Sono morto e non lo so

ghiaino

Michele Cecchini

SONO MORTO E NON LO SO

È successo tutto troppo in fretta.
Se solo avessi saputo prima.
Non dico tanto prima, sarebbe bastato un poco di anticipo. Il fatto è che nessuno si preoccupa di avvisarti e tu proprio non hai modo di accorgertene.
È successo all’improvviso, anche se io ci ho messo un bel po’ a capire: quando ho cominciato a fare mente locale. Ma lì per lì non mi sono accorto di niente.
Ora so che la vita è una serie sgangherata di finali e la morte è solo uno dei tanti.

Per tutta la vita io mi sono occupato degli altri: li ho osservati, li ho ascoltati, me ne sono preso cura, ho cercato di dare un senso a quello che hanno detto e fatto. In altre parole, ho provato a decifrare, a interpretare o, come dicono quelli di noi che vogliono darsi un tono, a fornire una chiave di lettura.
Chi pensa che il mestiere di critico letterario sia poco impegnativo, piglia un granchio. Lo metterei volentieri di fronte alle varianti d’autore, alla parafrasi, alla cronologia che non torna, alle edizioni e alle riedizioni, a tutta la fatica boia che comporta la rognosissima decodifica di un testo, la sua “lettura” con tanto di chiave. Una vita fatta di silenzi, di note a margine, di postille, di distinguo, della disperata ricerca di una logica, non solo in ciò che è ma anche in ciò che non è. Perché non basta rendere conto di quello che un autore dice, si deve anche spiegare perché non dice. Motivare i vuoti e i silenzi è il mestiere più difficile, c’è da diventare matti. A furia di stare nella testa degli altri, si rischia di perdere la propria. Perché “si” e perché “no”.

Quando sono andato in pensione, quello è stato un finale. Uno dei tanti. Ma mica ho smesso, anzi. Ho pensato che fosse il momento buono per avvicinarmi ancora di più ai miei testi, ai miei autori, allora ho continuato per conto mio e mi è andata bene.
Mi è andata sempre bene, tutto sommato. Perché mi sono dato da fare, ho azzeccato le mosse, ho frequentato le persone giuste e gli ambienti che contano, mettendo sempre davanti a me i miei progetti. Tutta la mia vita è stata funzionale a quelli.
Le mie letture, quelle con le virgolette, hanno riscosso successo. Il mio metodo, diciamo pure il mio sguardo, è stato portato a esempio. Anche se c’è chi accusa che fare così, cioè lavorare sulle cose altrui, equivale a campare di rendita. Fatto sta che nell’ambiente sono uno che gode di considerazione.

Tutt’a un tratto, invece, è finita lì. Ce ne ho messo di tempo, ma ho capito che non era più come prima. Quando me ne sono reso conto, doveva essere accaduto da un po’.
Più o meno quello che è successo con mia moglie, dopo una vita insieme, o con i miei figli, che non mi hanno mai capito e, secondo me, nemmeno ci hanno mai provato. Forse per loro non sono mai stato un soggetto interessante. Io qualche tentativo, da ultimo, credo pure di averlo fatto. E mi è servito a capire che la distanza tra noi era davvero incolmabile perché nessuno aveva davvero interesse a colmarla. Eccolo, un altro finale.

Insomma, quello che è successo è molto semplice: è successo che i miei testi, i miei autori hanno smesso di parlarmi. Tutti insieme e all’improvviso si sono girati dall’altra parte, come se ce l’avessero con me. Sono diventati muti, inaccessibili, gelidi. Non mi dicono più niente, nemmeno qualcosa di semplice, di banale, di elementare… Niente. E io non ho più niente da dare a loro. “A cura di”, “con il contributo di” sono espressioni vuote, che per me non valgono più. Non ci sono più cure o contributi per parte mia. Chi l’avrebbe detto.
Eppure io sono sempre lo stesso, soprattutto le cose che mi circondano sono sempre le stesse. Sono quelle che mi hanno accompagnato da sempre. Un tempo i testi erano foreste di segni, così intricate da non sapere in quale direzione andare e da perdercisi subito, alle prime righe o ai primi versi.
Oggi quei testi che ho così a lungo studiato, spiegato, interpretato sono diventate carte insulse, senza colore, senza suono, senza anima. Non c’è niente da fare, non mi rispondono.
Perché sia successo, non lo so. So che non è colpa loro. Non sono loro che invecchiano. I testi sono lì, nella loro gigantesca immobilità. Quelli sono e quelli saranno. È il mio sguardo che è cambiato, che non vede più: non coglie più i segnali, non vede tra le righe, non distingue e non associa.

