Il mio cinema delle origini

ghiaino  Il mio cinema delle origini

Testo per Le Salon du Cinéma

Quando ero bambino, spesso mio padre la domenica mi portava al cinematografo.
All’epoca, quando si andava al cinema, non si aveva la minima considerazione per l’orario di inizio degli spettacoli. Semplicemente, si entrava nella sala. Poco importava se il film fosse già iniziato, se fosse a metà, se stesse per concludersi. Erano dettagli ininfluenti, quasi che l’atto della visione fosse prioritario, anzi prescindesse dal film stesso. Il quale veniva proiettato a ciclo continuo, senza pause eccessivamente lunghe. Lo si guardava per intero ma, come dire, “sfalzato”: l’uscita dalla sala non coincideva con la conclusione del film, ma con la sensazione di avere già assistito alla sequenza in quel momento proiettata, di “essere arrivati al punto”, insomma.
Quindi il biglietto non era per il film, ma per l’ingresso in sala, per starsene al cinema senza limiti di tempo. Se il film ci era piaciuto, ci fermavamo a vederne un altro po’; a volte capitava che lo riguardassimo per intero.
E all’uscita dal cinema, ciascuno era impegnato a ricostruire tra sé e sé la vicenda, in una specie di esercizio strutturalista de noartri, in modo da rimettere ordine alla trama. E tutto questo nulla toglieva al pathos, alla curiosità, al gusto della visione. Assistere da ultimo alla parte iniziale del film, ad esempio, permetteva di conoscere l’omicidio commesso dall’assassino ormai consegnato alla giustizia, o chiariva il motivo della vendetta consumata dal protagonista, oppure metteva in luce gli inizi di una storia d’amore di cui già si conoscevano gli esiti – un po’ come quando si chiede a una coppia di amici: “Ma voi, come vi siete conosciuti?”.

Si andava al cinema per andare al cinema, dunque. Un atto accompagnato da rituali, gesti, sensazioni la maggior parte dei quali oggi, forse, sono andati irrimediabilmente perduti.

L’androne che accoglieva lo spettatore al di là dei battenti di un’enorme porta a vetri – che immancabilmente, oscillando, cigolava – era uno spazio tanto grande – inutilmente grande, sembrava – quanto gelido: il pavimento di marmo, i tendaggi di velluto, i riquadri con le locandine e i manifesti davano davvero la sensazione di trovarsi all’ingresso di un tempio, dall’interno del quale giungevano in lontananza strani suoni ovattati che inducevano a parlare sottovoce e a muoversi con la cautela imposta dalla sacralità del luogo.
the_endQuei templi avevano nomi singolari, strabilianti, permeati di un vago esotismo che evocava talora pace, serenità, rigenerante luminosità (Aurora, Alhambra, Eden, Lux, Splendor…), talora un altrove indefinito (Metropolitan, Capitol, Ariston…) e onnicomprensivo (Universal), talora infine magnificavano le sorti progressive del modernismo (Edison, Marconi, Moderno…).
Non è rintracciabile altrove, se non lì, la tipologia umana della cassiera dei vecchi cinema. Lì, solo lì sembrava materializzarsi: rubiconda, musona, felliniana, assisa su una sorta di trono cui facevano da corona una serie di luci colorate via via accese a scandire il tempo, il tempo del cinema: inizio film, primo tempo, intervallo, secondo tempo, inserti pubblicitari.
Sotto al ritaglio ovale del vetro che la proteggeva, scorrevano le banconote scambiate con piccoli tagliandi di un arancio vivido che erano i biglietti, da presentare poi alla maschera, in genere un ometto livido, di mezza età, chiuso in un abito scuro che pareva un’uniforme. Strappava serio serio il biglietto restituendone metà: era il consenso definitivo per l’ingresso al tempio, per l’inizio della magia. Per giungere alla quale, però, c’era un ultimo ostacolo, che per me bambino pareva invalicabile: una enorme, gigantesca tenda di velluto rosso, molto spessa, pesantissima, sopra la quale invano le dita tastavano senza trovare il varco. E dopo quella, un’altra ancora, in una sorta di supplizio di Tantalo ripetuto.
Poi, il buio. Il buio completo. Allora bisognava starsene fermi qualche attimo, in attesa che gli occhi si abituassero e quel buio divenisse penombra.
L’altra sensazione immediata era l’odore. L’odore di cinema. Comune a tutte le sale, era un misto di velluto, di legno, di muffa, di pop corn e patatine. Un odore dolciastro, riconoscibilissimo, e che oggi non c’è più.

