo, da “fervore” si muti in “compassione”: “e spento del cuore il concupiscibile amore, verso la donna acceso d’onesta carità si rimase”.
Boccaccio guarda al passato, alla civiltà cortese per proporre valori e modelli di comportamento che possono detenere ancora validità nella progettazione di un tipo umano ideale, se opportunamente rivisti e riadattati ad hoc per la nuova civiltà mercantile:

NOVELLA DI FEDERIGO DEGLI ALBERIGHI (V, 9)
E’ evidente il processo in un certo senso inverso a quello della novella precedente (ovvero: dalla cortesia alla scaltrezza), senza che comunque si raggiunga il gretto utilitarismo.
La novella è pertanto la fotografia di un’identità cavalleresca e del subentrare della classe mercantile quale ceto di riferimento, sottolineando:
a) la bipartizione tra il Federico dell’inizio e il Federico della fine della novella (da “gentil uomo” a “massaio”)
b) l’ambiguità dei significanti e dei temi riconducibile a quattro categorie: eros, economia, patologia (aria d’autunno che colpisce tutti i personaggi), alimentazione, governate dalla lingua boccacciana. In particolare si notino le valenze dei seguenti termini:
“consumare”: Federigo consuma tutte le sue ricchezze / Federigo si consuma d’amore
vs
“ritegno” come pudore di classe
“bontà” del falcone: abilità / gusto
“ridursi allo stremo”: il buon Federigo impoverito / il figlio malato / il falcone cotto
c) l’importanza dei personaggi, anche minori: il falcone come simbolo di una classe (morto esso, Federigo si spoglia dell’ultimo vestigio della sua identità nobiliare), il figlio (grazie alla mancata realizzazione del suo desiderio, si realizza paradossalmente quello di Federigo), i fratelli (mediatori).
d) la dialettica tra esaltazione della società cortese incarnata in Federigo, il suo rappresentante più puro (disinteresse, prodigalità, amore incondizionato..) e la sua critica (è irrealizzabile) e la virtù come “buon senso”, come capacità di “cavarsela” prendendo “al volo” le occasioni che la fortuna propone.
In pratica, il concetto di fortuna non consiste più in una “maledizione” insondabile ed imprevedibile dei “Carmina Burana” (in proposito si veda il testo: O fortuna velut luna) ma assume i connotati di possibilità (circostanze che si determinano per coincidenze imprevedibili, ora come forze naturali, ora come casuale avvenimento che mette in moto una catena di conseguenze in un rapporto di causa/effetto) e, soprattutto, occasione: ciò permette di stabilire una sorta di “gerarchia dell’intelligenza” che annulla le differenze sociali per mettere unicamente in evidenza la capacità dell’uomo di “saper leggere” i dati di una situazione e di cogliere il comportamento più idoneo ed utile: prontezza di intuito e sagacia (si vedano alcuni esempi in proposito: Landolfo Rufolo per il concetto di Fortuna; Andreuccio da Perugia come “romanzo di formazione” verso la scaltrezza; le novelle di Calandrino come esempi e contrario; Chichibio e Cisti quali esempi di “democrazia dell’ingegno”)

NOVELLA DI NASTAGIO DEGLI ONESTI
Valga il medesimo discorso fatto per Federigo: alla virtù cavalleresca come comportamento codificato e “astratto” nei suoi dettami, Boccaccio contrappone la virtù cavalleresca “riveduta e corretta”, innaffiata di sano spirito pratico: Nastagio è generoso, assume comportamenti “cortesi”, ma per conquistare la sua donna ricorre ad uno stratagemma molto poco “gratuito”, come tutti gli stratagemmi, e quindi anche poco nobile.
Il capovolgimento di valori è qui lampante; se la “caccia infernale” è motivo frequente nella produzione volta all’edificazione morale (quella degli exempla), qui vi si ricorre per affermare una visione terrena, laica e un’etica del tutto opposta a quella religiosa tradizionale. Al solito, il rapporto tra innovazione e tradizione è assai complesso e intricato: Boccaccio ricorre a modalità e contenuti tipicamente medievali, ma invertendone il segno.
Vale la pena soffermarsi anche sull’ambiguità maliziosa, ironica dei termini “crudele”, “crudeltà” (espressioni tecniche della lirica cortese): utilizzati non tanto per la spietata insensibilità e il compiacimento dell’altrui sofferenza, quanto per il mancato cedimento alle richieste.
Ciò permette di porre in evidenza l’estrema varietà di punti di vista che l’autore adotta all’interno della propria opera: nelle novelle di Federigo e soprattutto di Madonna Dianora, la ritrosia dei personaggi femminili rispetta appieno il “protocollo” cortese; qui, l’atteggiamento della Traversari alla relazione è duramente biasimata, seppure in presenza di motivazioni di ordine “sociale” che potrebbero legittimarne la ritrosia: nella zona iniziale del testo, si sottolinea come ella in effetti sia “troppo più nobile” di Nastagio.
Per questo vale la pena soffermare l’attenzione sulla conclusione: grazie all’exemplum, le ravennati, a partire dalla Traversari, si mostrano disponibili anche alle relazioni extra-matrimoniali, colpevoli per la morale corrente.