Per molto tempo non mi sono reso conto. Sono andato avanti, cocciuto, a campare di rendita appunto. Quando ho capito, non mi sono arreso. Ho pensato a inghippi momentanei, a difficoltà transitorie, poi mi sono fatto coraggio e ho dedotto che si trattava di una svolta, di un momento cruciale da cui sarei ripartito. Niente, le cose non stavano così. Allora mi sono detto che dipendeva tutto da me e soltanto da me. E allora sì che è arrivata la mazzata.

Evidentemente, avevo dato quello che ero capace di dare, avevo detto quello che c’era da dire. Semplice. Può bastare così, inutile accanirsi in operazioni che già in questo momento, chissà, appariranno datate, superate, esattamente come all’epoca avevo giudicato quanto mi aveva preceduto. Il mio sforzo l’ho fatto, ora tocca ad altri portare avanti il tutto. Per andare dove, non lo so e sinceramente non mi interessa neppure più.
Tuttavia, ho l’impressione di avere lasciato le cose a metà. È il mio unico rimpianto. per il resto non ne ho. Nemmeno quello di aver sacrificato gli affetti o il tempo. Mi sono tolto le mie soddisfazioni. Era quello che volevo e tanto basti. Eppure, mi rimane la sensazione di avere lasciato le cose incompiute, come se non avessi chiuso il cerchio. Questa pensiero mi lima dentro e mi disturba.

Ora la mattina mi alzo e rimango seduto sul letto a lungo. Devo aspettare che il mio corpo e il mio sistema nervoso si abituino al risveglio. Se mi alzo di fretta, sono colto da terribili giramenti di testa.
Faccio colazione con un po’ di latte macchiato e due fette biscottate due, mentre passano le notizie del radiogiornale. Mi faccio la barba, indosso il mio abito scuro e qualche volta pure la cravatta. Poi niente, mi metto lì buono buono seduto sul divano. Guardo nel vuoto o sfoglio qualche rivista. Aspetto che mia moglie torni da fare la spesa. La accompagno di rado perché non mi va. Quando rientra, le vado incontro e la aiuto a mettere a posto il contenuto delle buste. Io mi occupo della dispensa, lei del frigo.
Poi la guardo mentre prepara da mangiare. Per me cuoce dodici tortellini. Non ci diciamo mai niente, un po’ perché tra noi non c’è mai stato chissà quale dialogo, un po’ perché, in effetti, non c’è bisogno di dirsi niente.
Dopo pranzo esco e, a piedi, percorro la stradina che porta in piazza Sant’Anselmo. Mi siedo sempre sulla solita panchina. Già, sempre la stessa. Mi chiedo il perché di questo privilegio: la trovo sempre libera e pare che aspetti proprio me. Eppure la piazza è frequentata. Non molto, per la verità, però ci sono bambini che giocano, persone che entrano in chiesa, qualcuno che posteggia l’auto.

Se mi capita a tiro qualcuno che conosco – circostanza per la verità assai improbabile – in segno di saluto mi limito a toccare la tesa del cappello. Evito accuratamente di sorridere, perché spesso dimentico di mettere la dentiera. Poi mi rannicchio nel mio cappotto e rimango lì.
Guardo le persone di fronte a me ma con il disincanto di chi ne ha viste fin troppe. Non cerco più di capire. Per anni ho messo il naso nelle faccende altrui, nelle loro azioni e nei loro pensieri, ne ho condiviso le angosce e l’ansia di esprimerle, ho accostato con circospezione i loro scritti, cercando di individuare un ordine, una logica che desse conto del loro operato e delle loro idee. Ora non più. Quella curiosità morbosa che mi costringeva a rovistare nelle faccende degli altri, ora non c’è più. Mi limito a osservare ma non vedo un granché. Rimango sulla mia panchina fino a che il sole la illumina, in modo da scaldare le mie quattro ossa. Quando arriva l’ombra, me ne vado. Non mi fermo un attimo di più. Rientro subito a casa. Ogni giorno con un paio di minuti di anticipo.
Dicono che, vedendomi così, trasmetto serenità. Io sinceramente non lo so. Non credo. Se anche succede, non lo faccio di proposito. La serenità degli altri non è un problema mio. Non ho mai avuto tempo per queste cose.

Io mi sento ormai escluso da quello che mi circonda e del resto, se ne facessi parte, sarebbe un privilegio immeritato. Dunque, va bene così. Ma se c’è una cosa che mi rode, è questa terribile, infame sensazione di avere lasciato tutto a metà.