La caduta della luna: le paure di Giacomo Leopardi e gli errori degli antichi

Michele Cecchini
LA CADUTA DELLA LUNA
Le paure di Giacomo Leopardi e gli errori degli antichi


Mio giacere d’estate allo scuro a persiane chiuse colla luna annuvolata e caliginosa allo stridore delle ventarole consolato dall’orologio della torre ec.

Un punto di riferimento forte e determinante: questo sembra essere il ruolo assegnato alla luna all’interno del brano tratto dai Ricordi di infanzia e di adolescenza del maggio 1819. Il momentaneo oscurarsi dell’astro, infatti, suscita scompensi talmente profondi nell’animo di Leopardi da rendere indispensabile l’intervento consolatorio e rassicurante di un tipico elemento vago-indefinito quale il suono udito “di lontano”. Talora si tratta dell’abbaiare dei cani, qui invece è richiamato il rintocco dell’orologio della torre, motivo cui Leopardi fa riferimento anche in analoghe e grosso modo (tra il dicembre 1818 e il gennaio 1820) contemporanee riflessioni nello Zibaldone. Identica alla precedente è la situazione di partenza: il giacere nel letto è motivo di solitudine che necessita di conforto.

Sento dal mio letto suonare (battere) l’orologio della torre. Rimembranze di quelle notti estive nelle quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio sentiva battere un tale orologio. (Zib. c.36)

Figurarsi allora quale sorta di “timor panico” possa scatenare la fantasia della luna che cade dal cielo, presentata in forma di sogno nel Frammento XXXVII dei Canti, anch’esso risalente proprio al 1819. Dopo averlo pubblicato fra gli altri idilli nel Nuovo Ricoglitore e nell’edizione bolognese del 1826, Leopardi lo escluse da quella fiorentina dei Canti e lo recuperò nella napoletana ma relegandolo senza titolo tra i Frammenti.
In realtà Odi, Melisso non ha niente di frammentario, soprattutto se confrontato con gli altri componimenti inclusi da Leopardi in questa sorta di sottosezione (Io qui vagando, XXXVIII; Spento il diurno raggio, XXXIX).
In ogni caso, la sua presenza o, meglio, la sua mancata eliminazione, è un dato fondamentale: Leopardi attribuisce al componimento diritto di cittadinanza all’interno dei Canti, ribadendone in tal modo il valore.

ALCETA
Odi Melisso; io vo’ contarti un sogno
Di questa notte, che mi torna a mente
In riveder la luna. Io me ne stava
Alla finestra che risponde al prato,
Guardando in alto: ed ecco all’improvviso
Distaccasi la luna; e mi parea Che quanto nel cader s’approssimava,
Tanto crescesse al guardo; infin che venne
A dar di colpo in mezzo al prato; ed era
Grande quanto una secchia, e di scintille
Vomitava una nebbia, che stridea
Sì forte come quando un carbon vivo
Nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo
La luna, come ho detto, in mezzo al prato
Si spegnea annerando a poco a poco,
E ne fumavan l’erbe intorno intorno.
Allor mirando in ciel, vidi rimaso
Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia,
Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa,
Ch’io ne agghiacciava; e ancor non m’assicuro.

MELISSO
E ben hai che temer, che agevol cosa
Fora cader la luna in sul tuo campo.

ALCETA
Chi sa? non veggiam noi spesso di state
Cader le stelle?

MELISSO
Egli ci ha pure tante stelle,
Che picciol danno è cader l’una o l’altra
Di loro, e mille rimaner. Ma sola
Ha questa luna in ciel, che da nessuno
Cader fu vista mai se non in sogno.

Il componimento si presenta nella forma, atipica per gli idilli, di breve dialogo (due sole battute per parte, ma la brevità e la compattezza è prerogativa degli idilli almeno fino alla Sera del dì di festa) tra due personaggi di cui non viene fornita alcuna informazione, eccettuati i loro nomi greci, Melisso e Alceta. Contrariamente a quanto di solito asserito dai critici, Peruzzi nota che questi nomi “non hanno antecedenti nei bucolici greci, a torto si sostiene che (…) sarebbero nomi di pastori, (…) non ricorrono assieme in alcun autore greco” (1).
Dal breve colloquio tra i due è possibile cogliere solo singoli aspetti della loro ben diversa personalità: ingenuo e poetico Asceta, saccente e ironico Melisso, per usare la terminologia di Binni (2).
L’analisi dei singoli elementi lessicali connota il componimento come il testo più “di maniera” tra gli idilli; evidentissima è infatti la volontà di fare un componimento “classico”, frutto di un rapporto di stretta immedesimazione con il mondo antico, e con quello greco in particolare. Probabilmente fu proprio questo il motivo che indusse Leopardi ad escluderlo dal gruppo degli idilli: apparentemente, non costituendo un’ “avventura dell’animo” del poeta.
Ma c’è di più.
Innanzitutto la luna, pur essendo la indiscussa protagonista del sogno alla base del dialogo, non è caratterizzata da particolari epiteti e attributi come in altre circostanze. Alceta prende spunto per il racconto del sogno dalla presenza dell’astro nel cielo nel momento in cui sta parlando (presumibilmente, dunque, il dialogo si svolge di notte):

(…) Io vo’ contarti un sogno
Di questa notte, che mi torna a mente
In riveder la luna
.

Melisso nomina la luna prima per commentare sarcasticamente il racconto del sogno:

E ben hai che temer, che agevol cosa
Fora cader la luna in sul tuo campo,

poi per confutare e deridere la susseguente battuta di Alceta:

(…) Egli ci ha tante stelle,
Che picciol danno è cader l’una o l’altra
Di loro, e mille rimaner. Ma sola
Ha questa luna in ciel, che da nessuno
Cader fu vista mai se non in sogno.