LA RELIGIONE

Nel testo dei Carmina Burana: Amaris stupens casibus le reminiscenze bibliche e le citazioni classiche sviluppano il tema della degenerazione della Chiesa. Assai indicativa in proposito la metafora della barca in balia dei fortunali, la cosiddetta Petri navis.

In un altro luogo-chiave del Decameron, la Conclusione, Boccaccio risponde ad un’altra accusa:
“E chi starà in pensiero che ancor di quelle non si trovino, che diranno che io abbia mala lingua e velenosa, per ciò che in alcun luogo scrivo il ver de’ frati?”
Boccaccio risponde sarcasticamente, ricorrendo ad una metafora sessuale più volte presente all’interno delle novelle: “i frati (…) macinano a raccolta e nol ridicono” e ad una vera e propria ingiuria: “se non che di tutti un poco vien del caprino, troppo sarebbe più piacevole il piato (la contesa, ndr) loro”.
Non c’è spazio, nel Decameron, per figure religiose positive: gli esempi negativi non sono bilanciati da altri di segno opposto: il ruolo di “mediazione” positiva viene necessariamente affidato ad un laico (Griselda, vedremo)
Boccaccio dà alla religione una posizione preminente, scegliendo di dedicare le prime tre novelle del Decameron ad una tematica ideologico-religiosa. Questa scelta evidenzia un desiderio di rottura nei confronti delle formalità e delle procedure della religiosità dominante. Ad esemplificare questo atteggiamento basti prendere in esame la novella con cui l’opera si apre, quella di Ser Ciappelletto (I, 1), testimonianza del malcostume della fede vissuta come insieme di riti svuotati del proprio significato e di mere pratiche devozionali superficiali. Di argomento simile la novella di Frate Cipolla (VI, 10) dove si attua una vera e propria parodia della diffusissima credenza nelle reliquie.
Come ultimo esempio consideriamo la novella di Griselda, ultima del Decameron, opposta in senso contenutistico e “spaziale” alla prima. E’ il saluto di Boccaccio che ci dà l’esempio di una religiosità laica onesta, gratuita, sincera, interiorizzata. Come dice Asor Rosa: “è difficile immaginare che sia casuale in un’opera come questa, la quadratura perfettamente antifrastica tra la perversione estrema, illimitata, del primo personaggio del Decameron, ser Cepparello, e l’altrettanto estrema, senza confini, quasi inverosimile, dedizione al bene e alla legge dell’ultimo, Griselda (significherà qualcosa anche il fatto che si tratti di un personaggio maschile negativo, contrapposto ad uno femminile positivo?)” (2)
L’opera assume così una struttura compositiva da “Commedia”, con un inizio orribile e una conclusione desiderabile.
Entrambe le novelle inoltre appartengono a quella tipologia strutturale di racconto lungo, estranea ai modelli narrativi diffusi all’epoca (fabliaux, Novellino, exempla), che è innovazione dell’autore: un’espansione del tipico modello novellistico in una dimensione dell’immaginario di inusuale ricchezza.
Insistaimo poi sulla vicinanza fra questi testi e la tradizione ferocemente anticlericale presente anche nei “Carmina Burana“. La colpa dei religiosi (e delle religiose) non è solo quella di essere gaudenti mentre dovrebbero comportarsi in modo assolutamente morigerato (soprattutto riguardo a questo aspetto è ricchissima la tradizione “bassa” precedente) ma anche di approfittare della buona fede dei credenti per ingannarli.

