Caducità

ghiaino

Michele Cecchini

CADUCITÀ

“Indossava ancora l’abito di scena. Aveva chiuso l’ultimo intermezzo con un frac. Nel taschino aveva una pansè, sotto una giacca il gilet bordò, ai piedi i mocassini. Pensò che, se lo avessero fatto fuori, avrebbe voluto morire vestito così”.

Alcuni personaggi dei romanzi fanno dei pensieri davvero strani, specialmente nei momenti meno opportuni. Oppure è l’anomalia del “momento meno opportuno” a suscitare delle riflessioni inaspettate.
Forse è proprio così: dai momenti cruciali scaturiscono pensieri strampalati. Per l’eccessiva tensione, la mente si crea una via di fuga.
E allora può capitare di andare incontro alla situazione con leggerezza, forse per l’ebrezza di essere, in un certo senso, arrivati al dunque. Ecco, ci siamo.
E anche questa leggerezza risulta un’anomalia.
Può capitare che tutto quanto si presumeva terrificante, una volta materializzatosi di fronte a noi, induca a una insospettata serenità.

La morte è per tutti, per larga parte della vita, il pensiero dominante.
Epicuro sostiene che è il male che più ci spaventa ma che non è nulla per noi, che non ci riguarda, perché se siamo vivi lei non c’è, e viceversa. Frase ipercitata. Ma basta guardare agli altri per smentire Epicuro: la morte di un nostro simile pone di fronte al problema, altro che.

Il pensiero della morte è dominante. Il pensiero della morte in sé, intendo, che è cosa diversa dai motivi che la provocheranno, dalla sofferenza e dal distacco dagli affetti che comporterà o dalla forma di conoscenza che apporterà – se la apporterà.
Ricordo che capitava di parlare della morte, da ragazzi. Lo facevamo con leggerezza, anche qui. Era la leggerezza di chi è inconsapevole, la leggerezza dei ragazzi. Per cui non mancavano le anomalie nell’approccio a un argomento che non era ancora così delicato, perché probabilmente ancora non ce lo eravamo posti davvero. Allora veniva da chiedersi di quale libro la morte avrebbe costretto a interrompere la lettura e chissà chi sarebbe stata l’ultima donna. “Se non è bella fa niente”, canta Paolo Conte in proposito. Anche se di donne non ne avevamo ancora conosciute, per giunta. Qualcuno ricordo che si divertiva a elaborare la colonna sonora del proprio funerale.
Da ragazzi a volte sembravamo già tutti proiettati a ritroso, impegnati a recuperare un passato che ancora non avevamo vissuto ma che andava preservato, perché solo così avrebbe acquistato un senso.
A volte però questo pensiero era capace di aprire degli squarci enormi, come affacciarsi su un abisso gigantesco, da cui subito allontanarsi per non rimanere preda delle vertigini.

Ecco che, più che alla fugacità della vita, dirottavamo il pensiero al modo in cui avremmo potuto sopravvivere negli altri. Dando per scontato che, in un modo o nell’altro, ci saremmo riusciti. Ognuno di noi penso avesse una specie di messaggio da veicolare, una porzione di una qualche verità da trasmettere e senz’altro avrebbe colto nel segno. Anzi, la morte era forse il modo per gridare più forte, o meglio.
In un saggio di Freud che si chiama “Caducità” si racconta di una gita sulle Dolomiti fatta dallo stesso Freud in compagnia di due amici e delle diverse reazioni suscitate in loro dalla riflessione che tutta quella bellezza era destinata a svanire con il sopraggiungere dell’inverno. In uno di loro prevale l’angoscia, un altro ritiene che la bellezza sia tale proprio perché caduca, infine il terzo, il più giovane non a caso, pensa che la bellezza, per definirsi tale, non possa che essere eterna.
Il pensiero della morte non paralizza i ragazzi, non fa calare il buio dentro di loro.

Mi chiedo se i ragazzi oggi si pongano la questione, oppure questa sia a poco a poco divenuta un tabù o semplicemente lo considerino un problema che ancora non li riguarda. Davvero è una domanda a cui non saprei rispondere, eppure ho a che fare con loro tutti i giorni. E qualche volta li vedo sgranare gli occhi se, leggendo una poesia, capita di toccare l’argomento.
Svicolo volentieri dalla facile scorciatoia che li vuole preda in un contesto che li costringe a porsi poche domande, a essere poco attenti o poco critici, perché spesso mi sono accorto che non è così.
Rimane il fatto che a questa domanda non so rispondere, e forse una risposta non c’è, proprio perché quando si è ragazzi si è convinti che tutto, in un modo o nell’altro, perdurerà.
“We shall no longer hear the little cry / Of our sad hearts, that may not live nor die”. Sono versi di Yeates.