E poi c’è la luna all’interno del racconto del sogno. Alceta ricorre ad una similitudine per descriverne le dimensioni:

grande quanto una secchia,

e lo stridore al contatto col prato:

(…) come quando un carbon vivo
Nell’acqua immergi e spegni.

Niente spazio, dunque, a immaginari colloqui; di questa luna “greca” non viene detto granché: non è invocata, non ne sono esaltate le qualità, non viene ribadito il ruolo protettivo o di conforto che essa detiene agli occhi dell’osservatore. Il poeta è alle prese unicamente con il sogno, elemento tematico che assorbe tutta la sua attenzione in quanto capace di suscitare sentimenti sconvolgenti.
Il sogno era del resto il primo titolo dell’autografo recanatese: è prerogativa dei titoli degli idilli mantenere sempre un solido legame con l’argomento trattato. E il vocabolo sogno apre (al v. 1) e chiude (al v. 29) il componimento.

L’analisi incentrata esclusivamente sul piano dei contenuti non permette di rilevare alcun sentimento nostalgico, alcun accenno di simpatia nello sguardo di Leopardi: la connotazione negativa qualifica il sogno piuttosto come incubo: il titolo viene corretto per la stampa nel “Nuovo Ricoglitore” e quella bolognese del 1826 in Lo spavento notturno, anche per motivi pratici, per distinguerlo dall’idillio avente il medesimo titolo.
Uno “spavento”, un episodio emotivamente traumatico perché connesso, in particolare, al motivo dell’assenza dell’astro. Se la caduta suscita soprattutto meraviglia e stupore, è proprio la constatazione dell’assenza della luna dal luogo che le compete ad originare in Alceta lo stato di panico:

Allora mirando in ciel, vidi rimaso
Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia
Ond’ella fosse stata svelta; in cotal guisa
Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro.

Nonostante l’azione del “cader” ritorni con martellante ossessività lungo tutto il componimento,

E mi parea
Che quanto nel
cader s’approssimava,

Agevol cosa
Fora cader la luna in sul tuo campo,

Non veggiam spesso noi di state
Cader le stelle?

Da nessuno
Cader fu vista mai se non in sogno,

ciò che terrorizza Alceta è soprattutto l’orma, la nicchia, simbolo di un’assenza e segno tangibile del fatto che la luna è venuta meno, cadendo, alle funzioni e al ruolo assegnatole.

Tra i vari abbozzi e spunti di riflessione annotati sotto il titolo di Argomenti di idilli, quello risalente proprio al giugno del 1819 riporta, tra le altre, questa frase:

luna caduta secondo il mio sogno.

Pertanto, dietro l’apparenza di gioco letterario, dietro il più “costruito” tra gli idilli si nasconde una cocente esperienza individuale e autobiografica (e l’ambientazione in cui è calato il dialogo – la campagna, una finestra che risponde al prato – lo conferma), tanto spaventosa e sconvolgente che non necessita di particolari riferimenti per essere subito richiamata alla mente. Leopardi stesso aveva fatto quel sogno e ne era rimasto profondamente turbato, soprattutto a causa dell’enorme congerie di simboli e significati che egli va attribuendo alla luna nel corso di questi anni.
In termini rigorosamente psicanalitici, il testo è stato interpretato come espressione dell’angoscia di castrazione (3), d’altra parte Gioanola commenta:

la cosa può essere accettata solo a patto che tale angoscia non venga limitata ad un ambito genitale, ma più ampiamente riferita ad una possibile privazione della vita stessa, per cui la luna che cade, cosa materna o immagine speculare del soggetto, diventa figura di un’esecuzione capitale (4).

Il brano tratto dagli Argomenti di idilli prosegue con un’affermazione, connessa alla precedente per il comune riferimento alla luna, riguardante stavolta non la diretta esperienza dell’autore ma una credenza popolare:

luna che secondo i villani fa nere le carni, onde io sentii una donna che consigliava per riso alla compagna sedente alla luna di porsi le braccia sotto il zendale.

In conclusione, il Frammento XXXVII e i due brani tratti dagli Argomenti di idilli segnalano la presenza di tre elementi fondamentali: gli errori popolari dei villani (la luna cade dal cielo, la luna fa nere le carni); i personaggi dell’idillio trasferiti all’interno di un’abbozzata antichità; un appunto che riporta il tutto ad un’esperienza personale; schematicamente, l’addizione “errore” + “antichità” + “io” del Leopardi rimanda inevitabilmente al giovanile Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, testo di importanza capitale ai fini dell’analisi qui intrapresa, datato 1815, anno cruciale della svolta “dall’erudizione al bello”.
Con quest’opera Leopardi si promise di smascherare errori e false credenze del passato in merito a svariati fenomeni naturali. Ma nei riferimenti alle sciocche paure appartenute ad epoche remote, sono implicite le tracce di un’esperienza personale. E’ Leopardi stesso, a posteriori nelle pagine dello Zibaldone, ad ammettere l’esistenza di un devastante “timor panico” in età infantile e adolescenziale, in netto contrasto con il proprio temperamento posato e razionale:

non poté né la ragione né la riflessione liberarmi da quel timore irragionevolissimo, perch’ esso m’era cagionato dalla natura. Né certo io era de’ più stupidi e irriflessivi, né di quelli che men vivono secondo ragione, e meno ne sentono la forza e son meno usi di ragionare e seguono più ciecamente l’istinto o le disposizioni naturali. (Zib. c. 3519)

Gioanola si sofferma proprio sull’opposizione errore / razionalità:

dunque davvero il “filosofo” del Saggio sopra gli errori è la prima vittima di quegli errori che combatte nel nome della ragione, e con tutta la ragione che ritrova in sé non può uscire dal dominio degli errori da cui il “timor panico” nasce: il fatto è che si tratta dello scontro tra due sistemi assolutamente disomogenei coinvolgendo l’uno tutta la sfera dell’isintivo-emozionale e l’altro quella della pura logica, e che soltanto un certo tipo di educazione ha potuto mettere i due sistemi sullo stesso piano, chiamando “errore” tutto ciò che si oppone alla totalizzazione razionalistica (5).

