Guardala negli occhi

ghiaino

Michele Cecchini

GUARDALA NEGLI OCCHI

Che avesse talento da vendere me lo avevano detto ed era proprio così.
Quando me la presentarono, mi parve parecchio diversa. Più bassa, magrolina. Si era tolta il cappello di lana e notai subito l’attaccatura dei capelli sulla fronte, prima che questi le piovessero sugli occhi. Erano occhi vivaci, sorridenti.
Sorrideva spesso di un sorriso contagioso e questa cosa la rendeva necessariamente simpatica. Sorrideva nel salutare qualcuno o nelle azioni più banali: mentre camminava, mentre qualcuno le parlava, mentre aspettava la corriera che la riportava a casa.
Era un sorriso semplice quello, di chi va incontro alla vita con delicatezza, eppure tradiva un briciolo di rassegnazione, come se quel sorriso dicesse che tutto sommato va bene così e più di tanto non è lecito chiedere.
Sorrideva così puntualmente che finivi per dubitare dello stato d’animo di cui quello stesso sorriso sarebbe dovuto essere il segno e ti rimaneva il dubbio che si trattasse piuttosto di un tic, di un vezzo.
Vero è che il sorriso, su quella faccia, gli cambiava radicalmente i connotati. Gli angoli della bocca si sollevavano e scoprivano i denti. Le mascelle si facevano più consistenti, gli occhi si chiudevano, la fronte si increspava. La sua faccia pareva disegnare tutta la gamma di sentimenti lì sopra e la loro progressione non si capiva se era il segno della sua trasparenza, della sua disponibilità a mettersi in gioco, oppure il contrario.
Era proprio così. Era capace di slanci e di confidenze buttate lì come per vedere l’effetto, con quella sua esuberanza che a volte presupponeva, anzi imponeva un’intimità a cui non potevi resistere. Perché quando gli girava, si buttava a capofitto sulle persone e sulle cose: fondamentali per lei, dovevano esserlo per tutti. Era il suo modo di esserci. Allora prendevi coraggio e ti avvicinavi.
Ma era un attimo, perché di colpo aveva ristabilito le distanze. Aveva deciso così, senza un perché. Si incupiva e lo sentivi subito che eri ingombrante. Il suo essere un animale solitario emergeva, a dispetto di quel suo fare.
Sì, lo sapevo che la sua vita era altro dalla mia. Lo avevo imparato subito. Me lo aveva fatto capire ma lo avevo già capito da me. Una volta raccolta una confidenza, non c’era da farsi troppe illusioni e ci stava di dover ricominciare da capo.
Raccontò parecchio del suo paese. Era orgogliosa dei suoi posti. Per me, stare lì con lei fu come affacciarsi per un attimo, un attimo solo, su un mondo a cui noi non solo non avevo accesso, ma che nemmeno mi ero sognato che potesse esistere.