Il comico come parodia e rispecchiamento sociale: Folgore e Cenne

Michele Cecchini
IL COMICO COME PARODIA E RISPECCHIAMENTO SOCIALE
Folgore da San Gimignano e Cenne de la Chitarra

Introduzione
Il concetto generale di satira e quello più specifico, “letterario” di parodia costituiscono i termini di riferimento attraverso cui delineare, all’interno della cosiddetta “poesia realistico-giocosa”, quelle particolari operazioni in cui il ribaltamento è attuato, per così dire, in maniera “esplicita”: vale a dire, quando il testo parodiato è chiaramente rintracciabile e identificato.
In linea di massima la performance comica medievale consiste, da un lato, nell’iterazione di modelli tematici-lessicali precostituiti (latini, mediolatini e romanzi), trasgressivi o implicitamente comici (vituperia, tenzoni, componimenti misogini, ecc…); d’altra parte, la carica umoristica e satirica risiede nel confronto, ovviamente ribaltato, con il referente “ufficiale”, aulico e positivo.
I concetti di satira e di parodia si inscrivono in questa seconda accezione: la prima ha lo scopo, più o meno esplicitamente dichiarato, di mettere in ridicolo ambienti, contenuti, concezioni e modi di vivere. Con il secondo termine intendiamo riferirci, più in particolare, al travestimento comico di una composizione o di un contenuto serio.
In questo modo, se il modello più facilmente denota i connotati di a-storicità, la parodia, dovendo la propria esistenza alla competizione ravvicinata con il testo originario, introduce il concetto di “storicizzazione”, poiché risulta tanto più godibile quanto più è presente all’immaginario del lettore lo stesso componimento o il genere parodiato.

Ciò è lampante nel caso della contro-collana sui mesi realizzata da Cenne de la Chitarra: il rapporto di implicazione/derivazione tra questa e i sonetti di Folgòre è evidente, esplicito, tanto da ridurre al minimo l’autonomia di questo testo.


Gli autori
Giacomo detto Folgòre nacque a San Gimignano nel tardo Duecento. Divenne cavaliere e morì prima del 1332. Le ipotesi critiche più accreditate collocano le sue rime specialmente nel secondo decennio del Trecento.
Oltre alla corona dei mesi, di lui rimangono pochi altri componimenti (tutti sonetti), di argomento politico o occasionali.
Cenne o Bencivenne, di Arezzo, fu probabilmente un giullare. Di lui sappiamo solamente che era vivo nel 1322 e già morto nel 1336. Lascia solo i quattordici sonetti dei mesi, parodia di quelli di Folgòre.

I testi
La collana “de’ sonetti e de’ mesi” di Folgòre è costituita da quattordici componimenti, uno per mese più uno d’apertura e uno di chiusura, in cui vengono idealmente destinate ad una nobile e cortese compagnia le cose più piacevoli, riguardanti l’arte culinaria, i divertimenti, gli svaghi, ecc.. appropriati a ciascun periodo dell’anno.
Cenne parodizza tale collana opponendo con polemica scaltra ed irata squallidi quadri di vita disagevole e miseranda.
I due sonetti presentano una struttura tradizionale: rispettivamente quella del plazer (enumerazione di cose piacevoli) e dell’enueg (enumerazione di cose sgradevoli). Il collegamento tra i due, oltre che dal puntuale rovesciamento a livello contenutistico, emerge dalla comunanza delle rime, tipico espediente utilizzato nei sonetti di risposta nelle tenzoni, il mantenimento della medesima struttura di rime costituendo una ulteriore difficoltà tecnica.
Il confronto tra i due testi è dunque essenzialeperché si possa cogliere il rapporto tra iterazione di un modello codificato (nel caso del testo di Cenne, enueg) e sistematica tradizione del modello di riferimento: entrambe peculiari caratteristiche della poesia comica medievale.

DE GENNAIO (Folgòre da San Gimignano)

I’ doto voi, nel mese di gennaio,
corte con fochi di salette accese,
camer’e letta d’ogni bello arnese,
lenzuol di seta e copertoi di vaio,

tregèa, confetti e mescere a razzaio,
vestiti di doagio e di rascese:
e ‘n questo modo stare a le difese,
mova scirocco, garbino e rovaio.

Uscir di for alcuna volta il giorno,
gittando de la neve bella e bianca
a le donzelle che staran da torno;

e quando fosse la compagna stanca,
a questa corte facciasi ritorno
e si riposi la brigata franca.