Il Saggio vuole dunque essere una razionalizzazione delle angosce dell’autore: correggere gli errori degli antichi significa esorcizzare le proprie paure, queste venendo proiettate su quelli. A proposito della caduta degli astri, ad esempio, è assai indicativo quanto Leopardi stesso segnala in un appunto dello Zibaldone risalente non a caso al periodo di composizione di Odi, Melisso:

e quantunque il filosofo facilmente conosca il contrario, tuttavia scrive il poeta pel volgo, al quale non è inverisimile il dir per esempio, che le stelle cadano, anzi lo dice Virgilio e si dice da’ villani e da’ poeti tuttogiorno, benchè a qualunque non ignorante sia cosa impossibile. (Zib. c. 49)

La stessa forma dialogica del Frammento XXXVII del resto evidenzia lo scontro tra due differenti sistemi: l’ingenuità di Alceta cozza contro il sarcasmo e la derisione di Melisso, atteggiamento psicologico, il suo, coincidente con quello dell’autore del Saggio.
Se la caduta della luna era stato un sogno, anzi meglio, un incubo del poeta, e se è vero che c’è una stretta identificazione tra gli errori degli antichi e le paure del giovane Leopardi, allora l’opera del 1815 non poteva certo trascurare la trattazione del tema della caduta della luna, che non a caso risulta ampia e articolata.
Il tema è affrontato al Capitolo X, “Degli Astri”, dove viene messo subito in chiaro il carattere di credenza popolare:

fu un nulla per gli antichi, dopo aver divinizzato gli astri, il supporre che qualcuno tra essi precipitasse talvolta dal cielo, con pericolo evidente di rompersi il collo.

dove nell’espressione “rompersi il collo” è implicita la personificazione. Poi prosegue:

Virgilio però asserì, che essi cadevano in effetto precipitosamente al soffiar del vento:

Saepe etiam stellas, vento impendente, videbis
Praecipites coelo labi, noctisque per umbram
Flammarum longos a tergo albescere tractus.

Ma qui egli segue la opinione del volgo, secondo Servio, il quale nega che le stelle possano cadere. Frattanto quella opinione, che era commune agli agricoltori dei tempi di Virgilio e di Plinio, il quale pure di essi fa menzione, è tuttavia quella del volgo dei nostri giorni.

Lo stesso tema sviluppato in maniera molto ampia nel Capitolo XII, “Della Terra”. All’inizio Leopardi opera un breve elenco delle svariate ipotesi formulate dagli antichi su come il sistema solare nel suo insieme possa sostenersi senza precipitare: il timore della caduta, dunque, si allarga a dismisura. In proposito, l’affermazione di Manilio, riportata a conclusione dell’indagine, è motivo di rassicurazione:

Manilio fece osservare che in ogni modo noi non avevamo a temere nulla, poiché la nostra sorte finalmente era quello di tutto il mondo:
(…)
Cum luna et stellae volitent per inania mundi:
Terra quoque aerias leges imitata pependit.

Poco oltre viene presentata la teoria degli antichi in base alla quale le estremità del cielo toccano i bordi della Terra:

Plinio, parlando forse secondo il costume del popolo, dice che la luna talora è contigua ai monti. Spacciavasi, al riferir di Diodoro di Sicilia, che nell’isola degli Iperborei vedeasi la luna poco distante dalla Terra e sparsa di prominenze: e Farnace presso Plutarco “non dubita che la terra abbia a cadere, ma sente compassione degli Etiopi o dei Taprobani, che trovansi sottoposti alla rivoluzione della luna e soggetti al pericolo che questa mole sì pesante venga a cadere sopra di essi; benchè servale di aiuto per non cadere la velocità del suo girare”.

La luna che cade è un sogno di Leopardi ma è anche un sogno dell’umanità antica. Osserva Peruzzi:

il giovane Leopardi che scopriva, sorpreso e compiaciuto, le proprie istintive affinità con gli antichi, non può non essersi stupito per aver rivissuto quella loro “stravaganza” nel sonno (cioè in un’attività psichica indipendente dalla volontà) secondo le loro poeticissime credenze popolari, spesso tuttora vive tra il volgo (6).

Il sogno narrato da Alceta, dunque, solo grazie ad una successiva elaborazione mentale acquisisce quei caratteri di innocenza e di ingenuità che ne permettono l’espressione poetica (Odi, Melisso): ai tempi del Saggio esso è più semplicemente un errore, una falsa credenza frutto dell’ignoranza da combattere con le armi della ragione.

Il Capitolo IV, “Della magia”, è infarcito di citazioni del motivo della luna sradicata dal cielo:

se a ciò si aggiunga il terrore che ispiravano i magi colle loro notturne e spaventose operazioni, si vedrà che il popolo, stupefatto e inorridito, dovea quasi necessariamente attribuire all’arte magica una virtù illimitata.
Si credé infatti che i maghi avessero il potere di tra giù dal cielo la luna con incantesimi.

Carmina vel coelo possunt deducere lunam;
Carminibus Circe socios mutavit Ulixi;

disse Virgilio; e Seneca:

Hoc docta Mycale thessalas docuit nurus,
Unam inter omnes luna quam sequitur magam,
Astris relictis.

