Mediterranean Blues

ghiaino

Michele Cecchini

MEDITERRANEAN BLUES

Mio figlio era con la testa fuori dell’acqua. ‘Salvati!’, gli gridai.
‘Sì papà!’, mi rispose il piccino.
Ma un flutto d’acqua me lo portò lontano dagli occhi e da quel momento non lo vidi più.

No, non è il racconto di una scena avvenuta a largo delle acque di Lampedusa. Si tratta della testimonianza riportata su ‘La Domenica del Corriere’ di uno dei sopravvissuti del naufragio del Sirio, o di chissà quale altro bastimento che portava gli italiani nel Nuovo Mondo all’inizio del secolo scorso. Ne morirono tanti, nei naufragi. E tanti altri morivano sulle navi del reimpatrio. Perché l’America – anzi, la Merica – non li aveva voluti e loro a casa così, da sconfitti, mai e poi mai sarebbero rientrati.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Tanti né inghiottì il Grande Luciano (i nostri connazionali nemmeno riuscivano a pronunciarla, la parola ‘Oceano’), tanti ne inghiotte oggi un mare che fino a qualche secolo addietro non avevamo esitazione a definire ‘nostrum’.
Quello delle migrazioni è uno dei temi che ho affrontato nel mio ultimo romanzo. Eppure, con quelle 360 pagine credo di aver fatto ben poca chiarezza. Di risposte non ne avevo e non ne ho. Non ho ricette e non ho soluzioni. Del resto, non credo che sia questo il compito di un romanzo. A me basta avere posto delle questioni, avere suggerito spunti di riflessione, avere creato degli spazi facendo emergere le inevitabili zone di grigio. Perché il tema è complesso e ricco di sfumature e no, non credo lo si possa ridurre talmente ai minimi termini da poterne scriverne, che ne so, su una felpa.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Ecco, se proprio devo individuare una civiltà cui sento di appartenere, credo che sia quella mediterranea. ‘Nostra’, appunto. E una volta si diceva che nella miseria, nella disgrazia le persone si sentono più vicine.

Da sempre c’è un mare da attraversare perché da sempre abitiamo una terra di mezzo.
Dalla terra da cui provengo, tanti partirono. Tanti davvero. Non avendo più niente, tentavano la fortuna. Prima di partire, c’era una cosa da fare: visitare il Volto Santo, all’interno della cattedrale. Quella visita era di buon auspicio per il viaggio. Se la partenza avveniva di notte, si dava un’occhiata al Volto Santo attraverso uno spioncino su uno dei lati esterni della cattedrale.
Il Volto Santo è il crocifisso simbolo della città ed ha il compito di proteggerla. A lungo si è creduto che fosse un crocifisso di cedro del Libano, perché il Cristo è scuro. Per questo viene definito ‘il Cristo nero dei Lucchesi’.
Secondo la leggenda, dalla città Palestina ‘il Cristo nero’ fu caricato su una nave senza equipaggio. Attraversò il Mediterraneo e approdò miracolosamente sulle nostre coste. Poi, ebbe il compito di proteggere chi appunto era in procinto di abbandonarle, quelle coste.

Da sempre c’è un mare da attraversare.
Facciamo pace con questa cosa.