SER CIAPPELLETTO (I, 1)
Come già abbiamo detto si tratta di una novella lunga, di un ampliamento di un nucleo tematico originario in diverse direzioni. Episodi simili a quello narrato infatti sono presenti anche in altri testi medievali: ad esempio nella Vita di San Martino di S. Severo, dove la tomba di un brigante è venerata come quella di un santo, o nella Storia di Spagna di Juan de Mariana in cui si racconta come degli eretici inducevano il popolino a venerare la tomba del loro compagno Arnaldo, architettando pseudomiracoli.
L’analisi della novella insiste sui seguenti punti:
– La presentazione, in cui Panfilo dà ragione della scelta della tematica religiosa – poiché Dio dà “principio” a tutte le cose, il “cominciamento” del “novellare” deve partire “da una delle sue meravigliose cose” e immediato rovesciamento: la grandezza di Dio viene esaltata attraverso la vicenda di un personaggio quasi diabolico che si fa beffa di un “santo frate” un po’ troppo ingenuo. (Cfr. anche i paragrafi finali).
– Inquadramento della novella in vicende e attorno a personaggi storicamente documentati e immediata distorsione di tale realtà attraverso la modificazione, di cui viene data una “precisa” spiegazione etimologica, del nome del protagonista da Cepparello in Ciappelletto (par. 9).
– Ritratto di Ser Ciappelletto in cui aggettivi ed espressioni solitamente usati per connotare positivamente, vengono stravolti per significare il massimo della negatività.
– La dislocazione spaziale da Firenze in terra di Borgogna (dove Ser Ciappelleto era stato destinato perché ritenuto “tale quale la malvagità de’ borgognoni richiedeva”), produce nel protagonista lo straniamento dalla sua natura che permette l’evolversi della vicenda: “quivi fuori di sua natura benignamente e mansuetamente cominciò a voler riscuotere…”. Potremmo dire che il viaggio reale in Borgogna permette il seguente viaggio interiore della confessione.
– Ritratto del confessore con l’aggettivazione che insiste sulla santità.
– La confessione: nucleo della novella in cui il rovesciamento dispiega tutte le sue potenzialità.
– Struttura rigidamente formale della confessione: dai peccati di incontinenza a quelli di malizia.
– Linguaggio esasperatamente pio, intessuto di espressioni da manuale di devozione, potremmo dire da tecnico delle pratiche religiose.
– Estrema ed eccessiva aderenza dei contenuti narrati con i precetti religiosi in un crescendo: dopo essersi guadagnato la fiducia del frate – passaggio dal voi al tu – Ciappelletto arriva a rovesciare le posizioni, facendo sentire il confessore mediocre e quasi colpevole.
– Costruzione fissa della confessione: domanda del frate “Hai peccato?”, cui segue sempre una risposta affermativa del confessato, la cui spiegazione porta al rovesciamento del supposto peccato in virtù.
– Il totale ribaltamento, attuato tanto a livello contenutistico che a livello formale, nasce dal fatto che la confessione resa dal protagonista è totalmente falsa, e il lettore e il narratore ne sono consapevoli, tutta giocata sull’equivoco. Le azioni dichiarate da ser Ciappelletto sono l’inversione speculare di ciò che egli ha realmente compiuto in vita.
– Lo “stravolgimento” dell’inizio ripreso e ampliato nel finale: Dio ha scelto come “mezzano un suo nemico” che, col suo stesso sacrilegio ha suscitato nei fedeli un’ondata di entusiasmo religioso. Anche queste parole non devono essere prese troppo seriamente: si trova in esse un ammiccamento ai lettori a spese, soprattutto, della credulità e dell’ignoranza del confessore. Tocca a Dio riparare non solo alle malvagità commesse dagli uomini, ma anche alla grossolanità dei suoi ministri.