Orazio fa dire a Canidia:

movere cereas imagines,
Ut ipse nosti curiosus, et polo
Deripere lunam vocibus possim meis:

e Ovidio a Medea:

Iubeoque tremiscere montes,
Et mugire solum, manesque exire sepulchris:
Te quoque, luna, traho.

Altrove egli scrive della stessa incantatrice:

Illa reluctantem curru deducere lunam
Nititur, et tenebris abdere solis equos.
Illa refrenat aquas, obliquaque flumina sistit;
Illa loco silvas vivaque saxa movet.

Teocrito fa solamente invocare la luna alla sua maga:

Ma tu più bella, o Luna, ora risplendi.

Della quale invocazione rende ragione il suo Scoliaste. Dipoi fa ripetere alla maga più volte quelle parole:

O santa luna,
Intendi l’amor mio perchè si accese.

Orazio ancor egli fa invocare Diana, cioè la luna, a Canidia:

Nox et Diana, quae silentium regis,
Arcana cum fiunt sacra,
Nunc nunc adeste, nunc in hostiles domos
Iram atque numen vertite.

Altrove finge che la luna si nasconda per non vedere le esecrande operazioni di due maghe:

serpentes atque videres
Infernas errare canes, lunamque rubentem,
Ne foret his testis, post magna latere sepulcra.

(…) Tibullo dice dei canti magici:

Cantus et e curru lunam deducere tentat;
Et faceret, si non aera repulsa sonent.

Luciano fa dire a Cleodemo che gl’incantesimi sogliono d’ordinario farsi durante il crescer della luna, e che un mago “si trasse innanzi Ecate, che menava seco Cerbero, e svelse la luna dal cielo”.
(…) Se dunque i magi esercitavano un potere sì assoluto sopra la luna, non è meraviglia che ne esercitassero uno simile sopra le stelle, sì inferiori alla luna nella idea popolare degli antichi.

Poco dopo Leopardi cita Orazio, il quale

scrive di un’altra maga:

Quae sidera excantata voce Thessala
Lunamque coelo deripit.

Successivamente, Platone:

Platone nomina “le femmine tessale, che svelgono la luna dal cielo”. Giunse a tanto questa persuasione negli antichi, che si diede alla magia il nome di arte tessala,

e Stazio:

canta Stazio:

Hinc fibrae et volucrum per nubila sermo Astrorumque vices numerataque semita lunae Thessalicumque nefas.

fanno riferimento in particolare alle “femmine tessale”; così pure Marziale:

similmente Marziale si fa beffe della scienza tessalica:

Quae nunc thessalico lunam deducere rhombo,
Quae sciet hos illos vendere lena toros?

e Plinio:

Plinio parlando dell’arte magica, narra che Menandro scrisse una Commedia intitolata La Tessala, in cui si fe’ a descrivere le operazioni di alcune femmine, che cercavano coi loro incantesimi di trar giù la luna.

Nella parte conclusiva del capitolo Leopardi torna sull’argomento, riportando alcune affermazioni di Plutarco in proposito:

c’insegna Plutarco donde ebbe origine la volgare opinione, che attribuiva alle maghe, singolarmente tessale, il potere di trar giù la luna. “Che se v’ha alcuna,” dic’egli, “la qual prometta di svellere la luna dal cielo, ella si prende giuoco della ignoranza e della dabbenaggine delle femmine che sel credono. Poiché sa essa sicuramente qualche poco di astrologia, e ha udito dire che Aglaonice figlia di Egetore tessalo, la qual conosceva i pleniluni, in cui accadono le ecclissi, avendo preveduto il tempo nel quale la luna dovea rimanere oscurata dall’ombra, fe’ credere alle femmine che essa avrebbela tolta dal cielo”. La qual cosa ripete altrove lo stesso scrittore: “Le Tessale han fama di staccar la luna dal cielo; ma ciò fu fatto credere alle femmine dall’astuzia di Aglaonice figlia di Egetore, donna, come dicono, perita in astrologia, la quale ogni volta che la luna pativa ecclissi faceva intendere che ella con arte magica l’aveva levata dal suo luogo”.

Attorno al tema della caduta della luna viene a crearsi una sorta di atmosfera favolosa di cui la magia è parte integrante. E’ opportuno pertanto inserire a questo punto un breve indagine relativa al terrore della magia stessa, altra componente fondamentale del “timor panico” giovanile-adolescenziale di Leopardi.
La figura del mago è collegata alla luna in molte zone del Saggio. Su tutte, il Capitolo VIII, “Dei terrori notturni”, titolo già di per sé indicativo e che richiama quello provvisorio attribuito al Frammento XXXVII nel Nuovo Ricoglitore e nell’edizione bolognese del 1826, Lo spavento notturno. L’accenno alla inopportuna presenza degli Dei tra gli uomini durante le ore notturne:

era cosa indegna che le ombre dei morti, o alcuni uccelli affamati turbassero di notte il riposo comune, ma che gli Dei stessi, in luogo di provvedere alla quiete dei mortali commessi alla loro cura, passeggiassero di notte e prendessero sollazzo in ispaventar chi dormiva e in molestare chi camminava per le strade, era in verità grande scandalo. Ecate metteva urli e schiamazzava per le strade,

viene collegato da Leopardi al tema della magia:

Apuleio invocando la Luna, ‘Regina del cielo’, esclamava, ‘o tu sii Cerere inclita madre delle messi… o la sorella di Febo… o Proserpina terribile per gli urli notturni’. Una maga, presso Teocrito, dice alla Luna:

Su via splendi più bella, afin che teco
Favellar possa, e con Ecate inferna,
Che a’ pavida cagnuoli orrore ispira,
Quando di notte, d’artre faci al lume,
Va per le tombe degli estinti e il sangue.