La nitidezza delle immagini della poesia di Folgòre è raggiunta attraverso quadri vivaci, composti dall’enumerazione di elementi concreti, tangibili, attraverso i quali egli pure tenta di delineare un’atmosfera aerea, magica, rarefatta.
Predomina con esuberante abbondanza il sostantivo, la denominazione naturalistica delle singole cose, in una attenzione particolaristica compiaciuta. In ogni caso, la concretezza visiva, “empirica” è indebolita e sfumata da alcuni elementi che tendono alla “rarefazione”, alla “smaterializzazione”: l’aggettivazione ingenua e generica (bello arnese, neve bella e bianca); la sequenza nominale insistente (scirocco, garbino e rovaio, tregèa, confetti e mescere a razzaio); l’alterazione diminutiva (salette); alcune movenze sintattiche (l’impiego dell’infinito indipendente: I’ doto voi… uscir di for alcuna volta il giorno; del congiuntivo, in qualsiasi funzione: quando fosse…); la qualità della lingua: giocosa, non rifuggente dalle voci più usuali e comuni, aliena dai tratti più squisitamente poetici e dotti, legata sempre ai modi toscani correnti, ma mai dissonante, sonora, grossolana, oscena, irruente, triviale; anzi, musicale e seducente (1).

DI GENNAIO (Cenne)

Io vi doto, nel mese di gennaio,
corti con fumo al modo montanese;
letta qual ha nel mar il genovese;
acqua con vento che non cali maio;

povertà di fanciulle a colmo staio;
da ber, aceto forte galavrese,
e stare come ribaldo in arnese,
con panni rotti senza alcun denaio.

Ancor vi do così fatto soggiorno:
con una veglia nera, vizza e ranca,
catun gittando de la neve a torno,

appresso voi seder in una banca;
e rismirando quel suo viso adorno,
così riposi la brigata manca.

La poesia di Cenne viene condotta seguendo le tipiche modalità plebee e giullaresche. Le situazioni assunte sono le medesime ma, come detto più volte, invertite di segno. Le immagini sono corpose, anche qui ricorrendo ad un frequentissimo ricorso al sostantivo: ne deriva però un processo del tutto inverso alla smaterializzazione e alla rarefazione. La cruda degradazione investe l’atmosfera, il tono e il lessico, che diviene triviale(vizza, ranca su tutti).
Il componimento paga l’impossibilità di disporre di libera interpretazione e la necessità di attenersi a modalità obbligate.

Il livello letterario
Tono greve e lessico triviale: ciò non implica comunque l’assenza di raffinatezza nell’operazione parodica, che mette in atto uno stile niente affatto spontaneo, soprattutto in considerazione del concatenato sistema intertestuale di allusione e degradazione della poesia “alta” di riferimento.
In sostanza, la strategia parodica presuppone non solo una attenta conoscenza del modello originario, ma la capacità di padroneggiare e gestire gli elementi stilistico-contenutistici ai fini del ribaltamento. E’ dunque prodotto d’élite, di poeti che hanno sperimentato e conoscono nei contenuti la poesia aulica e cortese e presuppone un pubblico allo stesso modo acculturato, in quanto capace di stabilire il confronto, competente di poesia nei suoi plurimi esiti.

Il pubblico di riferimento
Se per Folgòre la celebrazione di ideali cortesi è in funzione di un pubblico borghese, nell’auspicio che esse trovino diritto di cittadinanza anche nel mutato sistema politico-sociale, occorre rilevare che analoghe considerazioni possono condursi per il comico di Cenne, salottiero, confezionato per una audience borghese, abbiente e godereccia.
In una parola, municipalismo. L’affermazione e il proliferare della produzione cosiddetta “realistico-giocosa” costituiscono un esplicito segnale delle trasformazioni sociali in atto: la cultura passa dalle corti e dalle università, gestite in età feudale dalle autorità imperiali ed ecclesiastiche – ai comuni, assumendo una fisionomia prettamente cittadina, laica e borghese, dunque divergendo in maniera netta, a livello ideologico, dal mondo precedente.
Per di più, a marcare ulteriormente il gradiente “municipalistico” di questa poesia, è da rilevare che l’esperienza d’amore, in stile alto-tragico, è un rapporto solitario, tete à tete, tra il poeta innamorato e la donna; il comico viceversa sembra un gioco di gruppo, vive di ammicchi reciproci, di compiaciute botte e risposta come quella in esame, ha bisogno di un palcoscenico e di un pubblico plaudente. Il poeta esce dal suo isolamento per esibirsi sulla scena.

Il denaro
La poesia, adesso, è prodotta da e per una nuova fascia sociale, quella borghese: il denaro finisce per assurgere ad elemento di fondamentale rilievo, segno di potere che va a sostituirsi al casato e ai benefici ecclesiastici.
Il culto del denaro da parte della società borghese è qui identificabile sia negli accenni alla cortesia di Folgòre, che egli identifica nella liberalità, sia negli insistenti richiami alla povertà nel componimento di Cenne (povertà di fanciulle; con panni rotti senza alcun denaio; brigata manca…), vero e proprio “spettro” da esorcizzare anche con l’arma dell’ironia:
Del resto, il poeta comico è solitamente impelagato in una dimensione mentale oscillante tra spudorato godimento (“le donne, la taverna e ‘l dado”) e lancinante malinconia: non certo o non solo per le stesse ragioni del poeta cortese, ma soprattutto perché a corto di denaro, quindi costretto a rinunciare ai supremi beni della vita.

