Grandi aspettative

ghiaino

Michele Cecchini

GRANDI ASPETTATIVE
Ragionamenti in forma di racconto breve relativi alla scrittura

“I primi giorni sono quelli più duri, non ti devi preoccupare”, continuava a ripetermi.
Il nostro incontro avvenne in modo del tutto casuale e forse anche sbagliato.
All’epoca io avevo già cominciato a scrivere e scrivevo forsennatamente, di tutto. Qualcuno mi conosceva perché ero la curatrice di una rubrica di gastronomia su una rivista all’epoca molto importante, alcuni miei articoli erano apparsi sul quotidiano cittadino, per il quale mi occupavo pure degli annunci degli oggetti smarriti.
Ci avvicinammo e iniziammo a parlare niente affatto come se fosse la cosa più naturale, ma come se le nostre parole fossero rimaste lì in sospeso per parecchio tempo, incapaci di sedimentare e adesso, finalmente, avessimo avuto modo di recuperarle. Senza peraltro alcuna garanzia di arrivare a una qualche conclusione.
Fu questa l’interpretazione che detti al suo accanimento, a tratti insopportabile, di puntualizzare e precisare.
“I primi giorni sono i più duri e tu lo sai. Ma il problema è quando la strada ti sembra in discesa: è allora che il pericolo è dietro l’angolo”.
Insisteva a parlarmi dei suoi tentativi – che io già sapevo imminenti, ripetuti e andati a vuoto – di smettere di bere.
Anche quella sera andò che finì per ubriacarsi ma io forse nemmeno ci feci caso, appunto come se si trattasse di una delle tante cose lasciate a metà.
Io lo ascoltavo perché avevo bisogno di una spinta, di una scintilla, anche di uno schiaffo magari, e sapevo che da lui qualcosa prima o poi avrei ricavato.
Io mi sentivo bene, ero pronta alla vita, sapevo che era il momento giusto e c’erano le condizioni ma mancava ancora qualcosa: il decollo non iniziava e io rimanevo inchiodata a terra.
Era quello il motivo per cui rimanevo lì in ascolto. Cercavo nelle sue parole qualcosa di compiuto, che finalmente avrebbe reso le mie sensazioni una sequenza coerente e articolata di pensieri. Continuavo a fare i conti con un desiderio ora divenuto necessario.
Mentre lui insisteva nel ripetermi che i primi tempi sono i più duri. Nonostante io avessi smesso di bere da diversi anni e non avessi la minima intenzione di riattaccare. Lui proseguiva il monologo e io provavo a traslare le sue parole ai miei casi.
Difficile dire, all’interno di una conversazione, chi abbia davvero un ruolo attivo, se chi parla o chi ascolta.
Io rimanevo in ascolto e mai gli dissi il motivo, nel timore di alterare questo nostro patto tacito. In base al quale anche io dovevo essergli utile a qualcosa, ma ne ignoravo parimenti gli effetti.
Rimanevo in ascolto, intenta nella mia ricerca. Già, perché io in realtà non aspettavo niente, sapevo che lui non sarebbe stato capace di folgorazioni. Non ho mai creduto in ciò che ti coglie all’improvviso, tanto fatale e micidiale da illuminare una porzione della vita. Ero io che dovevo cercare, leggere tra le righe, decifrare, solo che questa operazione si era fatta spasmodica, disperata.
Circa la sua propensione all’alcol, perché su questo lui proseguiva, sono pronta a dubitare. Il ricorso all’alcol era troppo esibito, troppo esasperato perché fosse un’esigenza reale. Probabilmente, era funzionale alla sua vita di relazione, un espediente per vincere la timidezza e fargli assumere una posa, per farlo aderire al cliché dell’artista sregolato che gli piaceva molto.
Non so se tutto questo rientri a pieno titolo tra le forme di dipendenza e neppure saprei dare una definizione di dipendenza, in fondo.
Anch’io, pensai, continuavo ad assumere pose, standomene lì zitta zitta in ascolto. Finivo per adeguarmi alle aspettative, per pronunciare le parole che gli altri avrebbero voluto sentirsi dire, per esternare quelle sensazioni che era opportuno trasmettere. In realtà, più facevo così e più mi nascondevo.
Tuttavia è proprio in questo modo che funziona: prendo di tutto, divoro di tutto fino a sentire dolore e solo allora vomito fuori quel che riesco. Non quel che viene, ma quel che voglio che sia, quello che preferisco che sia. Per fare questo, ho bisogno di nascondermi, di percepire la solitudine più profonda, allora guai se qualcuno mi vede.
Continuavamo a parlare tenendoci a distanza, ognuno procedendo per conto suo, mentre le parole assumevano per ciascuno un proprio ordine di significato.
Il tentativo di giungere a un compromesso era ciò che ci teneva avvinti e nello stesso tempo ci imponeva un doveroso distacco.
Quando eravamo insieme ciascuno era solo e soffrivamo di una solitudine inquieta, direi quasi tragica, ma che permetteva di riconoscerci.
Solo con le lacrime a fior di pelle, cioè con una visione più liquida, i contorni tra noi si definivano.
Sì, sono i primi giorni, quelli dopo la fine di qualcosa e all’inizio di qualcos’altro, ad essere i più duri. Ma non è una vertigine di libertà, è solo un esercizio di riconoscimento. Perché ogni inizio è generato dalla fine di qualcos’altro. Pensandoci bene, tutto in fondo è costituito da una lunga, infinita teoria di finali, ciascuno dei quali comporta e racchiude un nuovo inizio.
Iniziare non è partire da zero ma riprendere da dove si è lasciato, ricominciare dalla conclusione cui si era giunti. Ogni riga proviene da ciò che sta sopra o, forse, sotto di lei.