Anche nella sezione finale, la diciannovesima, concepita come generale ricapitolazione di quanto esposto fino ad allora, Leopardi unisce assieme tre elementi-chiave a cui più volte è stato fatto riferimento: il villano, il mago e la luna.

vuolsi persuadere ad un uomo di campagna a lasciar di credere alle streghe, di far uso egli medesimo d’incantesimi per allontanare dai suoi campi delle disgrazie, di regolarsi nelle sue operazioni campestri colle diverse fasi della luna? Ciò riuscirà difficilissimo e quasi impossibile.

Che il tema della luna sradicata dal cielo grazie al ricorso alle arti magiche abbia avuto capacità perturbante nell’immaginario leopardiano è, a questo punto, fuori discussione. Lo conferma la sua permanenza nella produzione della maturità: ancora nell’aprile del 1824, infatti, Leopardi ricorre a tale motivo al momento di comporre il Dialogo di Malambruno e di Farfarello. Nella battuta d’esordio il primo, pronunciando la formula di evocazione dello spirito maligno, esclama:

spiriti d’abisso, Farfarello, Ciriatto, Baconero, Astaratte, Alichino, e comunque siete chiamati; io vi scongiuro nel nome di Belzebù, e vi comando per la virtù dell’arte mia, che può sgangherare la luna, e inchiodare le stelle a mezzo il cielo.


Non solo sul piano contenutistico, ma anche a livello di scelte lessicali il Frammento XXXVII deve molto al Saggio: mi limito qui a riportare alcuni tra i passaggi più significativi giusto per dare un’idea della stretta parentela tra i due testi. La citazione di Luciano, ad esempio, richiama molto da vicino il paragone della secchia e l’immagine dell’erba che fuma:

più avveduto di Plinio sembra essere stato Luciano, il quale dice scherzando avervi avuto al suo tempo chi credeva “che gli astri bevessero acqua e che il sole mandando giù nel mare una secchia come per una fune attingesse vapori, e questi distribuiti con saggio ordine, dasse bere alle sue stelle”.

Per quanto concerne la descrizione dello stridore provocato dall’impatto della luna sul terreno è da tenere presente soprattutto un brano collocato nella zona conclusiva del Capitolo IX:

non è dunque meraviglia che dalla parte di Ponente, quando il sole tramontava si udisse una specie di stridore, cagionato dalle fiamme di questo corpo luminoso, che si tuffavano e si spegneano nell’acqua.

Leopardi ricorre alla similitudine con il carbone in due brani relativi ancora al sole; il primo è situato nel Capitolo X :

Senofane stimò il sole, a dire di Plutarco, “composto di fiammelle raccolte insieme col mezzo di esalazioni umide; ovvero una nube infuocata”. “Egli credè gli astri”, dice Achille Tazio, “formati da nubi infiammate, e giudicò che essi si spegnessero, e si riaccendessero alternativamente, come carboni”;

il secondo, tratto dal Capitolo XVII, mostra ancor più evidenti analogie, a livello lessicale, con l’idillio in esame:

quando il sole è oscurato da una nuvola, si vede il corpo che ce ne toglie la luce. Ma quando esso si ecclissa, niun corpo si vede che se gli sovrapponga: il solo suo disco rimane oscurato, e sembra annerire a poco a poco a guisa di un carbone che va a spegnersi.


Anche la Storia dell’astronomia presenta interessanti spunti per la successiva produzione leopardiana. Contrariamente a quanto è andata affermando la critica, disposta ad attribuire dignità e valore di “officina” poetica unicamente al successivo Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, alla base di quest’opera non è rintracciabile solo un intento compilatorio.
La presenza anche nella Storia dell’astronomia del motivo della caduta della luna dal cielo ribadisce l’ossessività con cui esso ricorre nell’immaginario adolescenziale di Leopardi.
Gli episodi descritti nel Capitolo II hanno bisogno di ben pochi commenti:

si narra che nel 1492 ai 7 novembre cadde insieme con grandine una gran pietra, che attesta il Calmet di aver egli stesso veduta in una chiesa parrocchiale dell’Alsazia. Era essa di colore simile al nero, quasi fosse stata abbronzata dal fuoco, ed aveva una superficie uguale e scabrosa (…). Raccontasi che nel 1510 cadde una pioggia di 1200 pietre, che aveano un odore come di zolfo, ed erano di un’estrema durezza (…). Riferisce il Gassendi che ai 29 di novembre del 1637 si udirono due colpi come di cannone, l’uno più terribile dell’altro e due uomini viddero una pietra sospesa nell’aria, intorno alla quale comparve un cerchio di più colori del diametro di circa 4 piedi. Volò fischiando questa pietra elevata sopra il suolo all’intorno di 5 pertiche, e giunse con forte strepito e fumo a cadere 300 passi circa distante da detti uomini spettatori del fenomeno.

Questo breve passo fornisce pure preziose indicazioni in merito al barlume, o un’orma, anzi una nicchia che, secondo il racconto di Alceta, appare nel cielo in luogo della luna. Peruzzi osserva che “non c’è (…) nessun antico che dia ricetto alla luna in una nicchia celeste” (5), ma un passo del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi chiarisce in parte questo aspetto:

Anassagora maestro di Pericle e nativo di Clazomene (…) avea delle strane idee intorno agli astri. Dicesi, che essendo dal cielo caduta una pietra, egli insegnò, che tutto il cielo era composto di pietre, che si tenean sospese per il veloce lor giro, tolto il quale precipiterebbono necessariamente.

E non è tutto. La Storia dell’astronomia presenta un altro brano fondamentale nell’illustrare i motivi connessi al tema della caduta: nell’Introduzione Leopardi ricorda che i Persiani

s’immaginavano ancora che le ecclissi della luna dinotassero che ella era inferma, e temendo che questo corpo non venisse morendo a cadere sulla terra, distruggendone gli abitanti, attaccavano dei cani ad alcuni alberi, e li battevano affinché i loro gridi risvegliassero la luna e la facessero rinvenire dal suo svenimento.