FRATE CIPOLLA (VI, 10)
Si analizzerà la novella sottolineando che si tratta di una parodia dei viaggi in Terrasanta, dei frati dell’ordine di S.Antonio, del commercio delle reliquie. In particolare metteremo in rilievo le peculiarità del racconto di Fra Cipolla:
– la creazione di suspence che prepara la conclusione
– lo straniamento creato dalla dislocazione: i presunti percorsi orientali sono quelli di Firenze ampliati
– il dominio del significante a due livelli: nomi dei luoghi (che rimandano esplicitamente all’idea di menzogna) e nomi dei personaggi (quello di Cipolla rimanda, oltre che ad una dimensione alimentare carnevalesca, all’idea di doppiezza e falsità: tanti strati di retorica sotto cui non si cela una verità)
– la trasfigurazione dall’astratto al corporeo tipica della mentalità medievale, con il risultato finale di mettere alla berlina la stessa idea di incarnazione, uno dei grandi meccanismi della religiosità del tempo.
– uso e abuso di metafore religiose secondo la mentalità medievale, funzionali non all’edificazione, bensì all’inganno dei fedeli.
– la celebrazione del potere di seduzione e persuasione della parola vs credulità dei popolo certaldese
– il problema della falsità delle reliquie (in un periodo storico in cui era recente lo scandalo di Firenze che aveva venerato per decenni una reliquia – un braccio – poi scopertasi falsa).
– il parallelismo tra il frate e il suo assistente che, ad un livello più basso, replica la scena teatrale in un episodio funzionale all’aumento di suspence.

GRISELDA (X, 10)
Chiuderà l’analisi di questo argomento il commento sulla novella di Griselda, ultima novella del Decameron, dunque opposta in senso contenutistico e “spaziale” rispetto a Ser Ciappelletto.
Come la sesta giornata era stata l’esaltazione dell’intelligenza, così la decima lo è della liberalità e della magnificenza. Tale grandezza prescinde dalla condizione e dal ruolo sociale: anzi, proprio la costante consapevolezza, da parte di Griselda, di appartenere al “popolo basso” costituisce uno dei fattori fondamentali che ne delineano il comportamento e la personalità. La grandezza in questo modo è tutta interiorizzata come gentilezza del sentire, misura, signorilità d’animo. L’eccezionale (a giudizio di molti, un’esemplarità che va a scapito della credibilità) vocazione al sacrificio di Griselda costituisce il saluto di Boccaccio che ci dà l’esempio di una “religiosità” laica onesta, gratuita, sincera, interiorizzata. Boccaccio non si limita, come per l’amore, a distruggere un ideale, ma fornisce un nuovo modello, frutto della persistenza degli antichi valori, modelli e comportamenti cortesi, opportunamente calati nel contesto della nuova società mercantile.

 


NOTE
(1) Si veda a questo proposito l’etimologia del termine “goliardi”, riferito a tali poeti (da “gula” o da “Goliat”, il diavolo).
(2) S. Asor Rosa, Decameron di Giovanni Boccaccio, in Letteratura italiana. Le opere. Dalle origini al ‘500, vol. I, Torino Einaudi, 1992, p. 506

BIBLIOGRAFIA
Indichiamo alcuni volumi utili ad approfondire i temi presi in esame:
S. Asor Rosa, Decameron di Giovanni Boccaccio, in Letteratura italiana. Le opere. Dalle origini al ‘500, vol. I, Torino Einaudi, 1992
M. Baratto, Realtà e stile nel Decameron, Editori Riuniti, Roma, 1984
U. Bosco, Madonna Ambruogia e Monna Belcolore, in “La Cultura”, gennaio 1929
V. Branca, Boccaccio Medievale, Sansoni, Firenze, 1981h. Grosser, Narrativa, Principato, Milano, 1985
A. Moravia, L’uomo come fine, Milano, Bompiani, 1964
L. Russo, Letture critiche del Decameron, Laterza, Bari, 1977
C. Salinari (a cura di), Decameron, Laterza, Bari, 1966

FILMOGRAFIA
PierPaolo Pasolini, Il Decameron, Italia, Francia, Rft, 1971, col, 111′
con Franco Citti, Ninetto Davoli, Angela Luce, Silvana Mangano.
Novelle di riferimento: Ser Ciapelletto; l’allievo di Giotto; Andreuccio da Perugina; Masetto da Lamporecchio; Lisabetta da Messina, Caterina e Ricciardo; Tingoccio; Donno Gianni; Peronella