Entrati nella sala e recuperata la penombra, magari aiutati dalle immagini luminose sullo schermo, bisognava orientarsi. C’era da capire se ci si trovava in fondo alla platea, in galleria o nei primi posti. Qualcuno del personale della sala si faceva carico dei nuovi arrivati, guidandoli lungo lo spazio perimetrale che illuminava puntando in basso la luce di una piccola torcia elettrica. Altrimenti, bisognava fare da soli, tra inciampi, rischi di caduta sugli scalini e le mani che maldestramente provavano a tastare se si trattasse di poltroncine vuote o occupate da altri. E alla fine si arrivava a destinazione, sprofondando nelle poltroncine di velluto che parevano comodissime.
Si sprofondava nelle poltroncine e nel film, da cui si riemergeva brutalmente all’intervallo: un’interruzione che riportava di colpo alla realtà, illuminando la sala e risvegliandoci da quella sorta di esperienza onirica che era – e che è – la visione di un film.
Allora rimanevamo lì, inebetiti e in silenzio, ascoltando per qualche secondo il rumore della fettuccia di pellicola che continuava a ticchettare contro il rullo del proiettore, mentre la scritta “intervallo” se ne andava e lo schermo si faceva tutto bianco e dai contorni sfocati.
Nei minuti dell’intervallo, che parevano lunghissimi, nessuno parlava oppure lo faceva sottovoce, quasi a non voler ridestare gli altri o interferire con l’incanto della visione. A limite ci si guardava intorno, con cautela.
Il silenzio sospeso era interrotto solo dal crocchiare delle buste di patatine o dalla carta delle caramelle, vendute dalle maschere che svolazzavano tra platea e galleria.
Qualche volta, con le luci accese, durante l’intervallo o prima dell’inizio del film venivano proiettate le pubblicità. Che non erano quelle consuete, quelle che eravamo abituati a vedere alla TV. Erano pubblicità realizzate appositamente per il cinema: le immagini sgranate, le voci dal marcato accento locale promuovevano aziende del territorio. Erano pubblicità grezze, “povere”, ma dal fascino irresistibile forse perché più genuine.
Poi la proiezione del film riprendeva. L’acciottolio del proiettore riattaccava il suo rumore metallico ed era accompagnato da un misterioso conto alla rovescia, con i numeri alternati a misteriose figure geometriche e “bip” sonori misteriosi altrettanto.
Quello stesso proiettore ogni tanto produceva qualche scatto, che faceva sobbalzare le figure proiettate sullo schermo, che dovevano vedersela anche con graffi, macchie e righe che ogni tanto attraversavano tutto il riquadro.
Le sale erano sempre piene, specie agli spettacoli della domenica pomeriggio. Proprio per questo bisognava sedersi dove capitava. E a me ancora oggi piacciono i posti laterali, quelli da cui si vede l’immagine di sbieco, perché le immagini deformate mi sembrano più belle e, paradossalmente, più vere. E poi perché, alzando lo sguardo, da lì più che altrove si vede il fascio di luce che dal proiettore attraversa la sala fino a spalmarsi sullo schermo, con il pulviscolo che brulica dentro o con il fumo delle sigarette che, lemme lemme, lo attraversa fino a perdersi lassù, chissà dove.
“Il cinematografo è un’invenzione senza avvenire”. Così pare che Louis e Auguste Lumiere abbiano accolto il proprio operato, dopo le prime proiezioni.
Centoventuno anni sono passati: un periodo molto breve, troppo breve per la storia dell’umanità. Nel frattempo il cinema da invenzione è divenuto arte. Se abbia avvenire o meno, è sentenza da posteri.
Intanto il lavoro delle ragazze di Le Salon du Cinéma contribuisce nel suo piccolo – che è un ‘piccolo’ significativo – a mantenere vivo questo mezzo di espressione artistica, a recuperarne la magia e l’esperienza onirica che esso evoca. Smentendo, ancora una volta, il giudizio dei fratelli Lumere.

In bocca al lupo, Le Salon du Cinéma!
Michele Cecchini