Infine, anche la seguente descrizione di tramonto del sole, collocata nel Capitolo V, presenta una terminologia e delle immagini molto simili a quelle utilizzate da Alceta nel suo racconto:

si cercò perché quest’astro non fosse visibile durante la notte. Si stimò che si spegnesse nel mare per poi di nuovo riaccendersi. Fu anche creduto sentire un certo fragore verso ponente, quando il sole, a dir degli antichi, tuffavasi ed estinguevasi nelle onde.

Leopardi ricorre a questa medesima immagine nella canzone Ad Angelo Mai:

Quand’oltre alle colonne, ed oltre ai liti
Cui strider l’onde all’attuffar del sole
Parve udir su la sera;

(78 – 80)

a proposito di questi versi egli annota:

di questa fama anticamente divulgata che in Ispagna e in Portogallo, quando il sole tramontava s’udisse a stridere di mezzo al mare a guisa che fa un carbone o un ferro rovente che sia tuffato nell’acqua, sono da vedere il secondo libro di Cleomede, il terzo di Strabone, la quartadecima Satira di Giovenale, il secondo libro delle Selve di Stazio e l’epistola decimottava d’Ausonio. E non tralascerò in questo proposito quello che dice Floro laddove accenna le imprese fatte da Decimo Bruto in Portogallo: Peragratoque victor Oceani litore, non prius signa convertit, quam cadentem in maria solem, obrutumque aquis ignem, non sine quodam sacrilegii metu, et horrore, deprehendit. Vedi altresì le annotazioni degli eruditi sopra il quarantesimoquinto capo di Tacito delle Cose germaniche.

In All’Italia lo stridore viene attribuito alle stelle:

Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell’imo strideran le stelle,
(121 – 122)

E’ soprattutto la constatazione del fatto che la luna non è più presente nel cielo a suscitare nell’animo di Alceta-Leopardi sentimenti angosciosi. Non giunge pertanto a sproposito la trattazione del fenomeno della eclissi: anche in questo caso l’assenza della luna, seppure apparente e momentanea, genera sensazioni di paura e di smarrimento, come Leopardi chiarisce fin dall’inizio del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi:

era ben naturale che gli antichi tremassero all’improvviso oscurarsi del sole e della luna, e al coprirsi la natura di tenebre tutto ad un tratto. Questo fenomeno è terribile per sé medesimo.

Gli antichi addirittura identificavano il tramontare degli astri con un vero e proprio “spegnimento”:

il sorgere e il tramontare del sole, della luna, e dei rimanenti astri può accadere dice Epicuro presso il Laerzio, a causa del loro accendersi e del loro spegnersi alternativamente.

Quando Leopardi, nel Risorgimento, enumera quelle situazioni che sembrano indicare la definitiva scomparsa dal suo animo dei moti di affetto e dei sentimenti, riserva un verso anche alla luna, accompagnata dal participio “spenta”:

Piansi spogliata, esanime
Fatta per me la vita;
La terra inaridita,
Chiusa in eterno gel;
Deserto il dì; la tacita
Notte più sola e bruna;
Spenta per me la luna,
Spente le stelle in ciel.

(17 – 24)

Ormai le paure e i timori adolescenziali sono superati, ma il sentimento di angoscia di fronte alla perdita della capacità di commozione, alla mancanza di sintonia con lo “spettacolo” del notturno lunare è comunque espresso mediante l’immagine dello spegnimento ed estinzione dell’astro. La notte pertanto, privata di un elemento di conforto e di compagnia (“più sola”) nonché, in senso più ampio, di ispirazione poetica, vede accresciuta l’oscurità apportatrice di timore (“bruna”, un aggettivo adoperato spesso per connotare l’immagine della notte minacciosa). Questi erano i medesimi sentimenti degli antichi:

gli antichi temerono che il sole e la luna si spegnessero al loro eclissarsi, o corressero almeno pericolo di estinguersi, e questo timore non poteva essere tolto che dalla scienza.

Anche in queste righe emerge l’atteggiamento che permea tutto il Saggio: l’eclissi, fenomeno naturale preciso, conoscibile, spiegabile razionalmente, fornisce l’occasione per dimostrare come la paura causata dalle false credenze possa essere fugata grazie a rigorose argomentazioni scientifiche.

Il sig. Brot (…) si è rallegrato di vedere le scienze rigogliose e floride (…) spargere gli influssi fin sotto al focolare dell’agricoltore canuto, che tremava una volta all’apparire di una cometa, all’oscurarsi dell’astro del giorno, o della face della notte.

La caduta, invece, è un evento puramente fantasioso, frutto dell’immaginazione del poeta, un sogno privo di contatti con la realtà, dunque non giustificabile scientificamente.
Non a caso gli esiti di questi due temi saranno divergenti: l’uno diviene oggetto di poesia, costituendo il tema centrale del Frammento XXXVII; l’altro, come esempio della ragione che domina e vince sull’irrazionale, non è oggetto di future rielaborazioni, figurando unicamente come uno dei tasselli che compongono il Capitolo XI del Saggio giovanile.
L’inserimento del fenomeno dell’eclissi all’interno di un contesto razionale in grado di motivarne le cause non garantisce la cessazione della paura e dell’angoscia:

si cessò di temere per il sole o per la luna, ma si continuò a temere per la terra. La violenta impressione, che le ecclissi avean fatta sopra gli animi, non svanì che dalle menti dei più saggi. Il popolo, e con esso gran parte dei dotti, riguardò la ecclissi come un presagio infausto.