La malinconia
Il disagio manifestato da Cenne, il suo risentimento e disprezzo verso le millantate evasioni di Folgòre sono specchio di un animo malinconico. La melancholia è il lato triste e oscuro dell’uomo, è elemento fondamentale del poeta “realistico-giocoso” (su tutti, si veda il componimento: “La mia malinconia è tanta e tale”, di Cecco Angiolieri), determina squilibri psichici e comportamentali (paura, angoscia, misantropia, depressione) e non a caso sempre associata a immagini di freddo, che nel componimento di Cenne abbondano.

Destabilizzazione?
La parodia grottesca operata da Cenne sembra sorgere da un animo risentito che non crede a cortesia, che respinge, sofferente e disilluso, l’evasione nelle regioni del sogno con beffarda derisione degli incanti poetici del rimatore borghese, viceversa rapito e sedotto dagli ideali cortesi e cavallereschi. Da qui l’impegno a beffare la brigata nobile e cortese e il suo cantore, vero e proprio millantatore.
I temi presentati dalla poesia “alta” sono, da un lato, ereditati dalla tradizione letteraria, dall’altro risultano espressione delle esigenze psicologiche e ideologiche della società che li produce. La poesia comica assume il compito di degradare e contestare sistematicamente quella stessa ideologia “ufficiale”, ma mai in modo politicamente destabilizzante.
Alla nobile brigata Cenne non contrappone quadri alternativi, non induce all’eversione: ciò evidenzia la sostanziale circolarità dell’ispirazione poetica, nella quale la poesia nobile, aulica, ufficiale genera la sua stessa contraffazione: il tutto, cioè, avviene all’interno di uno stesso sistema, unico e riconosciuto. La realtà insopportabile e gli elementi ostili vengono eliminati a parole; il mondo alla rovescia, non ufficiale e anticonformista, ideologicamente eretico e blasfemo, risulta accettabile solo se proposto scopertamente come pura esibizione verbale; la stessa bravura del poeta comico viene valutata sulla forma e non sul contenuto.

Il ruolo del comico
Se non nell’eversione, la funzione prioritaria della cosiddetta “poesia realistico-giocosa” è tutta nella salvaguardia dell’espressionismo linguistico sacrificato dal “monolinguismo ecumenico” (che troverà in Petrarca il più rigoroso codificatore), nel contributo determinante alla sopravvivenza del plurilingusmo, fino agli esiti più smaccatamente dialettali o popolareggianti. Una sorta di letterario e colto agone stilistico in cui, seguendo norme ben definite, si praticano escursioni e varianti su temi e stilemi previsti dal sistema, degradandone il significato e il contenuto, ma mai attuando una diretta contestazione di quelle classi verso cui l’ideologia “ufficiale” fa riferimento.

Figure femminili
Un esempio lampante di questo ruolo di contestazione ma all’interno della “ideologia ufficiale” è costituito dalla presenza della vecchia nel testo di Cenne.
Egli segue punto per punto la descrizione di Folgòre ma accentua, dilatandolo e intensificandolo a scopo grottesco, il motivo della presenza femminile: generico nel modello (donzelle), insistito e preciso nella ripresa parodica (povertà di fanciulle, una veglia nera, vizza e ranca).
Nel sistema di valori elaborato dalla poesia cortese, derivante dalla necessità da parte della piccola nobiltà di integrarsi all’aristocrazia, il concetto di joven racchiude un insieme di qualità morali ed estetiche secondo una equazione assai spietata, ma costante della mentalità medievale: solo nella gioventù è possibile trovare la bellezza fisica e al bello fisico corrispondono, soprattutto nel caso della donna, eccelse virtù e qualità morali. La gioventù è il regno dell’ideale, la vecchiaia è il regno del comico e, talvolta, del più crudo realismo.
Quella del joven, stando anche alle teorizzazioni elaborate da Bertran de Born, è dunque categoria morale e comportamentale prima che cronologica: la donna giovane è bella, attua una rigidissima selezione tra i pretendenti, conosce le regole del bon-ton, sa parlare e atteggiarsi in pubblico; la donna vecchia, mostruosa nell’aspetto, si concede indiscriminatamente, parla a sproposito, è avara.
Ne deriva il topos letterario, iper-standardizzato, del vituperium in vetulam: quest’ultima risultando perfetta antitesi comica della donna angelicata, categoricamente giovane e oggetto del desiderio astratto e platonico nella poesia aulica e cortese.
La poesia comica, assumendo la vecchia come protagonista, lascia emergere la carica misogina e presenta una sorta di antigalateo comportamentale. Se in questo modo attua una contestazione della sprezzante segregazione aristocratica della poesia dotta e aulica, incomprensibile e insopportabile all’orecchio sia del popolo che del facoltoso borghese, d’altro canto avalla la spietata bipartizione del mondo in vecchi e giovani, nobili e villani, facoltosi e poveri.


NOTE

(1) Per l’analisi dei sonetti di Folgòre e Cenne rimando agli ulteriori spunti, qui appena delineati, rintracciabili nel testo di M.Vitale: Rimatori comico-Realistici del Due e Trecento, Torino, UTET, 1976, pagg. 76 e segg.