Il piacere della conoscenza

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Michele Cecchini

IL PIACERE DELLA CONOSCENZA

L’altra sera ho avuto il piacere di partecipare a Lucca alla cena promossa ogni anno dall’associazione “Lucchesi nel mondo” per i concittadini che, in occasione della Festa di Santa Croce, arrivano in città da ogni continente.

E in effetti, gironzolando per il locale tra una portata e l’altra, ti accorgevi che era proprio così. Sui vari tavoli delle circa 350 (350!) persone che affollavano il ristorante, campeggiavano le indicazioni della provenienza di ciascun gruppo. C’era il tavolo di Chicago, quello di Washington, di San Francisco (ovviamente), quello del Brasile, dell’Irlanda, dell’Australia, della Francia e tanti altri posti. Tra un tavolo e l’altro viaggiavano i tortelli al ragù, dentro enormi vasconi faticosamente trasportati dai camerieri.

Non nascondo che partecipare a questo evento mi ha parecchio emozionato. Perché un conto è sapere di concittadini sparpagliati in ogni angolo del globo, un conto è trovarseli davanti e guardarli in faccia.
La sensazione che ne ho ricavato è stata quella di trovarmi davvero di fronte a gente ‘di frontiera’, a dei sopravvissuti, a degli individui a metà. Quasi tutti anziani, nei loro volti e nel portamento non si sarebbe potuta individuare una reale identità: non più italiani, non ancora forestieri a tutti gli effetti. Una sorta di marziani, perfettamente consapevoli però di dove si trovassero e con il profondo piacere di trovarsi proprio lì.
Mi sono avvicinato al tavolo di San Francisco e mi è stata presentata un’anziana signora. A 89 anni suonati ha preso l’aereo ed è arrivata a Lucca per l’occasione, rammaricandosi, tra l’altro, del fatto che mancava a questo raduno da cinque anni. “Ora per gli anni prossimi vedrò come fare”, ha aggiunto. Mi ha raccontato di essere partita da Lammari a 22 anni. Quando ci siamo salutati, mi ha rivolto un meraviglioso: “Piacere della conoscenza!”, che sa di italiese, o insomma di anglosassone, non so, ma si sente che è qualcosa di ibrido.
Ma l’esempio più gustoso di italiese – il miscuglio di italiano e inglese parlato dai nostri emigranti di prima generazione nel Nord America – l’ho avuto quando sono andato al bagno. Ero in coda. Il tipo che è prima di me esce ed è il mio turno. Il tizio però si ferma un momento sulla porta e mi avvisa del mancato funzionamento dello sciacquone. Indicando la tazza, dice: “Stai attento, perché l’acqua non lavora”.
Non credo, ma se mai dovessi scrivere qualcos’altro sull’italiese, l’acqua non lavorerà di sicuro.