Leopardi completa la trattazione relativa alle eclissi presentando una lunga serie di episodi storici in cui emergono i più svariati atteggiamenti di fronte al fenomeno, riconducibili tutti ad una considerazione di fondo: la scienza nei momenti cruciali è di provvidenziale aiuto, l’ignoranza genera timore e porta alla sconfitta.
Nell’ordine, ci imbattiamo nell’episodio di Nicia riferito da Tucidide, Diodoro di Sicilia e Plutarco:

a mezza notte, mentre si è sul punto di far vela, la luna si ecclissa totalmente. Nicia, così superiore ai pregiudizi come fortunato, si spaventa, si confonde, consulta gl’indovini. Questi decidono che fa duopo differire la partenza (…). Si ubbidisce all’autorevole decisione: ma i nemici mostrano ben tosto che quei lunatici interpreti hanno errato nel loro calcolo;

in quello di Dione la cui fonte stavolta è il solo Plutarco:

Dione era vicino a partire da Zacinto colla sua armata per far guerra a Dionigi di Siracusa. Si facevano libazioni e voti ad Apollo, quando la luna, quasi volesse attraversare un’impresa si bella, venne ad oscurarsi. Dione, che conosceva la causa di questo fenomeno, rimaneva intrepido, senza dar segno di turbamento; ma i soldati comparivano attoniti e intimoriti. Milta augure si fa innanzi, incoraggisce le truppe, e le assicura che il fenomeno, lungi dall’essere infausto per esse, minaccia il tiranno, e favorisce la loro intrapresa;

in quello di Sulpicio Gallo, “abbastanza perito in astronomia”, come sottolinea pure un’affermazione di Catone il Vecchio tratta dal De Senectute di Cicerone e riportata nel Saggio:

quam delectabat eum defectiones solis et lunae multo nobis ante praedicere!

Leopardi espone l’episodio secondo due differenti versioni:

Nella guerra contro Perseo, nella notte prima della battaglia che decise la sorte della Macedonia, la luna si ecclissò, e i Romani furono colpiti da spavento. Sulpicio fattosi innanzi, e spiegata la cagione del fenomeno, rassicurò l’esercito, che Paolo Emilio menò lieto e coraggioso alla battaglia e alla vittoria (…). Il fatto è riferito alquanto diversamente da Tito Livio. Egli vuole che Sulpicio nel giorno che precedè la eclissi si presentasse alle truppe, e per prevenir la inquietudine che il fenomeno poteva cagionar loro, le facesse avvisate, che nella notte vegnente la luna si sarebbe oscurata.

Rapidi accenni ad avvenimenti storici legati alle eclissi sono presenti pure nella Storia dell’astronomia, alcuni addirittura richiamati più volte: è il caso delle vicende di Pericle, di Nicia, di Sulpicio Gallo, presenti sia nell’Introduzione sia nel Capitolo II. La finalità con cui Leopardi riporta tali episodi è la stessa che anima il successivo Saggio sopra gli errori popolari degli antichi: l’entusiastica esaltazione dell’avanzata della conoscenza e della razionalità in grado di fugare la paura e l’errore, l’autore stesso presentandosi come “nuovo collaboratore, in prima persona, del progresso e di un’illuminazione razional-provvidenziale” (8).
L’unico episodio storico riportato all’interno della Storia dell’astronomia non rintracciabile nel successivo Saggio è quello relativo a Cristoforo Colombo. Collocato nel Capitolo IV, esso è comunque perfettamente in linea con tutti gli altri:

Cristoforo Colombo essendo vicino alla Giamaica fe’ sapere ai barbari di quell’isola che se essi non recavangli ciò che bramava, egli avrebbe tolto il lume dalla luna. Que’ barbari ciò udendo si fecero beffe della minaccia di Colombo. Ma quando la luna per una ecclissi, che Cristoforo avea preveduta, cominciò ad oscurarsi, atterriti essi ed attoniti (…) si sottomisero ai voleri di Colombo.

Infine, anche il fenomeno dell’eclissi di luna è strettamente connesso a esorcismi, pratiche magiche e rituali che ne accrescono il carattere spaventoso e terrorizzante:

i Neri Maomettani abitanti delle parti interiori della Guinea credono che un gatto, ponendo la sua zampa tra la luna e la terra, cagioni le ecclissi. I Lapponi stimano che il Diavolo voglia divorare la luna e la terra, e all’accadere di una ecclissi tirano con armi da fuoco verso il cielo per discacciare il maligno spirito. I Siamesi e gli abitanti del Malabar urtano le caldaie le une contro le altre, e fanno un orribile strepito per spaventare il Dragone, che come essi credono, vuole inghiottire la luna.

Ricapitolando, nel sogno di Alceta il turbamento è originato dalla constatazione che la luna è assente dal cielo a causa della caduta. Quest’ultima, insieme all’eclissi (che, si è visto, incide in modo molto più attenuato), si configura come fantasia terrorizzante all’interno dell’immaginario giovanile leopardiano.

Il quadro è completo solo con l’aggiunta di un terzo fenomeno in grado di suscitare turbamenti angosciosi nell’animo dell’adolescente Leopardi: la luna avente il colore del sangue, la luna che sparge una luce di sangue. Leopardi ne parla al Capitolo IV del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, in un brano avente ancora una volta per protagonisti i maghi. I vari accenni alla loro capacità di turbare gli Dei, di evocare i mani e le anime dei defunti sono seguiti dalla citazione di una delle “storie terribili” (definizione di per sé assai significativa) raccontate da Ovidio:

Cum voluit, toto glomerantur nubila coelo,
Cum voluit, puro fulget in orbe dies.
Sanguine, si qua fides, stillantia sidera vidi:
Purpureus lunae sanguine vultus erat.

L’immagine della luna e delle stelle insanguinate (si noti la martellante ripetizione dell’ablativo sanguine a distanza di un verso) è uno spettacolo apocalittico opera per l’appunto di un mago, ancora una volta capace di apportare paurosi scompensi nell’ordine naturale: prima “sgangherando” l’astro dal cielo, adesso accostandolo al sangue, elemento antitetico alla luna perché associato al dolore, alla sofferenza e alla morte, come evidenziano le avventure di Luciano riportate all’interno della Storia dell’astronomia:

certo se fortunato fu il Fabricio, non lo fu meno Luciano Samosatense, che dopo sette giorni di aerea navigazione giunse nell’ottavo a scoprire una terra a guisa d’isola rotonda e lucente, che riconobbe esser la luna, (…) e ce ne descrisse poi gli abitanti, narrandoci la guerra, che da essi fu sostenuta contra quelli del sole; la strage, per cui vennero a tingersi di sangue le nubi, e ad esser bagnata la nostra stessa terra.

Il carattere totalmente immaginario, fantasioso del fenomeno emerge dal confronto tra i brani finora riportati e le ben diverse zone testuali in cui Leopardi fa riferimento alla luna “rossa”. Innanzitutto nel Capitolo IV del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, dove vengono richiamati alcuni versi di Orazio:

altrove finge che la luna si nasconda per non vedere le esecrande operazioni di due maghe:

serpentes atque videres
Infernas errare canes, lunamque rubentem,
Ne foret his testis, post magna latere sepulcra.

Leopardi stesso sottolinea l’assenza di una connotazione negativa dell’immagine, connessa unicamente al sorgere dell’astro:

egli dà l’epiteto di rubentem alla luna, perché questa appare infatti rossa al suo levarsi; e il poeta avea detto poco prima che le maghe per dar principio ai loro incantesimi aveano aspettato il sorger della luna.

La seconda ed ultima citazione della luna “rossa” si trova in una lettera datata 9 dicembre 1825, spedita da Bologna alla sorella Paolina:

mi ricordai d’Angelina e del numero 488, che tu mi scrivesti in una cartuccia la sera avanti la mia partenza. Andai, trovai Angelina, che sentendo ch’io era Leopardi, si fece rossa come la Luna quando s’alza.

In entrambi i casi, il colore rosso viene richiamato per descrivere il sorgere della luna, senza mai azzardare però una similitudine con il sangue, chiamato in causa esclusivamente per comunicare una sensazione orrorifica: è il caso della “storia terribile” di Ovidio, in cui la forzata mutazione da parte di un mago del naturale svolgersi dei fenomeni collega indissolubilmente l’immagine della luna insanguinata all’idea di “spavento notturno”.
Senza attendere fino al Saggio, la conferma giunge da due scritti in latino di un Leopardi ancora giovanissimo: il primo è un testo tratto dalle Latinae exercitationes variae del 1809, Ultima mundi aetas jam jam decedens, in cui l’autore descrive gli orrori della guerra, poi della fame, poi del contagio pestilenziale: tutte inezie se paragonate con il cataclisma della fine del mondo.

Orribilia haec omnia sunt, et humano generi adversa; verum ne immago quidem horridae tempestatis sunt, quam mundi fine posteri experient. Niger, maculatusque sol, sanguinea luna, regna prostrata, turres cadentes, coelum, terra, mareque turbatum hanc efficient.

Nella parte finale, Leopardi riprende i medesimi concetti come avvertimento ai peccatori:

mementote deum justum esse, malosque sine poena non linquere. Iudicandi omnes sumus, omnibusque mundus terminat. Ni solem obscuratum videbimus, lunamque sanguineam, ni pestem famemque experemur, at morte certe rapiendi sumus.

La precedente definizione dell’immagine della luna insanguinata come “spettacolo apocalittico” trova dunque in queste righe piena giustificazione.
L’altro testo che evidenzia il carattere angoscioso e terrificante di tale motivo appartiene a un gruppo di composizioni che Leopardi scrisse in occasione di una prova pubblica sostenuta nel 1810. Il decimo scritto, una Imprecatio dal titolo In perfidum Sinonem, consiste in un ampio elenco di eventi tragici che l’autore stesso augura si abbattano sul traditore perché venga punito dell’inganno perpetrato ai danni di Troia. E la luna è uno degli elementi che concorre al castigo:

luna sanguinem tibi offerat lumen, ac sol semper tibi sit obscuratus.

Il contesto in cui è inserita la frase, accennando a fiere che sbranano, a serpenti che dilaniano il cuore, a fulmini dell’ira divina, configura la luce di sangue della luna come uno degli elementi più rilevanti dell’immaginario orrorifico del Leopardi fanciullo.

La luna che cade, la luna che si eclissa, la luna che ha il colore del sangue: le paure puerili e adolescenziali del poeta costituiscono un primo, embrionale accenno dell’importanza attribuita da Leopardi all’astro lungo tutto l’arco della propria produzione.

 


NOTE

(1) Emilio Peruzzi, Studi leopardiani II, Firenze, Olschki, 1987, p. 109.
(2) Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze, Sansoni, 1989, p.39.
(3) Così lo psicanalista Charles Rycroft in Two notes on idealization, illusion and disillusion as normal and abnormal psycological processes, in “The international Journal of psyco-analysis”, 1955.
(4) Elio Gioanola, Leopardi, la malinconia, Milano, Jaca Book, 1995, pp. 277 – 278
(5) E. Gioanola, Ibidem
, p.145
(6) E. Peruzzi, Studi leopardiani II, cit., p.93
(7) E. Peruzzi, Studi leopardiani II, cit., p.135
(8) W. Binni, La protesta, cit., p.1